25 August 2007

21° g - 25 AGO: trasferimento a 'Eua

Da oggi proseguo da solo, il gruppo è rientrato. Mattinata in giro per Nuku, poi a mezzogiorno mi imbarco sul traghetto per 'Eua. Traversata di oltre due ore abbastanze movimentata, mare mosso e traghetto strapieno di gente, piove, ma va tutto bene, o quasi. Il traghetto è stipato di persone, un’infinità di bagagli, cani, maiali. Le panche per sedersi sono piene, ma chi arriva tardi non si scoraggia, si sistemano delle stuoie per terra e si siedono o sdraiano là.

Presto cominciano a passare di mano panini, cosce di polli, biscotti. Doppiata la punta dell’estremità nord orientale di Tongatapu entriamo in mare aperto e puntiamo decisamente su 'Eua. La barca rolla e beccheggia vistosamente e bisogna reggersi forte per non cadere. Fortunatamente nessuno si sente male e ci risparimiamo quindi quello che sarebbe stata una scena piuttosto schifosa sotto coperta, dato che gli spruzzi vigorosi impediscono di uscire sul ponte!

Arriviamo ad 'Eua dopo due ore esatte di navigazione. Solite scene di porto all’approdo, gente che aspetta, merce che viene scaricata. Un uomo scende dalla piccola nave stringendo in mano un grande tonno di quasi un metro. Non c’è nessuno a prendermi come mi aveva promesso Taki, il patron di Hideaway, dove avevo prenotato una stanza. Dopo una decina di minuti però una missionaria tongana che si era preoccupata di me lo riconosce quando è ancora ad un centinaio di metri da noi e mi rassicura. È un simpatico tongano di un paio di centinaia di chili, dalla voce baritonale calma ed intensa. Pochi minuti e siamo alla sua pensione, sei camere in fila nascoste dalla fitta vegetazione. Dal mare non si vede nulla (il nome della pensione è molto appropriato!) se non la lunga passerella di legno che Taki ha costruito per andare dalle camere fino ad una grande piattaforma su palafitta proprio dove la roccia incontra il mare e dalla quale, seduti su panchine rudimentali, si può scrutare l’orizzonte cercando il soffio delle balene.

Mi prendo una birra e mi siedo a guardare con una decina di altri ospiti, si chiacchiera un po’ tra tutti, c’è il missionario irlandese, la studentessa austriaca che studia la natura di 'Eua per il suo master, il pensionato. Ne vediamo diverse affiorare sulla superficie d’argento dell’oceanto, solo qualche istante per respirare e poi di nuovo giù. La pensione è di stile familiare, e se non ha il calore avvolgente di Esi comunque l’atmosfera è accogliente.

A cena la cucina è genuina, ci si siede un po’ dove capita. Chiacchiero un po’ con un insegnante d’inglese australiano che lavora presso la scuola della chiesa “Uniting”, metodista; è vedovo da quattro anni, mi dice, ne ha 73. Mi dà ragione quando gli dico scherzosamente che è tutta colpa dei missionari come lui se oggi le tongane sono coperte quasi come delle integraliste musulmane e, più seriamente che scherzosamente, mi dice che fa il possibile per disfare il misfatto dei missionari suoi predecessori ed anche di alcuni suoi attuali datori di lavoro troppo bacchettoni! Un neozelandese con la moglie di origine tongane appare un po’ spaesato mentre lei parla in tongano con altri commensali.

Una vecchia missionaria, con una testa piccolina e lo sguardo saputello, coperta da quattro pelacci bianchi che continua a girarsi irrequieta sul suo grande corpo informe e sbilanciato sembra una testuggine. Me la immagino un mezzo secolo fa, quando era giovane, a bacchettare le ragazze tongane che giravano disinvolte e seminude per le isole. Mi dicono che almeno però i missionari, nel XIX secolo, abbiano posto fine al cannibalismo. Però se i tongani si fossero mangiati i missionari oggi vedremmo ancora le belle ragazze locali girare in topless? Chissà... :-)?

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