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01 October 2019

Festa nazionale, 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese

La prima cosa che mi ha colpito della grande parata militare organizzata a Pechino, dicono che sia la più imponente della storia della Cinam, non sono stati i missili e i carri armati. È stata una fotografia, anzi una gigantografia posta nel bel mezzo della piazza perché tutti la potessero vedere bene, di persona o alla televisione. Il ritratto a mezzo busto era quello di Sun Yatsen. Sun, il rivoluzionario che depose l'ultimo imperatore e fondò la Repubblica di Cina. Non la Repubblica popolare il cui anniversario si festeggia oggi, fondata da Mao il 1 ottobre 1949, ma la prima repubblica della nazione cinese, fondata nel 1912.

Ovviamente queste cose non sono mai casuali. Sapevo che il PCC aveva sempre rispettato Sun come un padre della patria, come del resto fa Taiwan, ma a Pechino dopo il 1949 lo scranno più alto, l'altare più sacro, sono sempre stati riservati a Mao. 

La mia interpretazione è che con Xi Jinping la Cina stia recuperando un'identità nazionale, di cui Sun è la massima espressione storica contemporanea per tutti i cinesi, anche quelli di Taiwan, che potrebbe prendere il sopravvento sull'identità socialista rappresentata da Mao. Oppure potrebbe essere un tentativo di cooptare il carisma di Sun nell'albero genealogico della Repubblica Popolare.

Il presidente Xi Jinping sta in piedi al centro della tribuna sovrastante la grande piazza Tiananmen (Porta della Pace Celeste), e indossa un vestito sullo stile Sun Yatsen. Invece tutti gli altri alti dirigenti, membri del Comitato Permanente del politburo, indossano un completo nero all'occidentale. Non è un caso neanche questo. Xi si presenta come l'erede di Sun.

Jiang Zemin siede pallido su una carrozzella, e Hu Jintao, capigliatura imbiancata da quando non è più presidente, stanno ai fianchi di Xi, ben distanziati.

A un certo punto Xi si allontana, scende dalla tribuna e prende posto, in piedi, in un'auto aperta, e inizia un lungo giro per passare in rivista missili, cannoni e truppe di esercito, marina e aeronautica.

Ci sono centinaia di migliaia di persone tra militari in parata e civili del pubblico. Non mi sorprenderebbe se si superasse il milione. Carri enormi, ciascuno di ogni provincia della Cina, scorrono festosi in fila indiana. L'occasione è solenne ma i carri assomigliano più a quelli di una festa di carnevale, come ne ho visti a Viareggio, a Nizza, in Belgio. Lo scrivo con rispetto, so che lo spirito è diverso. E poi i carri non sono mascherati, non in modo plateale almeno, anche se molto colorati.

Ogni carro porta una ventina di persone, tranne quello di Hong Kong, su cui salutano sì e no una mezza dozzina di ragazzi.

Scorrono anche carri festosi con grandi immagini di Mao, di Deng Xiaoping e poi di Xi Jinping, sempre un po’ in disparte.

Volano aerei militari in flyby, elicotteri con enormi bandiere appese sotto di loro, tenute dritte da grosse zavorre.

Arei da caccia, da trasporto, da avvistamento (early warning) anche aviocisterne da rifornimento in volo. E poi drones, ma questi ultimi sono mostrati a terra, montati su grandi camion, non in volo.

Passano infine enormi missili intercontinentali, alcuni dei quali mostrati per la prima volta in pubblico.

I soldati marciano al passo dell'oca, hanno un'espressione seria e determinata, alcuni direi minacciosa. Sembrano urlare a squarciagola, forse inni militari o slogan, ma alla televisione non possiamo sentire cosa dicono. Anche migliaia di soldatesse, vestite con giacche rosse e gonne bianche, che però hanno un aspetto più gentile, pur accollandosi pesanti armi automatiche come i colleghi uomini.

Tutta la manifestazione è incentrata sul leader, forse nasce un nuovo culto della personalità? Xi non è ancora un nuovo Mao, ma forse fra qualche tempo... La foto del grande timoniere è ancora lì, sul muro della città proibita, nessuno osa metterlo in discussione anche se oggi la Cina fa quasi tutto il contrario di quello che Mao predicava e faceva.

Ieri Xi è stato il primo presidente a visitare il mausoleo di Mao, dall'altra parte della piazza, non lo aveva mai fatto nessun altro leader il giorno prima della festa nazionale. Queste cose non succedono per caso.

02 March 2013

Recensione: "Il mio cuore è più stanco della mia voce" (2012 postumo) di Oriana Fallaci, ****

Fallaci in Vietnam
Sinossi

Prima il Vietnam, poi Città del Messico e infine la storia d’amore con Alekos Panagulis, eroe della Resistenza greca, simbolo dell’opposizione a qualunque regime liberticida. (Puoi leggere le sue poesie qui.) Dopo la pubblicazione di Un Uomo, Oriana riesce a creare un incantamento globale: vorrebbero essere come lei i tanti giovani e molte donne, per le quali la scrittrice rappresenta la realizzazione di un sogno.

In quegli anni Fallaci accetta i sempre più frequenti inviti a incontrare i suoi lettori stranieri, nelle città e nelle università del mondo. Questo libro raccoglie alcune delle sue conferenze di maggior rilievo, pagine rimaste finora inedite che rivelano il suo rapporto con la scrittura, la sua passione per la politica e per l’impegno civile, la sua “ossessione per la libertà”.

È il suo autoritratto più autentico, una sorta di manifesto in cui Oriana rivendica e difende con vigore il diritto a “stare dalla parte dell’umanità, suggerire i cambiamenti, innamorarci dei buoni cambiamenti, influenzare un futuro che sia un futuro migliore del presente” (dalla sovracoperta del libro)

Ad Oriana Fallaci  è dedicato un sito web.


12 November 2012

Recensione libro: In Pace e in Guerra (2004), di Enrico Mannucci, ****

Sinossi

I mezzi d'informazione propongono quotidianamente scenari di guerra, convenzionale e non, che richiedono l'utilizzo di forze speciali e quelle di più vasto impiego. Questo libro presenta un quadro completo dei reparti destinati a intervenire con varie funzioni nei diversi teatri di operazione che la cronaca propone. L'autore ne descrive la storia e l'evoluzione nel tempo, la struttura e l'organizzazione, i particolari compiti operativi nei quali ciascuno viene impiegato, l'addestramento, le armi, le attrezzature, oltre agli episodi più significativi o particolarmente drammatici in cui essi sono stati coinvolti, dalla Bosnia al Kosovo, fino a Nassiriya. Con un intervista a Francesco Cossiga.


Recensione

Un libro essenziale per saperne qualcosa di più sui reparti speciali delle forze armate italiane. Narrato con passione ma senza eccitazione, con conoscenza dei dati, delle persone, dei fatti. Ottimi i racconti delle esperienze sul campo ma anche i riferimenti storici.


03 May 2010

Il vecchio paradigma nucleare

Gli esperti di strategia, strana risma alla quale ho un tempo appartenuto, cercano spesso il sensazionalismo. Ciò è necessario per giustificare la propria esistenza come categoria, i convegni, le riviste, i viaggi, ed i soldi che vengono loro dati per scrivere articoli quasi sempre irrilevanti che comunque, per fortuna, non legge quasi nessuno. Insomma «the gravy train», un modus vivendi tutto particolare e comunque, lo posso dire per esperienza, meglio che lavorare...

22 August 2008

Recensione: La Quarta Sponda - La Guerra di Libia 1911-1912 (ed. 2007), di Sergio Romano, *****

Nascita e crescita dell'occupazione italiana in Libia
Sinossi

Considerata a lungo un episodio poco luminoso del nostro nazionalismo, la guerra italo-turca fu in realtà molto più complessa, e meno provinciale, di quanto possa sembrare. La vollero non solo i nazionalisti, ma anche i cattolici, buona parte dei democratici e persino alcuni socialisti. Per ragioni diverse suscitò consensi nella borghesia del Nord e fra i contadini del Sud. Giovanni Giolitti, allora primo ministro, la preparò forse controvoglia perché il Paese gliela chiedeva.

L'Italia che guardava alla "quarta sponda" come alla terra promessa andò alla conquista della Libia per ansia di riscatto, ma, attaccando l'impero ottomano, rischiava di riaccendere un braciere tutt'altro che spento, con focolai prossimi a nuove scintille (crisi marocchina e guerre balcaniche) e che sarebbe esploso, due anni dopo, nel primo conflitto mondiale.

Ho letto l'edizione del 2007 ma il libro è di esattamente 30 anni prima.


Recensione

L'Italia il primo paese ad effettuare un bombardamento aereo
Il libro è una descrizione puntuale degli avvenimenti che portarono alla conquista italiana della Libia, della campagna militare che ne seguì, e degli strascichi fino alla Grande Guerra, dove Italia e Turchia si ritrovarono di nuovo una contro l'altra. Il facile sbarco delle prime truppe, le alterne vicende dei combattimenti a terra, i negoziati di pace, il tutto viene trattato da Romano con la necessaria freddezza dello storico e con la meticolosità del ricercatore scrupoloso. Tantissimi i dettagli forniti, forse anche troppi da digerire per il lettore medio. Ma consola sapere che c'è tutto, o quasi, nel libro, che si legge con piacere ma serve anche da opera di riferimento cui tornare per rinfrescare la memoria.

Lettura piacevole ma che richiede un certo impegno e concentrazione, molto stimolante. Non molto utile invece il capitolo finale su Gheddafi, e destinato ad diventare obsoleto in breve tempo, al contrario del libro che probabilmente resterà valido nel tempo.

Utile anche un breve glossario alla fine, mentre come quasi sempre per i libri italiani manca un vero indice, c'è solo un indice dei nomi ed un sommario con titoli dei capitoli che comunque ne svelano il contenuto e facilitano la ricerca.



01 April 2007

Visit of the Vittoriale degli Italiani, home of Gabriele D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio was an iconic writer that polarized Italian literary critics during his lifetime and continues to do so decades after his death.

His home is still an incredible collection of stuff that made his life in peace and war.

The museum is worth a detour if you are around Lake Garda.



The MAS (Mezzi d'Assalto Siluranti), a highly successful family of weapon systems of the Italian navy in WW I and II.

Here is a model from WW I.

Pictures were not allowed in most of the home so here is a few I took where I could. You can find more pictures of additional items here on Wikipedia. His home was full to the brim with all kinds of art and mementos.

I feel close to him in his abhorrence of empty spaces. Horror vacui it was called, and I share it a bit in my home.


Italian warship Puglia

31 May 1994

Vital and National Security Interests After the End of the Cold War

This post is the introduction to a collective book I edited in 1994. You can buy the book on Amazon.



Synopsis

Since the end of the Cold War, a contradiction has developed in the way security problems are approached in Europe: on the one hand, there is a generalized tendency toward multilateral solutions to vital European security problems; on the other, a renewed nationalist trend has emerged in the foreign policy focus as many states on both sides of the former Iron Curtain. But this contradic­tion is only apparent and can be resolved if security in Europe is redefined such that vital security interests are no longer national interests, and national security interests are no longer vital. Furthermore, West European and American security interests are more inter­twined in the new geopolitical scenario that emerged from the dissolution of the Eastern bloc than they had been, and the former socialist countries increasingly share their interests as well.

Vital and National Security Interests After the End of the Cold War
by Marco Carnovale

Security Institutions in Europe after the Cold War

Since the Cold War began to fade into history, a wide interna­tional consensus has developed on the need for the establishment of an institutionalized international system of cooperative security. In Europe, this has been particular­ly true among Western states and the Soviet Union—and later also among the states emerging from its dissolu­tion. Soviet President Mikhail Gorbachev began talking about the desirability of building a `Common European House' rather early on in his tenure, and one of the most common phrases at the twilight of the Cold War was the need for a common security `architecture'.

More recently, Central and Eastern European (C&EE) states have been in the forefront of initiatives to overhaul the European institutional structure. To a significant extent, and despite excruciat­ing subsequent disappointments, this broad consensus on principles has shaped the foreign policies of major interna­tional actors. Conse­quently, it has also influenced the thinking on and the develop­ment of the diplomatic and military instruments which are intended to serve those policies.

The need for a profound restructuring of international security institutions has come forcefully to the fore since the 1989 democrat­ic upheaval in Eastern Europe and the subsequent collapse of the Eastern bloc, which marked the end of the Cold War. These epochal changes highlighted the increasing inadequacy of existing institutions, which had been created to cope with what have now become non-issues: the United Nations (UN) to manage the post-World War II global geopolitical reorganization; the North Atlantic Treaty Organization (NATO) to deal with the Soviet threat; the Western European Union (WEU) to forestall the danger of a resurgent Germany and to consolidate a special relationship between France and the UK; and the Conference on Security and Coopera­tion in Europe (CSCE) to mitigate various aspects of a conflictual East-West relationship. Also the role of the European Community (EC), initially concerned only with the integration of member states, has evolved to the point where the nascent foreign and security policy of the European Union (EU) that was inaugurated with the entry into force of the Maastricht Treaty on 1 November 1993 now includes a greater opening toward security issues outside of the Union itself.

The urgency for stronger international security institutions has been further emphasized by the disappointing realization that the end of the Cold War did not make Europe `whole and free'. Rather, it produced a new array of conflicts. As of late 1993, several new post-Cold War wars have either broken out or seem about to explode. In many parts of Eastern Europe, the end of communism has been accompanied not by the flourishing of democracy but mainly by the virulent revival of old, long-repressed cleavages. As several old Cold War problems have been solved (mainly in the field of arms control and confidence-building) new problems have developed, in economic cooperation, sub-regional arms control, human rights, ethnic disputes, border disputes, etc.

International institutions have been widely seen as the most appropriate instruments for dealing with these new problems. In the West, the reasoning has been that the peaceful management of post-Cold War transition from confrontation to cooperation would not have been possible without multilateral arrangements and the momentous break-up of the Soviet bloc. Post-Soviet and East European states themselves, emerging from the isolation of Soviet times, have been eager to join whatever forum the West has been willing to accept them in. Existing institutions have been earmarked for additional responsi­bilities and expanded member­ship, and new institutions, such as the North Atlantic Coopera­tion Council (NACC) have been created ad hoc.

Since the end of the Cold War, international security institu­tions have already evolved; the UN has been increasing­ly active in various parts of the world, so far with mixed results; the CSCE has considerably increased in membership thus becoming truly pan-European; the EU and the WEU have been given increased responsi­bilities, at least on paper; in NATO, the debate among member states over the adaptation of the organization's missions to changing circum­stances is still on-going. The thorny issue of expanded member­ship is still on the table, if somewhat more muted, after the Summit of January 1994.i In some cases, old European institu­tions are even being considered as models for new ones in other parts of the world (e.g. the CSCE, which is sometimes envisaged as a model for the proposed creation of a Conference for Security and Cooperation in Asia).

An additional argument in favor of the multilateralization of security policies is that as contemporary problems become intrinsi­cally multidi­mension­al they require a multilat­eral approach. The more security is defined in economic, political and social terms, beyond purely military considerations, the more individual states are likely not to be prepared to address the complex solutions single­handed­ly.

A final reason to push toward multilateralization in Europe is the sad realization that nationalism (whether it is real or, as is often the case, it is built-up spuriously around `imagined communi­ties'iii instead of real nations) is likely to be associat­ed with war. Such nationalism may be a cause or a consequence of war. Most often, and most dangerously, it is used by political élites as a catalyst for the channeling of military and other resources toward the achieve­ment of war aims.

The Re-nationalization of Security Policies

Paradoxically, while security institutions have gained increasing appeal and face more challenging tasks ahead, the end of the Cold War has also ushered in a trend toward reinforced national outlooks in the foreign and security policies of most major countries, both from the West and from what used to be the Eastern bloc. This trend has been caused by several factors, which vary from country to country, though there are some common denomina­tors. The main question which applies to all countries involved in European security affairs (broadly speaking, members of the CSCE) is: What do states and nations expect of interna­tion­al security institu­tions? The following paragraphs will aim to create a sort of `map' of political forces which are for or against additional security roles for international institutions. It will seek both to analyze how they might be intertwined and to assess their relative strengths and weakness­es. The analysis will cover the major countries from Western Europe, the United States, the Common­wealth of Indepen­dent States, and Eastern Europe.

In the United States, a strong bipartisan support has developed for continued American involvement in world security affairs through international institutions. At the same time, certain tendencies toward unilateralism and isolationism may be observed as well. Some have argued for a unilateral US role as the world's only superpower, able to persuade or compel all others to follow a policy of political democracy, free-market economy, and respect for the rule of law and human rights.vi In European affairs, the US has placed a strong emphasis on the UN and NATO, has been largely skeptical of the CSCE, and has displayed a thinly veiled opposition to a greater EU role in security issues; however, it has generally supported a stronger role for the WEU.

In most of Western Europe, prevailing political forces are still at least nominally in favor of an increasingly multilateral approach to security policies, but there is a lesser degree of consensus than before. Germany is a special case, and is addressed separately below. In the UK, a continued adherence to the Atlantic Alliance clashes with the British reluctance to contribute to the creation of a supranational European pillar within it. In France, a continued propensity toward national solutions contradicts a renewed interest in coordination with the US and NATO. In Italy, there is a continued consensus on the necessity of a NATO and European Union framework of reference, as well as a yet undefined and uneasy mix of nationalist ambitions in the Balkans and the Mediter­ranean.

More or less everywhere in the Western world, there is a diffuse if somewhat rudimentarily articulated feeling that the disappearance of the Soviet enemy means there is no longer any need for common security arrangements, much less for commitment to a common defense. Because the common Soviet threat no lomger exists, the reasoning goes, national priorities among the Allies now prevail over collective ones, and they just happen to diverge, thus requiring unilateral ways and means to address them.

There is abundant evidence of this in recent history—e.g. in the different perceptions among the major Western sates toward the crises in Yugoslavia, Somalia, Eastern Europe and the former USSR. In addition, domestic security problems, such as the survival of a viable national defense industry, are becoming more pressing, and politicians must tackle them on a national basis. Therefore, the proponents of this line of reasoning argue there is now a need to reorient Western security postures toward a revaluation of national instruments to be used for national purposes.

This sentiment becomes manifest in two ways: some argue for a straightforward renationalization of foreign policy in general, and of defense posture and procurement plans in particular. Defense budget cuts also contribute to impairing collaborative procurement pro­grams—though the laws of the economies of scale should suggest otherwise—as each state tries to save a propor­tionally greater slice of a shrinking pie for its national industry.
Others in Western Europe and in the US argue that collective defense arrangements must enlarge their member­ship or risk becoming out-of-date. According to this view, Eastern Europe is no longer a potential enemy, but a security cooperation partner to be integrated as soon as possible in Western security institutions. In some cases, however, this second view might be used by the advocates of the first to provoke a dilution of the effectiveness of interna­tional institutions in security affairs: the British advocacy of a quick EU expansion to the C&EE countries comes to mind.

For Germany, the issue is complicated by the fact that the process of renationaliza­tion of its foreign and security policy is part of the process of its recent re-acquisition of full national sovereign rights. Both processes have catalyzed a marked degree of national reassertion.vii German predominance in the EU has become more manifest, not only in the economic and monetary field, but also in foreign policy. The finest example of this was the diplomatic recognition of the indepen­dence of Slovenia and Croatia, which the EU adopted under strong German pressure—something which would have been unimaginable before reunifica­tion.

In 1992, the decision was taken to send troops out of German territory (for the first time since World War II) when they were earmarked to contribute to the UN operation Restore Hope in Somalia (albeit in a non-combat role). Whether Germany's new activism will be an expression of renewed nationalism or a contribu­tion to collective, multinational and institution­alized Western security policies remains to be seen. An important test-case will be the way Germany handles its increasingly assertive request for permanent member­ship (and right of veto) in the UN Security Council.

Much of the same that was said above with respect to Germany applies, mutatis mutandis, to C&EE and non-Russian former Soviet states. Germany had to accept limited sovereignty and mandatory military integration with the United States for forty years because it had been defeated in World War II. Eastern Europeans see the renationalization of their foreign and security policies as an instrument of emancipation from the forced integration they were subjected to under the Soviet Union's hegemonic influence.

The post-Soviet Russian government has been at the forefront of the efforts by former communist states to gain an increasing role, if not outright cooptation, into Western multilater­al security institutions. In this effort, it has been supported by a majority of opinion makers and security specialists in the country.viii At the same time, again as a result of the rebirth of the Russian nation after the collapse of the USSR, there is an on-going renationaliza­tion of Russian foreign and security policy. Moreover, nationalism in foreign policy is perceived by many in Moscow as a means to maintain world-power status without being forced to compete with the US according to Western rules. More recently, nationalism in security policy has been a tool in the hands of conservatives and would-be restorers of autocracy, who have argued that both the Gorbachev and the Yeltsin leaderships have been selling the country out to the West.

Economic failures, the lack of decisive Western aid, and recent disagree­ments over the role of some international institutions in world crises (most notably in the ex-Yugoslavia) have dangerously reinforced this trend. Whether and how Russia will contribute to the institution­alized and multilateral management of European security in the future will depend to a large extent on the outcome of this domestic political struggle. In short, this struggles resembles the historical juxtaposition between Westernizers and Slavophiles, which has shaped so uch Russian history since Peter the Great. Successful reforms, coupled with effective Western aid, will likely produce a victory for the Westernizers, and this will result in a more internation­ally cooperative and multilaterally-oriented Russia. On the contrary, ineffective or half-hearted reforms, and/or insuffi­cient or ineffecient aid will make a victory of some combination of Slavophile forces easier, and would likely produce a more inward-looking and nationalist attitude.

Much as in Eastern Europe, nationalism in foreign and security affairs has been an instrument of nation-building in many non-Russian ex-Soviet republics. The Central Asian republics have shown a propensity to retain close ties to Moscow. The newly indepen­dent Caucasian and European states initially displayed greater national assertiveness, but were later forced to revise their position and they, too, are again rebulding security connections with Russia. The viability of these national choices remains to be seen, however, and it is hoped that national identities will develop in an institutionally coopera­tive context rather than through the assertion of mutually incompati­ble national claims. The challenge for the West (and for those Western states, like Turkey, which have the greatest influence in that region) is to assess what, if anything, can be done to channel national debates in some of the major non-Russian ex-Soviet states toward the exploitation of the best opportuni­ties for a cooperative rather than a conflictual approach to multilateralism.

Thus, the end of the blocs in Europe has not brought about, a romantic cultural renais­sance of pre-Yalta European nations as some naïvely hoped after the revolutions of 1989. Rather, it has resulted in the revamping of national perspectives that might lead to a network of incompati­ble and therefore conflictual claims. In some cases, this is the myopic resurgence of narrow-minded political chauvin­ism, often masqueraded behind the old spiritual and moral values which for centuries pitted Europeans against Europeans in a tragic sequence of negative-sum wargames.

National and Vital Security Interests in Europe

Like most political paradigms (both domestic and interna­tional) the concept of `national interest' has changed since the Cold War. This is especially true in security affairs. Despite the rather bleak picture presented in the preceding paragraphs, there do exist genuine national interests which are perfectly compati­ble with a cooperative multination­al approach to security. These may be economic interests (e.g. milk or steel production capacity; or agricultur­al import quotas in the EU). They may be related to the environ­ment (e.g. the regulation of international transit rights for cargo, or control of pollutants that are not usually very respectful of national borders).

National interests may also be political, as country A may jostle for political advantage vis-à-vis country B by establish­ing special bilateral ties with country C, (e.g. to push its export products, to obtain special access to C's economic resources or technologies or to foster the rights of its affiliated ethnic community in country C). Finally, there may even be military-related national security interests, as might be the case in future contingen­cies similar to the Falklands war, the US-Libyan clashes of 1981 and 1986, and the US intervention in Grenada or Panama. But the national interests involved in this type of operations can hardly be described as vital.

The interests described in the preceding paragraphs are definable and defensible at the national level, but they are not vital. In light of this contradic­tory trend to look at security problems from an international perspective while nationalist pressures build, it seems appropriate to refer no longer to `national' security interests, but, rather, to `vital' security inter­ests in the contempo­rary Europe­an land­scape.

The most fundamental vital interest for post Cold War Europe­an states remains the protection of the physical safety and territorial integrity of nation states against the danger of attack from resur­gent, residual or wholly new military threats—including internal threats from within existing states. While the Soviet threat is gone, a variety of actual or potential military threats still exists. Newly independent Russia seeks to become a security partner today, and in some circumstances it has proved that it is able to be one, but it is far from certain that this will be true in the future. While the danger of post-Soviet prolifera­tion is usually exaggerated in the press, other nuclear powers might emerge from the ashes of the USSR. The proliferation of weapons of mass destruction is a distinct possibility around Europe's southern periphery. Any of these develop­ments could threaten the vital security interests of European states. As for threats from within existing states, the example of Yugoslavia speaks for itself: while not likely to be replicated in the same scale, it might not be the last European state to break-up violently, and the repercussions might yet be felt outside of Yugoslavia itself.

The second vital interest is to maintain a minimum standard of living and economic development. This implies, among other things, the preservation of a free market economy, unimpeded access both to sources of raw materials and to foreign markets, and freedom of navigation over the high seas. Recent events in the Gulf have demonstrated (if there had been any doubt) that the defense of this vital interest can not quite be taken for granted even after the end of the Soviet threat to NATO sea-lines of communication.

The final, and most important, vital interest lies in the protec­tion of the Western way of life. Despite all its shortcom­ings, is increasingly accepted as a pan-European model. This translates into the preservation of a pluralist democracy, which in turn means freedom of movement for people and informa­tion (and hence open borders) but also support for the social order of civil society (and hence regulation of migration flows).

Other formulations could be devised, but the above are by and large what the general consensus within the Western civiliza­tion has come to define as `vital interests'. But these are not synonymous with `national' interests; none is nationally definable or defensible, by any state, but especially not by European medium powers. The following paragraphs will discuss why this is true now even more than during the Cold War.

When two blocs divided Europe, Western nations had to join up forces to counter the Soviet Union. The possibility always existed, however, that one or more could try to strike a deal with Moscow, in extreme circumstanc­es, for example in order to avoid the escalation of nuclear war on its territory. This possibility applied to the Allies on both sides of the Atlantic: the US at times feared that the Europeans might rather be `red than dead'; the Europeans feared that the US would fight a limited war in Europe but not challenge the Soviets to the point of a reciprocal nuclear exchange. Such fears were based on rational calculations of national interests which took into account the probable behavior of con­cerned parties, bona fide allies as they might have been. Today, sources of resurgent, residual or new threats (nuclear, conventional, or anything in between, as they might come) are unlikely to be as amenable to the same rational thinking as was the centralized and monolithic Soviet state; hence, it is unlikely that the freedom of `opting out' would still be available to any party in a future continen­tal crisis.

A discussion of increasing international economic interde­pendence is beyond the scope of this chapter; suffice it to say that the end of the Cold War has opened far greater opportunities for international economic exchanges and therefore for growth. As recent vicissi­tudes in the Gulf have demonstrated, however, free access to raw materials must sometimes be guaranteed by collective efforts, including by means of armed force. On a different plane, the GATT negotiations demonstrate how, mutatis mutandis, an equal degree of collective political commitment is necessary to ensure free access to markets, the other essential ingredient of world economic growth and prosperity.

As for the third of the vital interests considered here, during the Cold War, it was possible, indeed obligatory, to protect democracy in the West while avoiding any determined effort to promote it in the East. Today, without the Iron Curtain, consolidating democracy in the East is increasingly becoming a pre-condition for maintaining it in the West. Indeed, as European borders are wide open to flows of people and information, it would be utopian to think that a privileged island of prosperity and freedom can be maintained only in selected parts of the continent. Again, multilateral effort are indispens­able, for it is unthinkable that any single state, however influential, could pursue such an ambitious goal single-handedly.
The foregoing does not suggest that national interests no longer exist in Europe today; nor does it lead to a prescription of exclu­sively multilateral solutions. There are interests that can and should be defined at the national level, just as there are other interests that can be defined at the regional, provincial or municipal level. In fact, it is not a coincidence that this time of increasing nationalism is also a time of increasing demand for regional and local autonomy throughout Europe, both East and West.

What is sometimes referred to as the rebirth of `national­ism' in reality is often tribalism, parochialism or fanaticism decorated with a patina of religious fervor. In post-Cold War Europe, the nation-state is in some cases as much in crisis than international alliances and organizations, if not more so. More Europeans are rediscover­ing the value of local autonomy than are revamping that of national independence. The recent support build-up garnered by Flemish separatists and Northern Italian secessionists are the latest additions to what seemed to be the isolated exceptions of Northern Ireland and the Basque Country. The nineties are more likely to go down in history as a decade of threats to nationhood than as a decade of nation-building.

Multilateralization vs. Renationalization of Security

The preceding section has argued that national approaches are not adequate for the defense of post-Cold War vital inter­ests, both in Western Europe and in what used to be its political antago­nist. Therefore, there is a need for a renewed multination­al effort directed toward the solution of the new challenges to those interests, especially when it comes to security and de­fense. The major challenge in contemporary European security, then, is not whether, but how to make interna­tional security most effective to address current risks (which are more likely and more controversial than those of the Cold War) before they degenerate or escalate to uncontrollable levels of vio­lence.

Assuming that the future harbors the need for a multination­al approach, the question arises as to how to pursue it. Two basic avenues are possible: the first is that of ad hoc coali­tions, in which, states reserve the right to act on a case-by-case basis.xii The advantage of this type of multilateral action is that it is easier to achieve, as it does not demand any renunciation of national sovereignty by those states which agree to take part in it.

An approach of this kind was adopted in the multilateral response to the Gulf crisis of 1990-1991. It might suffice in extreme circum­stances, such as those which are most threaten­ing, least controversial but also least likely (e.g. the Gulf). But the international community (or even just the Western community) will not enjoy the luxury of operating under such clear-cut circumstanc­es very often. It is more likely that most future security threats will be less extreme, and therefore more controversial. In these cases, improvisa­tion might be risky, and there is a greater need to develop a set of pre-arranged criteria, rules, and standard operating proce­dures; in other words, there is a need for an institution­al­ized approach.

One example in which an improvised decision-making process has failed tragically is the crisis in Yugoslavia. The perceived security threat has been considered (rightly or wrongly) as less than an extreme danger by the US and by Western Europeans (but also by most C&EE countries). Institutions have not been empowered with either the political and legal mandate or the necessary instruments to intervene effectively. Ad hoc collective arrangements have turned out to be half-hearted and failed.xiii States have pre­ferred a largely national approach, and the result has been a nearly complete failure.xiv Some states (as well as journalists and scholars) have unfairly blamed various institu­tions for this failure. There is certainly much that needs to be done at the UN, in NATO and most of all in the EU/WEU to make those organiza­tions better fit to deal with future challenges. But the main responsibili­ty for interna­tional institutional failure rests with the govern­ments of member states which, unlike in the Iraq/Kuwait case, did not put the instruments of those institutions in a position to act effective­ly.

Conclusions

International security institutions are indispensable for an adequate approach to the post-Cold War security problems of Europe. One does not need to be an `idealist of the post-Cold War mend-the-world school'xv to realize that no single state can address, let alone begin to resolve, the complex intricacies of resurgent nationalistic cleavages, civil struggles and potential conflagrations across borders. This emerges with sobering clarity from most of the chapters presented in this volume. Nevertheless, because of the new strength gained by old pre-Cold War (rather than new post-Cold War) thinking, multilateralism is still all too often seen as an unaffordable luxury.xvi But it is Realpoli­tik, not idealism, which calls for a wider and more structured pattern of interna­tional cooperation in order to best serve the vital interests of European democracies (both old and new).xvii It would be naïve idealism to presume that those interests can be served through the romantic restoration of the nation-state to its pre-Cold War preroga­tives, cultural, political or moral as they may be.

To pursue this multilateral approach, all countries of Europe (but the principal responsibility inevitably falls upon Western Europe) need to both deepen and widen international security cooperation. In this, Europe does not have to start from scratch; much was done during the Cold War which can still be utilized if it is properly built upon. NATO is the obvious place to start to maintain a collective security and collective defense apparatus, the first of the three vital interests considered in this study. The WEU has been revived after the end of Cold War, and there is no question that, in time, it might work as the future European pillar of the transatlantic alliance if the political will is there to make that happen. The member states of these two organizations (together, but not individually) clearly possess the necessary military, technolog­ical and economic resources to face the new risks of the post-Cold War world in which Central and Eastern Europe in no longer an enemy but an increasingly effective security partner.

As of mid-1994, however, partnership with the former Eastern adversaries is still fragile. Collective security bridges to Eastern Europe are being built, among others through the NACC and the WEU's Forum for Consultation, but success is not guaranteed. It is not enough to pile economic, military, and technologi­cal resources, to organize conferences and sign agreements. There is a much deeper need to build up political coherence among states and peoples which have long been suspi­cious of and estranged from one another. This will take time, but there is no reason to think that the successful construction of a collective security system in Western Europe in the 1950s and 1960s could not be replicat­ed, in the late 1990s and beyond, across the whole continent.

The second vital interest has been defined here as the mainte­nance of unimpeded access to raw materials and the fostering of market economy. Here, too, there are useful precedents that make good examples: the energy sharing schemes of both the Internation­al Energy Agency (IEA) and the EU have proven largely success­ful. The European system of pipelines guarantees that energy security is a preeminently international end, which will require international means to achieve and maintain. They could be further improved to guarantee access to primary sources and provide a safety net in case of emergency.
Here, too, there is a need to expand the multilateral approach to Eastern Europe. Again, there is some degree of similarity to what was done in Western Europe in the 1960s, 1970s and 1980s, when the democracies, threatened by rising prices and the two oil crises, effectively overcame their narrowly defined national interests in order to foster the common good.

The strengthening of democracy, the on-going gradual opening of frontiers to movement of goods, people, and ideas strengthen democracy, the third vital interest considered in this paper is concerned. The CSCE and the Council of Europe have contributed to achieve this, and their further strengthening will be useful to accomplish more. But their action, particularly in the case of the CSCE, will need the backing of adequate military force by other institutions if necessary.

Unlike during the Cold War, when the West had to close its eyes to human rights violations because of overrid­ing security concerns, ignoring violations of those human rights today can be a determinant to political instability. During Cold War, stability was a synonym for preservation of the status quo; today, on the contrary, stability can only be maintained through a careful management of change, and there is a change toward increased democracy; change must be actively assisted.

Implications for the Atlantic Alliance

The broad conclusion that emerges from this analysis for North American and European vital interests (as defined in this chapter) is that they are even more inseparable after than they were during the Cold War. It is becoming increasing­ly evident, as argued in several chapters in this volume, that Europe is less than fully prepared to act alone if the US does not lead. It is also evident that the US is not ready to act alone (whether because it can not afford do so—politically or militari­ly—or because domestic politics will not allow it) if Europe does not contribute significantly. If the US can not face post-Cold War security challenges unilaterally, it would be preposterous to think that others can.

Therefore, in the context of the debate over a new European security identity, a true post-Cold War `Europeanist' is an Atlanticist. Because Western Europe is still far from reaching the point where strategic independence from its Atlantic partners is a viable option, an alleged supporter of a European security policy or defense identity who advocates that it be distinct from a North American one is more likely to be a nationalist in disguise.

In recent cases where real post-Cold War security challenges had to be met (e.g. the Iraqi aggression in Kuwait, simmering threats of nuclear and missile prolifera­tion, the break-up of the USSR and Yugoslavia) one lesson has emerged clearly: when the US has become involved, the Europeans have acted; when the US has been recalcitrant, Europeans have hesitated. This will likely be a pattern for the rest of the 1990s and beyond.

Yet, to call for a continued Euro-Atlantic security partnership is not to advocate its immutability. It has changed in the past, and, after the revolutions of 1989-1991, it must change again. While the US inexorably reorients much of its political and economic attention toward the Pacific, Europeans must take up a greater share of both burden and responsibility for the handling of Atlantic security. This means Europeans must expand their security horizon, not contract it as they have gradually been doing since World War II. If Europeans continue to retreat and narrow their security focus to national interests, they will not be able to protect their vital inter­ests.

To assume greater responsibilities in a wider security horizon, Europeans have no choice but to act together, selecting and reinforcing the appropriate institutional military and political instruments as needed. For most Western Europeans, this increased role of international institutions has the additional function of keeping the US involved in European security affairs. In addition, some institutions continue to be the venue for Western Europeans to integrate their own foreign and security policies and postures, implement burden-sharing, build coalitions on an ad hoc basis, and exchange information.

The US, of course, can protect its vital security interests on a national basis to a somewhat greater extent than Europeans can, but not much more; it also requires multilateral political legitimation and allied military cooperation for the protection of its interests, in Europe and elsewhere. In the past, the US has sometimes been less than forthright about its position vis-à-vis the formation of a European identity in foreign and security policy.xix It might be helpful if this ambiguity were soon resolved in favor of an unequivocal recognition that increased European commitments (political, economic, and military) will earn additional European responsi­bilities in the transat­lantic decision-making process on security affairs.

In sum, there is an urgent need for what has been referred to as a `new partnership' between the US and Europe (initially Western Europe). This is necessary to keep the transatlantic alliance strong in these rapidly changing times, and it is therefore also a pre-condition for a fruitful expansion of this historically success­ful partnership eastward. Only a strong and renewed Western alliance will be able to satisfy the quest for collec­tive security (and perhaps, later, collective defense) that is coming from its erstwhile adversar­ies in C&EE and in the former Soviet Union.

20 February 1992

Letter on nuclear proliferation to the Editor of the International Herald Tribune

Regarding "Nuclear Proliferation Will No Longer Be Stopped" (Opinion, Jan. 30) by William Pfaff:

While nothing in history is forever, nonproliferation policies have made a difference. It was commonly believed in the early 1960s that there would be at least 25 nuclear states in 20 years' time. Today there are only six. Whether deterrence may work or not in the future does not depend on the size of the parties concerned but on their political stability, their interest in not altering the status quo, and their leaders' rationality, some or all of which would be wanting in most new nuclear aspirants. An "isolated event" like a nuclear war somewhere in the Third World that might hit cities, or nuclear power plants, would surely not be as tragic as an all-out nuclear superpower confrontation. But immediate and delayed effects could cause death and destruction quite comparable to the holocaust. By far most non-nuclear states do believe that they are better off without nuclear weapons, and they are making no effort to acquire them. A few, significant ones do, but they are increasingly isolated because of that. Nonproliferation policies have proved to be far from flawless, but they have contributed to slowing down the spread of nuclear weapons. Recent revelations about incipient nuclear programs around the world call for the further tightening of those policies.


Published on the IHT on 20 February 1992

13 November 1991

Mosca: Incontro con P, esperto russo di disarmo

Mi racconta la sua visione della situazione in Europa.

Unione di sicurezza possibile con Ucraina e Belorussia, anche se ostacoli nel breve termine. Non è certo che Eltsin sarà adatto come leader politico, è un buon rivoluzionario ma non uno statista. Anche per Gorbaciov però non sarà possibile avere più che un ruolo simbolico. Più probabile una svolta autoritaria, oggi c'è molta richiesta per una "mano forte", ma non per un pensiero chiaro, che invece sarebbe più necessario.

Ruzkoi, il vice presidente, potrebbe succedere a Eltsin in primavera, Eltsin soffrirà politicamente dell'inverno difficile. Sarebbe stato più facile per lui iniziare le riforme prima, quando la popolarità era alle stelle, ora sarà più difficile.

La Russia e le repubbliche centro-asiatiche avranno difficoltà ad essere alleate nel lungo periodo. Ci sono troppe difficoltà nella visione dello sviluppo futuro nelle rispettive società. In Asia c'è un crecente fondamentalismo islamico, che porterà quelle repubbliche più vicino all'Iran. L'unione economica sarà più facile, gli interessi sono complementari.

La Russia ha ritirato non solo tutte le armi nucleari, ma anche tutto l'equipaggiamento corazzato pesante dal Caucaso. Dall'Ucraina sono state ritirate le testate dagli ICBM mentre si sta procedendo al ritiro delle tattiche che è ancora in corso. Nel Kazakhstan le testate nucleari tattiche sono custodite in zone popolate da russi, se i Kazaki tentassero di prenderne possesso si rischierebbe la spaccatura della repubblica, abitata in prevalenza da russi al nord e da kazaki al sud. I lucchetti di sicurezza esistono su tutte le testate (più o meno moderni), ma potrebbero essere neutalizzati da capaci ingegneri, mentre sarebbero efficaci contro eventuali furti da parte di terroristi o altri fanatici. É convinto che il presidente ucraino Kravchuk si debba mostrare più interessato alle testate nucleari di quanto non sia veramente per motivi politici interni. Difficile che insisterà troppo al di là del diritto di veto.

L'Occidente ha sbagliato a non insistere con i paesi baltici perché firmassero il TNP, e si impegnassero a non superare pro-rata le rispettive sotto-quote di zona per il CFE. Avrebbe costituito un precedente utile per l'Ucraina. Ciononostante la soluzione politica è probabile, perché è nell'interesse di tutti. La somma delle forze armate di tutte le repubbliche indipendenti sarà probabilmente inferiore al totale sovietico nel CFE.

05 November 1991

7° g - 5 NOV: incontri con militari, statistici, giurista

La strada principale di Tirana collega la Piazza Skanderbeg all’università, uno dei tanti edifici italiani costruiti nei pochissimi anni che abbiamo occupato il paese alla vigilia della seconda guerra mondiale. A distanza di mezzo secolo ben poco altro è stato fatto. A parte file di grigi casermoni di stampo sovietico, il centro pulsante di Tirana è essenzialmente ancora oggi quello lasciato dall’Italia. Molti edifici, oggi ministeri, un albergo, l’università, richiamano lo stile dell’epoca, una specie di mini EUR in Albania.

24 September 1991

Il Dopo Golpe in URSS

Uno strano Golpe

Il colpo di mano non è stato portato avanti con convinzione. Non appare chiaro, neppure in prospettiva, cosa gli otto volessero fare. Molte domande probabilmente resteranno senza risposta. Perché non hanno arrestato Eltsin e gli altri leader progressisti (solo il KGB ha brevemente rapito il capo dei sindacati liberi la mattina del 19 Agosto), ma anzi li hanno lasciati liberi di muoversi ed organiz­zare la resistenza? Perché non hanno disturbato le trasmissioni radio occidentali, che si sono rivelate la fonte più preziosa di informazioni per i moscoviti ed i leningradesi (oltreché per lo stesso Gorba­ciov)? Perché non hanno interrotto le comunicazioni telefoniche nazionali ed internazionali? non hanno chiuso le frontiere? hanno lasciato operare indisturbati i media internazionali? e la lista potrebbe continuare. Pensavano forse, con questa parvenza di legalismo, di guadagnare una qualche legittimità interna o internazionale? Forse sí, e almeno nel secondo caso ci sono andati abbastanza vicino a giudicare dalle reazioni immediate dell'Occiden­te (vedi oltre).

Il golpe in sé però non è stato una completa sorpresa per gli addetti ai lavori. Un colpo di mano dei militari, dell'apparato del PCUS e del KGB era stato paventato da molti studiosi nella let­teratura scientifica da più di un anno, sia in URSS che fuori. Proprio alla luce di questo pericolo, il leitmotif dell'atteggiamento occidentale verso l'URSS era stato di allungare il più possibile il corso politico e la carriera personale di Gorbaciov, cospargendolo di allori. Motivo di ciò il grande coraggio, ed i successi, di Gorbaciov in politica estera. Ad essi si deve anche la distanza presa in Occidente, pur con differenze, dai golpisti; mai in passato i governi e le opinioni pubbliche avevano preso posizione contro un cambio di regime in URSS (o in altri paesi comunisti). Si ricordi il 1964 con la destituzione di Khrushchev, o gli intrighi tra i membri del politbjuro degli anni '50, gli intrighi di palazzo nella Cina del dopo-Mao che lasciavano il resto del mondo indifferente.

Questo atteggiamento occidentale forse è stato anche utile fino all'inverno 1989-1990, cioè fino a quando Gorbaciov, nonostante la crescente impopolarità, poteva farsi forza del fatto, che non si stancava mai di ripetere, che non c'erano alternative proponibili al suo programma "centrista". L'alternativa in realtà c'era, ed era la restaurazione che i più, in URSS e fuori, temevano. Tuttavia, fino alla risurrezione politica di Eltsin nel 1989, la disillusione prodotta dal fallimento delle riforme economiche si traduceva in un diffuso appoggio popolare a chi sosteneva che col vecchio sistema, per quanti problemi ci fossero, almeno c'era stabilità sociale, il paese era (anche se solo apparentemente e forzatamente) unito, e c'era un minimo di sicurezza per il sostentamento (anche se a livelli sempre più bassi). In questa situazione, il sostegno occidentale rafforzava la leva politica interna di Gorbaciov.

Con l'inverno 89-90, però, i successi di politica estera non bas­tavano più a frenare il crollo della popolarità di Gorbaciov, e la perestrojka economica, cioè il tentativo di tenere in vita il meccanismo comunista con iniezioni disordinate di mercato, appariva definitiva­mente fallita. Cresceva la nostalgia delle masse per il minimo garantito dal vecchio sistema agonizzante. Tuttavia si profilava, per la prima volta nella storia russa, un'alternativa alla res­taurazione: l'abbandono del comunismo, propugnato dal leader politico che rapidamente diveniva il più popolare del paese, Boris Eltsin. Nel corso del 1990 e del 1991 lo spazio del centrista Gorbaciov si restringeva di giorno in giorno, ma adesso a vantaggio di Eltsin, dapprima ostracizzato dal PCUS e poi uscitone al 28 Congresso del partito nel 1989, e non più dei restauratori.

Ciononostante, Gorbaciov continuava a trattare i proponitori di riforme più radicali (i vari Abalkin, Shmeliov, ecc.) come temerari, e li frenava. Il Congresso dei Deputati del Popolo, ancora dominato dai conservatori in base alle quote assicurate al PCUS e affiliati nelle elezioni del 1989, li considerava degli irresponsabili, e li bloccava. I pochi imprenditori che si avvantag­giavano degli striminziti meccanismi di mercato introdotti (per esempio le cooperative) erano tacciati di essere avventurieri o, peggio, in russo, "speculatori" cioè una sorta di nuovi sfruttatori del proletariato; le strutture statali li ostacolavano come potevano, amministrativamente e fisicamente.

In questo contesto, il golpe si interpreta come il colpo di coda dei restauratori che sapevano di essere già deboli ma sapevano anche che il fattore tempo giocava contro di loro. Il semplice tornare indietro diveniva, grazie al vaso di Pandora aperto dalla glasnost, che aveva rivelato i lati peggiori del Brezhnevismo, sempre più improponibile. Alternativamente, andare avanti sulla strada di Gorbaciov, ma magari più gradualmente per attutire l'impatto delle inevitabili dislocazioni sociali nel passaggio al capitalismo, non avrebbe risolto alla radice i problemi. Inoltre, non era abbastanza per convincere le masse, e con la glasnost le masse contano più nel 1991 che nel 1917. Infine, la violenza bruta per reprimere gli scontenti non bastava più. Non si sarebbe trattato qui di massacrare qualche centinaio di giovani audaci, come fu per i cinesi a Tiananmen: come dimostrato dai fatti d'agosto, una repressione armata portata avanti con convinzione non sarebbe stata né rapida né facile: si sarebbe scontrata con le masse di tutte le città dell'Unione, e sarebbe probabilmente stata la guerra civile.

Tuttavia, dalle elezioni di Eltsin a presidente del Soviet russo (aprile 90) in poi, era chiaro che c'è un'alternativa praticabile alle mezze riforme della perestrojka: non andare indietro, e neanche rallentare, ma andare avanti a tutto gas, fare il salto nel buio. I rischi erano e rimangono enormi, ma c'era la speranza di un cambiamento reale, di poter migliorare. Era anche chiaro che questa alternativa godeva di larghissimo consenso popolare che aumentava man mano che si continuavano a rimandare i passi decisivi. Oggi, questa speranza è in parte fondata sull'illusione che dalla situazione attuale non si può che migliorare; sull'importanza di questa illusione per il futuro ritornerò in seguito.

Reazioni internazionali

Nel complesso, a parte la patetica euforia espressa per poche ore da Gheddafi, Arafat, Castro e Saddam Hussein, e la malcelata soddisfazione dei cinesi, il golpe non ha raccolto i consensi e neanche l'acquie­scenza che forse gli autori si aspettavano. D'altro canto, non c'è stata neanche l'opposizione decisa che la sua illegalità avrebbe meritato. Nelle prime ore, l'Occidente, con l'eccezione di Gran Bretagna e USA, è stato a guardare, attonito.

Per esempio, si è registrata una certa passività da parte italiana, con De Michelis che la sera del lunedí del golpe, ad una domanda su che posizione avrebbe preso l'Italia, prudentemente rispondeva solo che Roma avrebbe "aspettato una decisione europea", senza peraltro neanche dire quale sarebbe stato il contributo italiano alla formazione di tale decisione. É stato probabilmente alquanto singolare, dal punto di vista degli osservatori stranieri, che siano stati la Presidente della Camera, la (ex-)comunista Iotti, ed il radicale Pannella ad elogiare il presidente (Repubblicano) Bush e il Premier (Conservatore) Major per essere stati i primi a prendere una posizione chiara contro l'inco­stituzionalità del golpe.

Neanche il giorno dopo i ministri degli esteri dei dodici prendevano una posizione netta, limitandosi alla sospensione degli aiuti economici promessi; si sarebbe almeno potuto dire che non si riconosceva la giunta (se questa avesse vinto si sarebbe sempre fatto in tempo a riconoscerla in seguito, così come si è fatto in passato con tanti regimi autoritari altrove). Invece, anche la posizione comunitaria è stata improntata al temporeggiamento. Se non sorprende la non inusuale passività italiana, deludente è stata anche quella tedesca, solo in parte giustificabile dalla necessità per Bonn di continuare, comunque e con chiunque, a far defluire le rimanenti 300.000 truppe sovietiche dal proprio territorio.

Più tempestività da parte americana e inglese, (giustifacata forse da maggiori informazioni sulla debolezza dei golpisti di quante non ne avessero gli altri europei?) che hanno forse contribuito ad indebolire ulteriormente la base di appoggio già traballante dei golpisti. Già poche ore dopo il golpe, Bush e Major sospendevano tutti gli aiuti all'URSS. Circa 24 ore dopo il golpe Washington dichiarava di non riconoscere il nuovo governo in quanto incostituzionale. Informato det­tagliatamente sugli sviluppi interni ed esteri tramite la BBC e Voice of America, il popolo russo è stato incoraggiato a seguire Eltsin in quello che è stato una sorta di contro-golpe, durante e subito dopo il quale il presidente russo si è subito arrogato molti dei poteri lasciati di fatto vacanti dalla prigionia di Gorbaciov.

Il controllo delle forze nucleari

Molto si è detto riguardo al problema del pericolo di un'even­tuale perdita di controllo centrale delle circa 30,000 testate nucleari sovietiche in caso di distacco delle repubbliche o di stravolgimenti al vertice politico del paese. In realtà questo pericolo è stato esagerato nella stampa italiana, mentre dopo un primo momento di smarrimento nei giorni del golpe è stato general­mente ridimensionato in quella internazionale.

Una notizia che forse più di ogni altra ha preoccupato gli Occidentali nelle prime ore del Golpe è stata che i golpisti avevano sottratto a Gorbaciov la valigetta con i codici per l'armamento delle testate nucleari sovietiche. Queste preoccupazioni sono state generalmente esagerate, ed infatti i comandi militari americani, i più interessati e dettagliatamente informati, hanno sempre negato che esistesse motivo di preoccupazione. I paragrafi che seguono vogliono fornire un sintetico inquadramento cronologico su come i sovietici hanno curato la custodia delle armi nucleari.

Il controllo delle testate nucleari sovietiche è stato nelle mani del KGB sin da quando l'URSS iniziò gli studi di fattibilità sulle armi nucleari nel 1943. Il controllo del KGB rimase assoluto fino al 1953. Alcune fonti dicono che sia stato Stalin in persona a volere ciò in quanto non si sarebbe fidato di altri. Nel 54 la produzione delle testate venne devolta al Ministero delle Macchine Utensili, ma il KGB continuava a custodire i prodotti finiti ed a curare il loro trasporto.

L'esclusività della custodia venne solo parzialmente diluita verso la metà degli anni settanta, quando i primi missili intercon­tinentali a combustibile solido furono messi in stato di allerta (e quindi dovettero essere caricati delle testate) 24 ore su 24. Gli ufficiali della Forza Missilistica Strategica (la più prestigiosa delle forze armate sovietiche) operavano i centri di controllo del lancio assieme agli ufficiali del KGB, che mantenevano ciascuno il proprio canale di comunicazione riservato con Mosca. Di norma, 2 ufficiali KGB e 2 della Forza Missilistica controllano ciascun centro di lancio. Fino agli anni settanta nessuna testata nucleare era spiegata fuori dal territorio dell'URSS, poi ne sono state spiegate in Europa orientale, anche se non si sa esattamente da quando.

Già nel 1962 gli USA offrirono ai sovietici i meccanismi di controllo elettronici che erano in via di installazione nelle testate nucleari americane in Europa (i cosiddetti PAL: Permissive Action Links), ma i sovietici rifiutarono. Nel 1965 la Commissione presi­denziale sulla proliferazione (Commissione Gilpatric), suggerì al presidente Johnson che sarebbe stato nell'interesse degli americani insistere che i sovietici adottassero i PAL, ma senza esito. Ancora nel 1971, durante i negoziati sull'Accordo per le Misure per Preveni­re gli Incidenti (Accident Measures Agreement) gli americani of­frirono e i sovietici rifiutarono. In conclusione, gli USA non fornirono mai aiuti tecnologici per i sistemi di controllo nucleare sovietici.

Questo non vuol dire che i sovietici non fossero preoccupati dal pericolo di uso accidentale (non autorizzato o involontario). L'ambasciatore all'ONU Sobolev, già nel 1958 aveva espresso preoc­cupazione che i piloti dei bombardieri nucleari delle due super­potenze (che allora operavano di routine una forza in stato di allerta in volo) potessero fraintendere manovre della parte avversa come preparazioni ad un attacco. Il telefono rosso, installato dopo la crisi di Cuba, avrebbe costituito un primo passo per evitare malintesi a questo riguardo.

I sovietici comunque provvedettero ad installare lucchetti elettronici nelle loro testate. Nel 1984 un articolo del comandante delle Forze Missilistiche V.F. Tolubko e nel 1986 un articolo nelle Izvestiya, indicavano l'esistenza di meccanismi che "assicurano la sicurezza delle operazioni" e "escludono completamente la pos­sibilità di operazioni non autorizzate" tramite "equipaggiamento elettronico e computerizzato" e sistemi di "controllo a distanza automatico" negli ICBM. Lucchetti anche in tutte le armi tattiche assegnate all'esercito, ed anche qui il KGB esercitava controllo fisico e custodia.

I sovietici criticano invece la mancanza di tali strumenti negli SLBM e nelle armi nucleari tattiche navali americane. Il generale Chervov, Capo del Dipartimento Affari Esteri del Ministero della Difesa sovietico, nel 1989 dichiarava a chi scrive che i sottomarini e le navi da guerra sovietici invece i lucchetti li hanno, e che quindi dovrebbero ricevere via radio i codici di lancio (per i sottomarini, questo potrebbe voler significare la necessità di emergere). Anche in marina è stato finora importante il ruolo degli ufficiali politici di bordo nella procedu­ra di lancio, che richiede sempre l'intervento di più individui. L'ufficia­le politico era il respon­sabile con le autorità locali del sot­tomarino che si arenò sulle spiagge svedesi nel 1981.

Il controllo centralizzato del KGB è dunque sempre stato assoluto e centralizzato per tutte le testate. Nessuna possibilità quindi per eventuali truppe ribelli o appartenenti a repub­bliche secessioniste di impadronirsi dei codici. In ogni caso, la armi nucleari tattiche erano già state ritirate da oltre due anni dalle repubbliche caucasiche e baltiche (a seguito dei disordini etnici nel primo caso e della paventata secessione nel secondo).

Diverso il problema di una eventuale usurpazione di potere da parte di autorità golpiste, centralizzate sì, ma non legittime. Bisogna tenere presente che non basta solo sottrarre la valigetta al presidente per ordinare un eventuale lancio di missili. Anche il Capo dello Stato Maggiore Generale dovrebbe essere coinvolto, e così pure tutti i livelli della catena di comando subordinati, fino agli ufficiali di ogni singolo centro di controllo; non ultimi, gli ufficiali addetti alla comunicazione dei codici stessi. Inoltre, tutte le esercitazioni sono basate su procedure che comportano una "generazione" della forza in base a informazioni di avvistamento lontano (early warning), e sarebbe quindi difficile per una qualsiasi autorità, anche legittima, ordinare un'allerta e un lancio nucleare come "un fulmine a ciel sereno": i subordinati probabilmente non eseguirebbero. Tali procedure esistono del resto anche negli USA, e sono state create per prevenire un lancio di missili da parte di un presidente che, pur legittimamente eletto, potrebbe improvvisamente impazzire. Nel caso del golpe sovietico, è apparso subito che le forze armate non erano compatte dietro ai golpisti, e quindi sarebbe stato estremamente improbabile che un eventuale ordine di lancio sarebbe stato eseguito.

Inoltre, per quale motivo avrebbe dovuto l'Occidente preoc­cuparsi in modo speciale di un controllo nucleare da parte di un regime sovietico golpista? Forse che in quanto illegittimo avrebbe più ragioni di usarle o di minacciarne l'uso? E' evidente che in una situazione di stravolgimenti istituzionali che coinvolgono i militari di una potenza nucleare è necessario porre massima atten­zione ad eventuali cambiamenti nel comportamento usuale (stato di allerta, movimenti di testate, approntamento di lanci di prova, comunicazioni, ecc.). Così gli americani (e forse altri) hanno fatto, e non ci sono stati comportamenti anomali che abbiano suscitato motivi di preoccupazione.

Prospettive in URSS

Tratterò qui delle prospettive nel breve e medio termine dell'URSS alla luce degli eventi delle scorse settimane. Per prima affronterò la questione dei nuovi rapporti tra le repubbliche, quindi quella della nuova struttura istituzionale che si sta creando nel paese ed infine il problema delle riforme economiche. L'ordine non è casuale, ma dettato dal rapporto di dipendenza causale che lega le riforme alle istituzioni e queste, a loro volta, ai rapporti di forza tra le repubbliche.

Grande Russia

Nei rapporti di forza e di grandezza tra le repubbliche, qualunque sia l'unità di misura adottata, il predominio della Russia è schiacciante. Si nota anche la forte presenza etnica dei grandi russi anche nelle altre repub­bliche, dove vivono 25 milioni di russi, e segnatamente in Ucraina e Kazakhstan, le due più impor­tanti repubbliche dopo la Russia stessa. Si deve peraltro ricordare come questa superiorità numerica sia in rapidissima diminuzione, visto che i Russi (così come del resto tutte le altre etnie slave, soffrono di una crescita demogra­fica fortemente negativa. Basti ricordare a questo proposito come secondo alcune autorevoli stime, dati i tassi di fertilità indicati nel grafico, entro l'anno 2000 il 30% dei coscritti delle forze armate sovietiche proverranno dall'Asia centrale. Ulteriori studi compiuti dopo le stime ufficiali del 1986 portano quella percentuale fino al 45%-50%.

Sembra dunque che, a meno di una separazione politica dell'A­sia centrale, si vada verso un'URSS più realmente multirazziale e quindi meno russificata, non molto diversa dagli USA dopo le immigrazioni soprattutto dall'America latina (ma anche dall'Asia) che si sono assommate a quelle precedenti dall'Europa e dall'Africa. Gli USA stanno diventando rapidamente uno stato bilingue; la diversità tra le lingue asiatiche sovietiche impedirà la formazione di un equivalente sovietico dello spagnolo in America, ma la derussificazione è già cominciata da qualche anno e subirà un'accelerazione.

Anche le risorse produttive e naturali sono principalmente concentrate in Russia (anche se la rete di trasporto delle medesime attraversa anche Ucraina e Bielorussia). Dal punto di vista del reddito, la Russia è di gran lunga non solo la repubblica più ricca, ma anche la finanziatrice dei consumi di tutte le altre repubbliche (fatta eccezione per la Bielorussia, il cui contributo netto di risorse al resto dell'Unione è però quantitativamente di importanza marginale, e le ex-repubbliche baltiche).

Questa centralità russa si è riflessa anche nell'interesse degli investitori stranieri verso la Russia. Da non sottovalutare a questo proposito la perdita dei baltici, nei quali la quantità di società miste fondate era molto più significativa del loro peso relativo nell'economia dell'URSS.

Rapporti tra le repubbliche

Partendo da questa centralità russa, quali rapporti si potranno instaurare con le altre repubbliche? Una possibilità cui molti hanno dato credito è una struttura multi-bilaterale a ragnatela, che in pratica sarebbe stellare con la Russia al centro, e con i contatti orizzontali tra altre repubbliche ridotti a livello marginale.
Questa sarebbe però estremamente inefficiente e farraginosa per la gestione delle risorse comuni e indivisibili (rete fer­roviaria e gasdotti, oleodotti, centrali nucleari...). Per la divisione dei beni reali, come le riserve auree, i crediti (e i debiti) con l'estero, le flotte aerea e rotabile, le forze armate, ecc. eventuali calcoli di compensazione sarebbero difficilissimi. Inoltre, eventuali divisioni sarebbero fattibili solo al prezzo di enormi inefficienze, sia per la perdita di economie di scala, sia per la necessità che insorgerebbe di duplicare le infrastrutture ed i quadri oggi in comune. Sarebbe problematica anche la "divisione" dei rapporti economici con l'estero.

Il problema si pone innanzitutto con i paesi baltici. Questi rivendicano il diritto ad essere compensati per quanto danno il sistema sovietico ha loro procurato e per quanto hanno esportato verso il resto dell'unione dei loro prodotti di qualità relativa­mente più alta. Mosca controbatte che i baltici hanno usufruito di materie prime a prezzi politici. Ci sarà probabilmente un accordo per cancellare le rispettive rivendicazioni, così come è stato tra l'URSS e gli ex-satelliti del Patto di Varsavia.

In alternativa all'ipotesi multibilaterale, prevarrà probabil­mente la più realistica ipotesi confederativa, verso la quale i più recenti avvenimenti, soprattutto in materia di politica di sicurez­za, sembrano puntare. Di fatto comunque rimarrà un ruolo preponderante per la Russia.

Nell'immediato futuro, inevitabilmente fluido, molto dipende dall'atteggiamento di Eltsin: sin dai primi momenti del dopo-golpe, la sua scelta è stata tra il rimanere come capo del più forte stato di una confederazione, che potrebbe forse dominare in virtù di accordi bilaterali che non potrebbero mai essere paritari. In alternativa, egli potrebbe aspirare, forte della nuova statura pansovietica ed internazionale conquistata durante il golpe, a diventare il nuovo Capo dell'URSS. Alcuni suoi atti fanno sembrare che preferisca rimanere capo della Russia (vuole una guardia nazionale, ha "nazionalizzato" alla repubblica russa le fabbriche nel territorio, la Pravda, ha "acce­ttato" le armi nucleari dislocate sul territorio dell'Ucraina, ecc. tutti atti dettati dall'emotività del momento e di dubbia legittimità.

Più probabile che prevalga il realismo e quindi l'ipotesi con­federativa, d'accordo con Gorbaciov. Lo Eltsin statista, al contrario dello Eltsin rivoluzionario, non è ancora formato, non può reggere il peso dell'unione da solo, e probabilmente neanche il peso internazionale del post-URSS. Ha quindi bisogno di Gorbaciov.

Ma anche Gorbaciov ha bisogno del carisma e del sostegno popolare di Eltsin, che lui non ha più in quantità sufficiente. Eltsin potrebbe inoltre servirgli anche da capro espiatorio quando si tratterà, fra molto poco, di mettere da parte le bandiere ed i cartelloni e rimboccarsi le maniche. Ci si deve chiedere infatti, se potrà l'entusiasmo della rivoluzione di agosto reggere sufficiente­mente a lungo per far sopportare non tanto lo smembramento del paese, quanto le dislocazioni sociali ed i sacrifici che, ancora una volta, i popoli sovietici sono inevitabilmente chiamati a soppor­tare?

Futuro ruolo delle istituzioni

Al fallimento del golpe è corrisposta una svalutazione immediata degli organi di stato creati da Gorbaciov negli ultimi anni, senza libere elezioni ed ancora dominati dal PCUS. Primo fra tutti il Congresso dei Deputati del Popolo, che pure aveva significato un notevole passo avanti in termini di rappresentatività popolare politica, ma che aveva rivelato i suoi limiti: in primo luogo perché non era stato capace di legiferare le riforme, e poi perché non ha né evitato e neanche condannato il golpe. Anzi, il presidente Lukyanov lo aveva quantomeno favoreggiato. Alla diminutio politica Gorbaciov corrispondeva anche il declino degli organi da lui preposti a coadiuvarlo alla presidenza (Consiglio di Sicurezza e Consiglio della Federazione).

Tre nuovi organi provvisori sono stati creati, che dovrebbero governare fino all'elezione diretta della prossima legislatura, che questa volta sarà su liste multiple e senza quote prefissate per nessuno. Il Consiglio di Stato, presieduto dal Presidente dell'URSS e comprendente i 10 presidenti delle repubbliche che hanno accettato di farvi parte (tranne i Baltici, Moldavia e Georgia), che dovrà governare gli affari inter-repubblicani. Il Comitato Economico Inter-repubblicano, costituito da rappresentanti delle repubbliche per la gestione delle riforme economiche. Il nuovo Soviet Supremo, bicamerale, formato da un consiglio delle repubbliche (20 rappresentanti per repubblica) e da un Consiglio dell'Unione (membri eletti da distretti di pari popolazione su tutto il territorio dell'Unione) che fungerà da legislatore.

I prossimi mesi diranno se queste istituzioni si consolideranno o se seguiranno il destino delle molte altre inaugurate negli ultimi due-tre anni ma poi arenate e disciolte sulle secche dell'inerzia burocratica prima di poter sortire effetto alcuno (e prima delle elezioni libere).

Il partito è stato stroncato, ma è probabile una qualche forma di partito socialista si riformerà presto, soprattutto tra i "perdenti" della ristrutturazione che potranno presto contare sull'appoggio di almeno una parte di quanti soffriranno delle dislocazioni inevitabili con le riforme.

Diminuito anche il ruolo politico delle Forze Armate, che si appoggiavano al partito, con cui erano tutt'uno. Il complesso militare-industriale (forze armate e industrie della difesa) rimane comunque un importante centro di potere, anche perché dovrà co-gestire la riconversione industriale. Il prestigio popolare coltivato per decenni sulla gloria della Grande Guerra Patriottica non si è eroso con la mezza complicità nel golpe; anzi ci si rende conto che è stato proprio grazie ai militari che non si sono associati al golpe che questo è fallito. Inoltre per l'URSS (o Russia o cos'altro) rimangono potenziali minacce militari concrete. Oltre alla potenza dei paesi NATO, rimane la Cina (cui si potrebbe risvegliare l'appetito riguardo alla Mongolia), potenzialmente l'Iran (specialmente se vanno in ebollizione i popoli centro-asiatici) ed in prospettiva il Giappone. Con l'inevitabile fine dell'accesso privilegiato alle risorse, è probabile una gestione più pragmatica e meno settaria delle forze armate. Dovrebbe essere imminente la nomina di un civile a ministro della difesa.

Anche nel caso del KGB la simbiosi con il partito era la sorgente del potere. A differenza del partito, tuttavia, è però ovvio che un servizio segreto dovrà pur riformarsi in tempi rapidi, anche se sarà diviso e quindi più debole. Già decisa la divisione tra responsabilità interne ed internazionali (all'occidentale), il KGB è stato anche già privato delle forze armate autonome (che erano ufficialmente truppe di frontiera ma potevano essere usate anche per scopi diversi). Gli sarà anche tolto il controllo delle testate nucleari, che passerà, anche qui secondo quanto avviene nelle potenze nucleari occidentali, alle Forza Armate interessate e sottoposte al comando dell'autorità civile.

Implicazioni per l'Occidente

Aiuti occidentali all'URSS

È necessario distinguere tra aiuti d'emergenza, per superare la possibile carestia di quest'inverno, e aiuti strategici, per aiutare il paese a porre le basi per una crescita duratura. Quanto ai primi si parla essenzialmente di aiuti alimentari (difficile pensare di dover aiutare il maggior produttore mondiale di energia a superare un inverno freddo, e neanche si può pensare, nell'immediato, di aiutarli a portare i gasolio dalle raffinerie alle case!). Questi saranno utili forse come palliativo nel breve termine, ma certamente non decisivi. Oltre un certo limite, che non è facile definire, potrebbero addirittura essere controproducenti, per esempio se porteranno ad una diminuzione del reddito del settore agricolo, che dovrà essere il motore principale della ripresa sovietica. Accanto ai sacchi di grano, sarebbe forse più utile inviare strutture di trasportatori e tecnici specialisti agroalimentari per aiutare i sovietici a raccogliere, trasportate, conservare e non far deperire i raccolti. E' cosa nota che di norma in URSS si spreca fino al 30% circa dei raccolti, più di quanto non se ne importi dall'estero. Per esempio, la produzione di grano dovrebbe essere quest'anno intorno alle 250 milioni di tonnellate, ma si stima che meno di 200 milioni saranno effettivamente utiliz­zabili; le stime delle importazioni sono nell'ordine delle 40 milioni di tonnellate, ma destinate ad aumentare a causa dell'accaparramento generalizzato che si sta verificando in tutto il paese.

L'idea di Delors, appoggiata dalla Francia, di finanziare acquisti sovietici di grano dall'Europa orientale potrebbe essere buona, ma chiarendo che si tratterebbe di una una tantum eccezionale per quest'anno, altrimenti si rischierebbe di dover istituzionalizzare i sussidi all'agricoltura dell'ex-Comecon, anche qui con pericolo di inibirne la ristrut­turazione.

Per quanto concerne gli aiuti "strategici" le cose stanno diversamente. In molti in occidente, e tra questi il nostro ministro degli esteri De Michelis, dicono che il golpe prova due cose: in primo luogo, che gli occidentali sono stati troppo cauti negli aiuti in passato, e che per questo motivo l'URSS è andata vicino alla catastrofe. I paesi in­dustrializzati dell'Occidente dovrebbero ora avere imparato la lezione ed essere più pronti a spendere e a rischiare. Questa asserzione si basa sul postulato, difficile da dimostrare, che maggiori aiuti, per esempio dal G7 di Londra, avrebbero impedito il golpe, che era stato invece preparato da molto tempo e per motivi ben più fondamentali che non la mancanza di aiuti occidentali.

Secondo, De Michelis sostiene che la perestrojka sia ormai irreversibile e che quindi bisogna iniettare risorse nell'economia sovietica e rischiare insieme a loro (fare cioè una "joint-venture come avventura comune" ha detto traducendo liberamente dall'inglese il ministro), altrimenti sarebbe troppo facile arrivare dopo, quando le riforme sono già consolidate, solo a raccogliere i frutti. Questa posizione si fonda sull'assunto che gli occidentali debbano in qualche modo "meritarsi" oggi l'accesso all'Eldorado che l'URSS rap­presenterà quando le riforme avranno sortito il loro effetto. Ma sarà proprio allora che i sovietici avranno maggiore bisogno delle risorse occidentali, che potranno mettere a buon frutto, non prima. Questo momento potrebbe essere, col crollo dei cardini del sistema pianificato, molto più vicino di quanto non potesse sembrare due mesi fa. Si può anzi sostenere che fino ad ora quegli aiuti che sono arrivati hanno contribuito a mantenere artificialmente in vita il vecchio sistema malato e quindi a ritardare le riforme.

In ogni caso, più che di risorse l'URSS ha bisogno di conos­cenze tecnologiche e soprattutto organizzative e manageriali, delle quali manca completamente. Anche i pochi settori dove la tecnologia sovietica è all'avanguardia (per esempio nello sfruttamento dello spazio, che gli occidentali potrebbero usare a fini commerciali nel breve termine) non sono stati sfruttati economicamente come potreb­bero per mancanza di imprenditorialità.

L'URSS (a differenza degli altri paesi ex-comunisti o di quelli in via di sviluppo del terzo mondo) dispone di ricchezze nazionali in abbondanza. Molti economisti sovietici lo ripetono da anni. Queste ricchezze sono immediatamente disponibili alla dirigen­za del Cremlino (russa o sovietica che sia) e a quelle delle repubbliche in varie forme. Prima di tutto come risorse naturali petrolio, gas, la cui produzione è in calo ma sempre elevata e che potrà aumentare rapidamente appena si creeranno le condizioni legislative per favorire il coinvolgimento delle industrie occidentali nell'esplorazione e nell'estrazione. Il risparmio energetico, tramite una più realistica politica dei prezzi, potrebbe inoltre far diminuire l'intensità energetica della macchina sovietica, rendendo maggiori quantità di idrocarburi disponibili per l'esportazione.

In retrospettiva, gli sviluppi nell'industria dell'energia rivelano come sia stata giusta la scelta europea, contro le obiezioni americane, di favorire l'allargamento della rete internazionale di idrocarburi provenienti dall'URSS come strumento per spingere il paese verso l'interdipendenza economica. Oggi l'URSS non può, qualunque sia il suo regime, fare a meno di vendere idrocarburi all'Occidente, e l'ipotesi americana di un ricatto politico con la minaccia di chiudere i rubinetti fa solo sorridere. In generale, gli europei rimangono i più forti investitori anche se ora, con la probabile definizione della disputa sulle Curili, verranno fuori i giapponesi.

In secondo luogo, l'URSS dispone di ricchezze sotto forma di beni di proprietà dello stato che sono sottoutilizzati da decenni (prima di tutti la terra nel settore produttivo e le case in quello privato) che potrebbero essere venduti ai privati, sia stranieri che locali (in quest'ultimo caso si otterrebbe anche il risultato di ridurre l'attuale eccesso di liquidità e quindi la pressione inflazionistica nel paese). Non è possibile stimare con esattezza gli introiti che deriverebbero da una massiccia vendita di tali beni, ma sarebbero sicuramente enormi.

Infine l'URSS potrà attingere risorse dalla riconversione dell'industria bellica, anche se non nel breve termine. La conver­sione è nella maggior parte dei casi costosa e quindi economicamente inefficiente, può essere infatti più costosa della costruzione di impianti civili da zero. Inoltre è costosa anche in termini sociali (dislocazione del corpo ufficiali e immissione sul mercato del lavoro dei coscritti, necessità di costruire abitazioni, ecc.). Con il ritiro dall'Europa orientale, le riduzioni negoziate nel CFE e quelle unilaterali, la probabile riduzione della ferma di leva, si possono stimare almeno 300.000 ufficiali (con annessi 600.000 familiari) e forse 1 milione di soldati.

Anche privatizzare l'industria "militare" (cioè sotto il controllo dei ministeri militari) che rimarrà (oggi occupa il 35% della manodopera) potrebbe portare a maggiori efficienze, anche se bisogna considerare che già oggi il 40% della produzione controllata dai ministeri dell'industria bellica è destinata al mercato civile (secondo i piani questa percentuale dovrebbe salire al 60% entro il 1995): dunque il cambiamento sarà importante ma non decisivo.

Dare troppo peso alla potenzialità della riconversione equivale a dare credito alla politica reaganiana di mettere l'URSS alle corde. Invece l'URSS ha cominciato a cambiare dopo che Reagan, a partire dal 1985, aveva assunto un atteggiamento più conciliante. Nel 1985 anche Gorbaciov al potere, ma è difficile dimostrare che avrebbe potuto far passare la sua politica estera distensiva se Reagan avesse continuato a parlare dell'URSS come "l'impero del male".

Riassumendo, a parte gli aiuti d'emergenza alimentari, gli aiuti occidentali devono essere di carattere più strategico e devono consistere più nel trasferimento di conoscenze tecnologiche e manageriali che non di risorse economiche e finanziarie. Un ulteriore allentamento dei controlli COCOM sembra indispensabile, anche se non sarebbe utile esagerare con l'ebbrezza da tecnologia che spesso ha colto paesi di rapida industrializzazione che hanno sperperato risorse per comprare tecnologie che poi non sapevano assorbire, duplicare o disseminare internamente. Comunque, sarebbe sbagliato aumentare gli aiuti senza insistere nelle riforme, unica garanzia del risanamento dell'economia e quindi di stabilità futura. La volontà politica di farle c'è, ma non sarà facile, e bisognerà vedere se il prestigio politico di Eltsin e l'entusiasmo generato dalla nuova garanzia di libertà saranno sufficientemente duraturi da far sopportare i duri e protratti sacrifici.

In conclusione, l'Occidente negli ultimi anni ha pensato che fosse più importante un'URSS accomodante sul piano internazionale con la quale fare accordi di disarmo e risolvere conflitti nel terzo mondo che un'URSS economicamente riformata e decisamente avviata sulla strada della democrazia al proprio interno.

Da qui la conces­sione di crediti governativi in misura sempre crescente (vedi Figura 9) anche se Gorbaciov, ai grandi accordi internazionali, non poneva le premesse per una riforma efficace. Questi soldi sono stati quindi sprecati, e hanno anzi probabilmente contribuito a prolungare l'agonia del sistema stalinista. Lo stesso non hanno fatto i privati, che a partire dal 1990 hanno ridotto drasticamente gli investimenti.

Invece, da quando è apparso chiaramente che a)la ristrut­turazione economica aveva fallito lo scopo di far funzionare il sistema socialista (1989-1990) e b) c'era un'alternativa al comunis­mo (già forse dal 1989 con Eltsin eletto al Congresso col 90% dei voti, ma certamente dal 1990 quando è stato eletto alla presidenza del Soviet supremo russo contro il parere ed il candidato del partito comunista, e platealmente dall'aprile 1991 quando è stato eletto liberamente e direttamente dal popolo a presidente della Russia), alcuni hanno sostenuto che Gorbaciov avesse compiuto il ciclo della sua opera storica e che l'Occidente democratico avrebbe dovuto sostenere i democratici in URSS.

Infatti, un'URSS conciliante sul piano internazionale ma destabilizzata all'interno può essere più pericolosa per la sicurezza internazionale di un'URSS più forte internazionalmente ma stabile internamente. Questo perché nel primo caso più facilmente potrebbe coinvolgere l'Occidente, e soprattutto l'Europa, in un conflitto che magari potrebbe cominciare come guerra civile o inter-etnica.

Sicurezza europea

Nel campo del controllo degli armamenti, ora è il momento di insistere nel processo cominciato degli anni passati, anche se l'argomento sembra marginale. Bisogna creare una gabbia dalla quale l'URSS, la Russia e quali altri successori potessero crearsi (ma anche gli altri paesi ex-satelliti) non saranno più in grado di uscire. In primo luogo, è necessario far pressione affinché tutti gli stati neo-indipendenti aderiscano al Trattato di Nonproliferazione Nucleare. Questa gabbia avrebbe anche l'effetto, collaterale ma non secondario, di contenere anche eventuali future tentazioni nazionalistiche da parte delle superpotenze emergenti dell'Occidente, ed in primo luogo la Germania ed il Giappone.

Allo stesso tempo, occorre evitare facili entusiasmi sulla scomparsa della minaccia. Non si tratta di avere o meno fiducia nelle inten­zioni pacifiche dell'attuale dirigenza sovietica (o russa), ma di cautelarsi verso possibili cambiamenti di dirigenze future che avranno comunque a loro disposizione opportunità e capacità militari enormi. Inoltre, in caso di successo delle riforme, in 15-20 anni l'URSS (o la Russia) potrebbe essere anche una nuova superpotenza economica, quindi con accresciute capacità di influenzare la politica internazionale. Quindi è necessario continuare con il rafforzamento delle strutture politiche di sicurezza europea (CSCE, integrazione della difesa europea occidentale) in parallelo al procedere degli accordi di disarmo.

Garanzie di sicurezza all'Est europeo

La questione non è accademica, potrebbero ripresentarsi pericoli da contrasti locali, per questioni di confine o di minoranze. Non abbiamo dato garanzie agli europei dell'Est per 45 anni perché sapevamo sarebbe stato un bluff; sono stati irresponsabili quelli che lo hanno detto o fatto capire (come gli USA nel 56 al tempo di Nagy in Ungheria). Non sarebbe diverso molto oggi, non possiamo fare la guerra con l'URSS se, per ipotesi probabilmente assurda, dovesse invadere nuovamente gli ex-satelliti. Sarebbe un "bluff" pericoloso e controproducente, e potrebbe instigare a destabilizzanti rivendicazioni nazionali, territoriali e non.
Inoltre, in un'ipotesi di garanzia estesa, per esempio da parte della NATO, bisognerebbe proteggere tutti contro tutti, e non solo tutti contro i sovietici. Il compito si complicherebbe: cosa fare in caso di scontri tra Ungheria e Romania? Tra Ucraina e Romania? Tra Ucraina e Cecoslovacchia? Tra Polonia e Lituania? La lista potrebbe continuare.

A questo proposito sarebbe meglio essere chiari subito, magari discretamente e privatamente, perché molti stati dell'Europa dell'Est (che si vogliono in qualche modo eufemisticamente promuovere di classe chiamando la regione "Europa centro-orientale", compresi i Baltici) probabil­mente prima o poi lo chiederanno.
Bisogna invece insistere nella CSCE, che include l'URSS stessa e includerebbe i suoi successori (o almeno quelli europei): prima dell'Europa orientale, sono infatti proprio i popoli ex-sovietici che bisogna pensare di difendere da un ancora possibile ritorno di fiamma repressivo.