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20 May 2018

Killybegs, Ireland

Biggest hand-operated loom in the world made with Canadian pine wood. The lady said she can do 1000 knots per hour!

These carpets are in Irish embassies around the world and other major public places.

At a local pub, some musicians and crew singers from our ship fraternize.

The town sports a small "cathedral" and lots of fishing boats. A quiet walk under the warm drizzle.


18 September 2014

L'arrotino, l'ombrellaio

Sono nel mio appartamento a Roma, sto scrivendo. Sento passare per strada l'arrotino, da anni sempre la stessa registrazione, me lo ricordo almeno dagli anni ottanta. Chissà se è sempre lui?

Arriva in strada, annunciato dal megafono applicato sulla macchina. Si ferma, aspetta che scenda qualche cliente. Fa il suo lavoro e procede per la prossima strada. Così da decenni.

"Donne è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio, arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto. Ripariamo ombrelli. Se avete perdite di gas, noi le aggiustiamo, se la cucina fa fumo, noi togliamo il fumo dalla vostra cucina a gas. Abbiamo i pezzi di ricambio delle cucine a gas. Lavoro subito, immediato."


13 March 2014

Electrician in London

Sono a Londra da una settimana e ho bisogno di un elettricista per riparare alcuni interruttori nell'appartamento in cui abito. 

Non si riesce a trovare un elettricista. Quello del costruttore che ha da poco terminato la palazzina cancella un appuntamento all'ultimo momento. 

Alla fine Anna, un'italiana che vive qui da un paio d'anni, mi manda Ken, un volontario dice lei. Non capisco bene cosa voglia dire, ma prendo un appuntamento per il giorno dopo. 

Ken viene fa il lavoro e se ne va senza volere un penny. Insisto ma mi dice che non può accettare denaro perché è in pensione e non ha più la licenza. Proprio come in Italia... Alla fine accetta una bottiglia di vino!

02 August 2011

Book Review: Rickshaw Coolie: A People's History of Singapore (2003), by James Warren, *****

Synopsis

Between 1880 and 1930 colonial Singapore attracted tens of thousands of Chinese immigrant laborers, brought to serve its rapidly growing economy. This book chronicles the vast movement of coolies between China and the Nanyang, and their efforts to survive in colonial Singapore.


19 August 2010

8° g - 19 Ago: Nako: gompa e raccolta di piselli

Giornata in giro per il paese di Nako e dintorni. Appena usciti dal campo tendato incontriamo Sebastien, un francese, con la moglie americana e due figlie di nove e 2 anni. Stanno girando lo Spiti ed il Kinnaur come noi, stesso itinerario, solo qualche giorno in più per completarlo. Viaggiano leggeri, molto meno bagaglio di noi. Anche perché... sono in bicicletta! Sebastien traina una specie di rimorchio con la piccola dentro, riparata da una tendina per la pioggia. Moglie e figlia grande con la loro bici. Ammirevoli, anzi direi un po' al limite dell'incoscienza come vedremo qualche giorno dopo quando li incontreremo durante uno scroscio monsonico col fango fino agli assi delle ruote...

09 March 2010

Partire, tornare o ...viaggiare? Ali e radici della mia vita fino ad ora.

Vivo a Bruxelles. Perché? Ne parlavo con il mio amico Marco De Andreis, che ci ha vissuto fino a qualche anno fa. Forse me ne andrò un giorno, ma non sarà, credo proprio, per tornare a Roma come ha fatto lui. Come Marco, anche io detesto Roma quando ci sto. A differenza di lui però, la continuo a detestare anche quando non ci sto.

Quando ci vado mi spazientisco per mille ragioni, e non vedo l'ora di ripartire. Il momento più bello delle mie visite è la corsa in taxi o trenino verso l'aeroporto. Allora mi rilasso, e penso che anche questa volta l'ho sfangata. Bruxelles, si capisce, non ha neanche un centesimo dei tesori d'arte di Roma, e neanche il sole.  E allora? Bruxelles è più ordinata, vivibile, culturalmente attivissima, a dimensione d'uomo, cosmopolita quanto Roma è provinciale.

Insomma sono destinato a restare un emigrante per sempre? E perché no?

Ho passato dieci anni negli USA, cominciando con quattro alla School of Foreign Service della Georgetown University dove ho conseguito con la lode una laurea in relazioni internazionali (studiando politica, strategia, economia, diritto internazionali, allora in Italia non esistevano università che se ne occupassero).

Durante quel periodo passai anche alcuni mesi in Polonia, quando c'era il comunismo, e li racconto in questo libro.

A quel punto mi sono convinto che quanto avevo appreso negli States sarebbe stato utile al mio paese (vero) e quindi apprezzato dai miei compatrioti (non sequitur). In Italia, sul piano professionale, ero oggetto di invidia e non di stima e tanto meno di ammirazione.

Andai all'università di Roma per farmi riconoscere il titolo di studio, ma con la mia laurea un arcigno professore della facoltà di Scienze Politiche mi disse che poteva iscrivermi al terzo anno. Cominciamo bene, mi dissi, ma non mollai.

Tornai in USA e dopo sei anni al M.I.T., completai un corso di Dottorato di Ricerca (Ph.D.) in studi strategici (anche questi, allora, non c'erano da noi). Nel frattempo avevo lavorato - cosa che gli studenti universitari in America fanno sempre, anche se non ne hanno bisogno - prima con mansioni più semplici e poi via via come assistente, ricercatore ed infine insegnante.

A 26 anni di età tenevo al M.I.T. il primo corso universitario tutto mio sulla proliferazione nucleare, con nome, cognome e stipendio miei. Mi invitavano a conferenze in tutta America pubblicavo i miei primi articoli (con il mio nome e cognome, mai e poi mai un professore si sarebbe sognato di metterci il suo). Già prima di finire il dottorato ero, per così dire, entrato nel giro, e da solo, senza conoscenze, parentele o amicizie con chicchessìa.

Decisi comunque di riprovare in Italia. Non presso l'università pubblica, dove non avevo alcuna speranza di entrare nelle roccaforti del baronato, ma in una fondazione privata. Insistendo molto riuscii ad  intrufolarmi per la porta di servizio nel principale istituto internazionalistico italiano, dove imperava ed impera ancora (2010) un'oligarchia ferrea ivi installatasi alla fine degli anni sessanta (sì, sessanta!). Apprezzavano il mio lavoro e mi pagavano benino, ma ero sempre il ragazzo di bottega da tenere, appunto, in bottega, e non il giovane collega da lanciare.

Cercai appigli anche presso altri centri di studio, che però in Italia erano di due tipi: alcuni legati a personalità singole, solitamente geriatriche, anzi direi da museo di storia naturale. Una volta presso una fondazione politica romana un dirigente ultra settantenne, ex ministro, mi disse che stava alla loro generazione prendere le decisioni importanti, non ai quarantenni idealisti che pretendono di cambiare il mondo. Mi veniva da pensare che in realtà il mondo negli ultimi decenni lo hanno cambiato i trentenni se non i venticiquenni: Bill Gates, Steve Jobs, Tim Berners-Lee, Jeff Bezos negli anni ottanta e novanta e Jim Wales, Larry Page, Sergey Brin, Mark Zuckerberg e loro simili più recentemente. Avrei dovuto dirlo al vecchietto ex ministro, ma mi trattenni.

Altri centri studi erano invece legati a filo doppio ai partiti politici, con una loro linea ben precisa di politica estera. Né dai fossili né dagli apparatchiki ebbi mai la possibilità di pubblicare. Qualche volta andai in televisione come “esperto”, ma solo perché avevo un amico alla RAI, non perché qualcuno apprezzasse quello che avevo da dire.

Provai anche presso una prestigiosa università privata di Roma, ma un altro ultra settantenne che teneva corsi nelle mie materie mi offrì un contratto di insegnamento che mi pare si chiamasse "integrativo": in pratica il professore di ruolo decideva il curriculum, faceva un paio di lezioni, restava titolare del corso e prendeva quasi tutti i soldi, mentre io avrei dovuto fare tutto il resto: lezioni, esami, colloqui con gli studenti ecc.

Dovunque ero considerato il “junior”, il ragazzino di bottega. Dopo un po' di anni di questa deprimente trafila ero pronto a ripartire.

Feci un concorso di medio livello per il segretariato internazionale della NATO, lo vinsi e mi trasferii a Bruxelles. Ci passai oltre sette anni e ne fui gratificato, professionalmente ed economicamente, anche se il lavoro col tempo diventava ripetitivo. Poi siccome allora i contratti dei funzionari erano tutti a tempo determinato dopo due rinnovi mi rimisi a cercare. Provai a restare alla NATO. Per superare la routine feci vari concorsi per posti un centimetro più alti di quello che avevo, ma siccome a quel livello la cosa diventava politica, ed io dietro di me avevo un non-paese che non mi sosteneva, non ci riuscii. Mi disturbava vedermi passare davanti stranieri meno capaci di me solo perché i loro governi, i loro ministeri, si davano da fare per sostenerli ed i miei no.

Ebbi comunque varie offerte di lavoro, soprattutto nel settore privato (da tedeschi, americani, perfino indiani, ma mai da italiani) che mi hanno continuato a trattenere qui a Bruxelles. Che non sarà un capolavoro architettonico o urbanistico, ma ci si sposta abbastanza facilmente, si parcheggia ovunque e le macchine si fermano al semaforo rosso e alle strisce pedonali, che puoi attraversare ad occhi chiusi... E poi è una città che si trasforma, vive. Molte brutture degli anni sessanta stanno sparendo per dar spazio a moderni palazzi di indubbio gusto e funzionalità. Come del resto vivono e cambiano le grandi città: Parigi, Londra, Berlino, non Roma.

Morale: ho fatto male a lasciare gli States? Professionalmente sì, di sicuro. I miei compagni di università del M.I.T., anche europei, che sono rimasti là, magari diventando cittadini americani, sono professori, amministratori delegati, ambasciatori, direttori di istituti. Ci tornerei? Non credo, non mi piacciono le minestre riscaldate. E poi da “junior” che ero, in quattro e quattr'otto ormai sono diventato un “senior”, anzi di più, insomma troppo vecchio per ricominciare una carriera. Non so come ma non ho mai avuto l'età giusta! Non ho figli, che io sappia, ma se ne avessi gli consiglierei di guardarsi bene intorno tous azimouts prima di decidere alcunché. Di imparare svariate lingue straniere. In Italia siamo un disastro con le lingue e la cosa ci danneggia enormemente. E poi di non fermarsi mai troppo tempo nello stesso posto, né geografico né professionale. Di essere curiosi ed avere il coraggio di rischiare ma senza fare i Don Quixote della situazione e meno che mai i Sancho Panza.

Restare per sempre a Bruxelles dunque? Forse, anche se dopo quindici anni si è esaurito un po' l'effetto novità, la curiosità. Ma allora dove? Potendo scegliere, andrei in Asia, in una cultura diversa, ricca, nuova e per questo stimolante, in un paese che si stia costruendo un futuro, possibilmente democratico, e che non viva del fatto che i problemi non si risolvono “si pperò noi c'avemo er Colosseo”. Se avessi uno straccio di spunto, una opportunità lavorativa, una partner, lo farei subito. Tanto la pasta c' 'a pummarola 'n coppa, grazie alla globalizzazione, si trova dovunque. E forse lo farò comunque, anche senza lo spunto. Per invecchiare lì?

Non necessariamente, e qui vengo alle considerazioni finali: si parla tanto di identità, di radici, ma io non sento veramente di averne: sono italiano, ma mi sento anche molto americano, un po' scandinavo, un po' mitteleuropeo. E c'è tanto mondo da godersi nei così pochi anni che ci stiamo. Penso che potrei diventare anche molto indiano o cinese col tempo. Per poi magari andare a morire su qualche isola tropicale - tanto oggi c'è internet e di Robison Crusoe non ce ne sono più, e si può fare quasi tutto quasi dappertutto.

Più che radici, preferisco avere ali.

13 November 2009

Recensione film: Dallo Zolfo al Carbone (2008), di Luca Vullo, *****

Sinossi

La storia e le sofferenze degli emigranti siciliani in Belgio che il giovane regista Luca Vullo ha voluto raccontare in Dallo zolfo al carbone, documentario di 53 minuti che prende spunto dal Patto Italo-Belga del 1946, accordo firmato dal primo Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che con questa astuta mossa assicurava non solo un lavoro certo ai tanti disoccupati italiani, e nella fattispecie meridionali, ma anche una sicura fornitura energetica all’Italia in tempi di crisi post-bellica. La realtà dei fatti, quello che veramente è significato accettare quell’accordo, ci viene raccontata dalla viva voce, a volte rotta dalla commozione, a volte sorprendentemente energica, dei veri protagonisti della vicenda, coloro i quali nel dopoguerra erano bambini o ragazzetti e che, pane duro e coraggio, sono saliti su un treno e hanno raggiunto quelle preziose miniere di carbone.

13 May 1980

Salt mine and fine arts

Nativity scene made of salt

Salt reproduction of Leonardo's last supper
Today an unusual trip to a salt mine in the town of Wielicka. We are lowered about 80 meters into the earth's bowels by a crancky elevator and then proceed to walk for some five km underground, along the mines shafts and tunnels.

Pat picks up a cute girl from East Germany. Two in fact. Good luck.

Then back to Krakow, to visit the Museum of Fine Arts. Many many paintings by Italian artists, among whom a madonna with an ermine by Leonardo is the most notable.

01 May 1980

1 may: International Workers' Day celebration

Unfortunately today my folks have to fly home. So they will miss the great celebrations of international workers' day, especially important in a socialist country. Preparations have been underway for several days and the city is full of fancy decorations, ideological banners, red flags and big stars.
















Andrew at the HQ of the Communist Party


Marco with the school's flag



After taking them to the airport I return to school and join the SGPiS students for a long walk to downtown. Hundreds of thousands of people from all walks of life converge to the Marszalkowska avenue and parade in front of a grand stand with General Secretary Gierek, the Politburo of the communist party, the government, foreign diplomats etc. Stefan is with them, as representative of the students!

Warsaw is red today.

I take lots of pictures. At one point I want to take a picture of Andrew with his arms raised up in a parody of surrender in front of the headquarters of the communist party. It looks a bit ironic, we have been mocking the party aloud and maybe they heard and understood us? Anyway the zealous officer wants the roll of my camera. I am a bit upset and start arguing when Borzena comes along and persuades him to let us go. Phewww...

Romek
In the evening back to the parents flat to study for exams with Ann. At 11pm I prepare some spaghetti arrabbiata to appropriately see off a very red day! And a hot evening...