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12 April 2024

The History of british Hong Kong (1842-1997)

Presentation on the history of Hong Kong during the British colonial time. Hong Kong is called the "fragrant harbor" because so strong was the fragrance from the incense wood and powders that were traded in the XIX century in what is now the Aberdeen harbor. 

The British wanted Chinese tea and many addicted Chinese wanted opium from British India. When the government in Beijing protested, the British attacked and installed themselves in Hong Kong for over 150 years. This presentation deals with this period, and the next one will address the issues that emerged after Hong Kong was returned to China in 1997.


This is a video I have prepared for my lectures as guest speaker on cruise ships. It is meant as part education and part entertainment, infotainment as they like to put it in the industry! Comments and questions welcome below.


21 August 2022

Book Review: The Good German of Nanking (1998) by John Rabe, edited by Erwin Wickert, *****

Synopsis

The personal journals of German businessman John Rabe describe the infamous 1937 Japanese siege of Nanking and his efforts to protect the Chinese from the massacre that followed, an endeavor that may have saved more than 250,000 lives.


Review

An essential reading to understand the tragedy of the Nanking massacre but also how the soul of a man can be divided between allegiance to a murderous dictator and attachment to the values of a most sublime humanity.







Schindler of Hollywood fame saved about 1,200 lives. Giorgio Perlasca, an Italian fascist bureaucrat working in Hungary, saved over 5,000. Rabe saved a number that is two orders of magnitude bigger than Schindler's, up to 200,000 depending on estimates, but died poor and forgotten.


 

You can watch a documentary on John Rabe here on Youtube.

19 April 2022

Una visione strategica sulla guerra in Ucraina

La guerra è in pieno sviluppo e sembra destinata a durare ancora per un po’. L'esito non è sicuro, ma la Russia ha sicuramente fallito nel suo obiettivo principale: privare il paese che ha invaso della capacità di gestire la propria identità. Ciononostante, potrebbe ancora riuscire ad occupare fette di territorio ucraino in permanenza, abbastanza per poter dichiarare vittoria. Adesso però è arrivato il momento, superato lo shock iniziale e le misure di immediata risposta in termini di sanzioni economiche alla Russia e aiuti all'Ucraina, di pensare al lungo periodo. 

Tre questioni strategiche sono di primaria importanza alla luce della tragedia in corso: le conseguenze per l'Unione Europea, i riflessi sul ruolo delle armi nucleari ed il futuro dei rapporti con la Russia. Su questi temi urge una riflessione per il lungo periodo, che guardi al di là degli eventi di attualità, in modo da essere pronti ad agire con consapevolezza, e non sulla scia di emozioni, quando il conflitto finirà. Questa riflessione finora manca.

Unione Europea

Quali sono le implicazioni strategiche del conflitto per la UE? La prima è che la sicurezza in Europa non può più essere data per scontata, come in troppi hanno colpevolmente pensato dopo la fine della guerra fredda, e che dobbiamo tornare a focalizzarci la nostra attenzione. Non si può pensare solo al commercio e agli scambi culturali, perché, si pensava, tanto il tempo delle guerre è passato. 

In primo luogo, quindi, non potremo tornare a fare tutto come prima quanto taceranno i cannoni. Per decenni abbiamo creduto, io per primo, che creare interdipendenza con potenziali avversari favorisse il reciproco interesse alla pace: il mio primo lavoro di ricerca dopo l'’università, nel 1982, fu sul gasdotto Urengoy che si stava costruendo per portare gas dall'URSS all'Europa occidentale, "bucando" la cortina di ferro. L'Europa lo costruì contro il parere dell'amministrazione Reagan che invece sosteneva fosse pericoloso creare questa dipendenza dalle forniture sovietiche. (Gli americani però erano prontissimi a vendere a Mosca le loro materie prime, a cominciare da quelle alimentari.) Da allora i gasdotti dall'URSS/Russia verso l'Europa si sono moltiplicati. Io credo ancora che l'interdipendenza sia la strada giusta, e forse obbligata, per il futuro, ma mi pare ovvio che vada ripensata attraverso una maggiore diversificazione di fonti energetiche e fornitori. Su questo dirò più in dettaglio di seguito.

La seconda è che la sicurezza costa, cosa che abbiamo sempre saputo ma che negli ultimi decenni abbiamo ignorato. L'Europa a mio avviso non spende poi tanto poco (il dibattito va avanti da decenni, non vi entro qui) e comunque si può permettere di fare di più. Ma certamente spende male perché lo sforzo economico è distribuito in modo inefficiente tra 27 forze armate diverse, con ovvi sprechi per costi fissi, imperfetta standardizzazione ed interoperabilità, duplicazioni, che si potrebbero eliminare se si avesse un esercito europeo, una marina europea ed un'aviazione europea. Spendere di più senza migliorare il come si spende non sarebbe un uso efficiente delle risorse. E vengo al terzo punto.

La terza conseguenza strategica del conflitto ucraino per l'Europa è che dal punto di vista politico, economico e militare dell'attuale conflitto tocca l'Unione nel suo insieme. I gasdotti partono tutti dalla Russia ma, a parte il Nord Stream che va dritto in Germania, gli altri riforniscono vari stati membri. E comunque il gas è una risorsa fungibile. Se la Francia è più protetta dalle sue centrali nucleari, mentre Italia e Germania restano più dipendenti dai gasdotti con la Russia, tutti i paesi soffrono degli sconvolgimenti e degli effetti inflattivi  dall'attuale crisi sul mercato dell'energia. Non ci sono stati membri che siano al riparo. Più in generale, se la Polonia e la Romania sono al confine dello scontro armato, le ripercussioni toccano palesemente anche stati più lontani come il Portogallo e l'Irlanda. 

E dunque è l'Unione nel suo insieme che si deve far carico della difesa degli stati membri, sempre in coordinamento con gli alleati transatlantici nella NATO ma con capacità autonome. Due fatti dell'anno scorso, la creazione dell' AUKUS e il ritiro dall'Afghanistan, deciso unilateralmente dagli USA, rendono ancora più evidente l'ineluttabilità di questa conclusione. 

La Brexit ha rimosso uno dei principali ostacoli alla creazione di una difesa comune europea, in quanto i britannici si opponevano sempre e comunque ad ogni iniziativa che potesse creare anche solo l'impressione di una capacità europea di difesa indipendente dagli USA. Si può aggiungere che comunque per il Regno Unito e gli Stati Uniti il legame tra i Five Eyes (USA, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) è sempre stato più importante di quello con gli alleati della NATO.

La guerra in Ucraina ci dovrebbe ricordare l'urgenza di procedere con l'istituzionalizzazione della sicurezza europea.  È ovvio, almeno lo è per me, che il legame con gli USA nella NATO debba restare, ma su un piano più equilibrato se non proprio paritetico. Un po’ come è oggi il rapporto dell'euro con il dollaro, della Banca Centrale Europea vis-à-vis la Federal Reserve.

La storia dell'euro ci da una utile traccia: partono alcuni paesi, altri seguono e quelli che non seguono restano fuori, marginali. Oggi i governi di Germania, Francia, Italia e Spagna, abbastanza in sintonia politica sull'argomento, potrebbero creare il nucleo della difesa comune. Forse, dopo la rielezione, Macron, libero da vincoli durante l'ultimo mandato, sarà più attivo. 

Questo deve valere anche nel campo della deterrenza nucleare: la Francia di Macron è europeista, ma si ferma quando si parla sul serio di difesa comune ed in particolare di nucleare. In realtà non esiste nessuno scenario immaginabile nel quale la Francia sia minacciata al punto che il deterrente nazionale diventerebbe rilevante senza che al tempo stesso non siano minacciati anche gli altri paesi dell'Unione. Si dirà che nessun paese, ed in particolare la Francia, una potenza nucleare UE e membro permanente del consiglio di sicurezza ONU, rinuncerebbe alla sovranità nazionale in materia, ma si diceva anche che la Germania non avrebbe mai rinunciato al Deutsche Mark.

E veniamo alla seconda questione strategica di questo articolo, le armi nucleari appunto.

Armi nucleari

Sin dall'inizio dell'invasione russa il Cremlino ha lanciato non tanto velate minacce di far uso di armi nucleari, anche se le dichiarazioni sono rimaste prevedibilmente vaghe sul come, contro chi e perché. Partendo dal presupposto che questo uso non avvenga, rimane l'obbligo di ripensare il significato delle armi nucleari per il futuro. Si potrebbe argomentare che la ratio per possedere un arsenale nucleare ne esce rafforzata: i paesi occidentali si sono sbracciati da prima dell'invasione a chiarire che non avrebbero fatto guerra alla Russia per l'Ucraina. Biden ha quasi urlato in conferenza stampa: "We will not fight Russia over Ukraine." E questo, non è difficile dedurlo, perché la Russia, anche se le sue forze armate stanno facendo una figuraccia, è una superpotenza nucleare. Ed è ipotizzabile che, se la Russia non avesse avuto un arsenale nucleare in riserva, non avrebbe neanche tentato l'avventura ucraina. 

Forse qualcuno in Ucraina si è pentito di aver rinunciato alle armi nucleari che l'URSS in dissoluzione aveva sul territorio ucraino: se Kyiv le avesse tenute forse oggi non ci sarebbe una guerra nel paese. Ma è una falsa domanda: quelle armi erano sì sul territorio ucraino, ma sempre sotto stretto controllo dei russi, e del KGB in particolare. Gli ucraini avrebbero però potuto farsele, e non lo fecero. Ebbero in cambio vuote promesse di sostegno alla loro indipendenza e integrità territoriale da parte di Russia, USA e Regno Unito. Parole al vento.

E se la Russia, umiliata sul campo dall'esercito ucraino riarmato dall'occidente, decidesse alla fine di lanciare qualche arma nucleare contro gli ucraini? Sarebbe una decisione bizzarra, dato che Putin continua a dire in TV che gli ucraini sono fratelli che devono essere liberati da una cricca nazista al potere, ma Putin ci ha abituati a decisioni bizzarre. A quel punto che fare? Una risposta nucleare occidentale, che potrebbe essere solo americana, sarebbe poco razionale.

Se gli USA rispondessero con le loro armi nucleari, infatti, si creerebbe una situazione del tutto nuova: un paese NATO che usa l'arma estrema non per proteggere la propria sopravvivenza, e neanche quella di un paese alleato, ma di un paese terzo, per quanto amico. E contro cosa potrebbe essere usata questa arma? Presumibilmente non contro il territorio ucraino, dato che lo scopo è difendere l'Ucraina, non distruggerla. Forse contro navi russe che bombardano dal Mar Nero? Forse, anche se vista la fine umiliante della Moskva non sembra sarebbe necessario. E dunque contro obiettivi in territorio russo? E se così fosse, cosa fermerebbe i russi dal rispondere contro gli americani, magari prima contro basi USA in Europa, come assaggio e prodromo ad un attacco sul territorio USA? Chi pensa di poter controllare questo tipo di escalation si illude, ci hanno provato a ragionare illustri esperti per decenni senza mai arrivare ad un risultato credibile.

Io non sono favorevole al disarmo nucleare della NATO, ma in questa crisi ucraina non vedo scenari ipotizzabili che rendano concepibile un impiego razionalmente utile di queste armi. Dunque tanto vale dirlo subito, forse può contribuire ad abbassare la tensione. A cambiare idea, se cambia la situazione, c'è sempre tempo.

Altro punto è l'impatto della guerra in corso sulla proliferazione nucleare: un paese potenzialmente proliferatore in questo momento vede che possedere le armi nucleari paga, quindi è più incentivato a procurarsele. Invece, sconfiggere la Russia senza usare queste armi, anche se la Russia stessa ne facesse uso in Ucraina, sarebbe il modo migliore per rafforzare il regime di non-proliferazione.

Rapporti con la Russia

A costo di apparire inopportuno, data la tragicità del momento, penso non sia prematuro cominciare a pensare, già da oggi, a come impostare i rapporti tra occidente e Russia alla fine della guerra. Tutte le guerre finiscono e poi bisogna pensare a come costruire la pace. Anzi meglio pensarci prima ed essere pronti quando viene il momento.

Alla fine della guerra la Russia sarà ancora lì, anche se, vista la figuraccia, non credo che Putin resterà al timone per molto. Parliamo di 145 milioni di persone, il paese più esteso del mondo, pieno di materie prime di ogni genere ed importante mercato per i nostri prodotti. Una nazione di grande cultura che forse soffre di non aver partecipato né al Rinascimento né alla Riforma protestante, due elementi di grande progresso ed emancipazione in Europa centrale ed occidentale. Pensare di isolare la Russia nel lungo periodo sarebbe certamente controproducente e probabilmente impossibile, soprattutto per l'Europa. 

Dal lato economico, rinunciare alle materie prime russe sarebbe molto difficile. Il Financial Times si chiede se l'Europa si può svezzare dal gas russo e conclude: "With the contents of the EU plans spanning from plausible to wildly unrealistic, many energy experts warn that painful last resorts — energy rationing and blackouts this winter — are a near inevitability if Europe is truly serious about kicking its Russian gas habit." 

E comunque un taglio, letterale, dei gasdotti russi, non farebbe che mettere l'Europa nelle mani di altri fornitori non necessariamente più affidabili. Mentre sviluppiamo le fonti rinnovabili e ripensiamo alle centrali nucleari, cautela vorrebbe che facessimo attenzione a tagliare del tutto con la Russia. Persino Janet Yellen, ministra del Tesoro di Biden, ha dichiarato, sempre al Financial Times, che “Medium term, Europe clearly needs to reduce its dependence on Russia with respect to energy, but we need to be careful when we think about a complete European ban on say, oil imports.”

Rinunciare al mercato russo avrebbe anche un effetto economico recessivo, visto che la Russia è uno sbocco significativo per i prodotti europei. E poi rischieremmo di alienare più di quanto sia già avvenuto non tanto il regime, quanto il popolo russo.  Già nei decenni passati l'ostilità verso la Russia (in parte reale, in parte amplificata dal regime di Mosca) ha fatto scemare l'entusiasmo che i russi avevano per l'occidente subito dopo la dissoluzione dell'URSS. Le conseguenze di ciò difficilmente gioverebbero all'occidente, ed in particolare all'Europa, anche nel dopo-Putin. Sarebbe un paradosso se una Russia più democratica diventasse allo stesso tempo più anti-europea.

Dal lato politico, se guardiamo all'insegnamento della storia, pensiamo alla Germania, sconfitta in due guerre mondiali: dopo la prima fu umiliata, bistrattata, vilipesa, soprattutto isolata, e si crearono le condizioni per l'insorgere del nazismo. Dopo la seconda fu sì punita e addirittura divisa in due ma subito riammessa nel consesso dei paesi europei ed occidentali, basti ricordare che la Germania Ovest fu membro fondatore della prima Comunità Europea (Carbone e Acciaio) nel 1950, solo 5 anni dopo la sconfitta di Hitler, e dopo altri 4 anni fu ammessa nella NATO. Anche la Germania Est, occupata da 22 divisioni dell'Armata Rossa, fu inserita dai sovietici nel contesto del Patto di Varsavia e del Comecon. Credo bisogni pensare sin da oggi non tanto se, ma come integrare la futura Russia in un contesto di cooperazione europea ed internazionale.

Se vogliamo andare ancora un po’ più indietro nel tempo, pensiamo alla Francia post-napoleonica: dopo Waterloo, una volta neutralizzato l'aggressivo dittatore a Sant'Elena, la Francia fu subito riammessa nel concerto delle nazioni e partecipò al Congresso di Vienna del 1815, invitata da Metternich gli altri vincitori, e contribuì a creare un nuovo ordine in Europa che assicurò, più o meno, un secolo di pace. Speriamo che in Russia emerga un nuovo Talleyrand: prima sacerdote, poi rivoluzionario, poi braccio destro di Napoleone ed infine ministro della restaurazione. Non un campione di coerenza ma servì a reintegrare la Francia in Europa.

Bisogna poi tener conto della situazione globale. Bismarck diceva che, quando hai due avversari, le tue relazioni con ciascuno non devono essere peggiori di quelle che essi hanno tra di loro. Semplice aritmetica politica. Oggi bisogna tener conto della Cina, e sempre di più dell'India. Nixon (abilmente guidato da Kissinger) lo aveva capito bene, ed era andato da Mao a riallacciare rapporti, nonostante i due fossero politicamente agli antipodi e Mao si fosse macchiato di crimini orrendi. E allo stesso tempo Nixon e Kissinger negoziavano la distensione con i sovietici, sul disarmo e sul commercio, e mandarono persino i primi astronauti insieme nello spazio in una storica missione congiunta

L'America di oggi non applica l'insegnamento di Bismarck e neanche segue l'esempio di Nixon. Da trent'anni, forse nel tentativo di rimanere l'unica superpotenza del mondo, come lo è effettivamente stata per un breve periodo dopo la guerra fredda,  fa pressione contemporaneamente sulla Russia e Cina, con il risultato di spingerle l'una nella braccia dell'altra. Londra seguirà Washington, come sempre fa, ma l'Unione Europea deve fare attenzione. Come dicevo sopra, il fatto di essere divisi ci indebolisce, verso russi e cinesi ma anche nel negoziare una posizione comune con gli americani. Washington non prende sul serio Bruxelles perché, come disse Kissinger decenni fa, "se voglio parlare con l'Europa, quale numero di telefono devo chiamare?" (Il modesto Borrel, che adornato dal pomposo titolo di Alto Rappresentante della UE per la Politica  Estera, non ha alcuna influenza, per non parlare di potere.)

Sarebbe un errore colossale continuare ad aiutare il consolidamento di un asse tra Mosca e Pechino. E per evitare che questo accada bisognerà fare qualche compromesso con entrambi, pur mantenendo il punto sulle questioni vitali (sovranità ucraina, Taiwan)  ed evitare di intraprendere una controproducente quanto futile campagna di isolamento contro di essi. Ed allo stesso tempo bisognerà coltivare con assiduità le relazioni con l'India, un paese in grande crescita economica e demografica, che in più è anche democratico ma che certamente non sarà mai disposto a seguire pedissequamente l'occidente.

02 March 2022

Sulle sanzioni contro la Russia / sanctions against Russia

ENGLISH TEXT BELOW

Avendo escluso un conflitto diretto con la Russia per difendere l'Ucraina, i paesi occidentali hanno concentrato la loro azione ritorsiva su sanzioni di vario tipo. Prima di tutto sanzioni economiche, mirate ai beni dei massimi dirigenti russi, degli oligarchi che li sostengono e dei politici che ne avallano le decisioni. Le sanzioni già messe in atto, e quelle proposte, sono pesanti, toccano il commercio, la finanza, la ricchezza personale di tanti sostenitori di Putin, la loro libertà di viaggiare ecc. Il loro impatto è già notevolissimo sui destinatari e lo sarà ancora di più nei mesi a venire. Ci sarà anche un impatto sui paesi che le impongono, ma che sono pronti a sopportare il prezzo, almeno fino ad un certo punto.

Infatti, ad oggi, è escluso dalle sanzioni il settore energetico, che costituisce una delle due fonti principali di entrata per il commercio internazionale della Russia. (L'altra sono le armi che, con qualche eccezione - vedi sistemi antiaerei russi comprati dalla Turchia - comunque andavano verso altre parti del mondo: Cina e India in primis, e non saranno sanzionate.)  

Immagino pochi tra i miei lettori abbiamo mai comprato cacciabombardieri o artiglieria pesante russi, anche se sono di ottima qualità. A parte il gas ed il petrolio che consumiamo tutti i giorni, alzi la mano chi ha mai comprato qualcosa con su scritto MADE IN RUSSIA. Personalmente l'unica cosa che mi è capitato di acquistare sono pinoli sbucciati della Siberia. Ottimi peraltro, li uso tutti i giorni nell'insalata. Non so se i pinoli saranno oggetto di sanzione. E comunque ci sono ottimi pinoli italiani, anche se molto più cari, o cinesi. Dunque vedremo quale sarà l'impatto reale sull'economia russa.

Certo, il blocco del North Stream 2 da parte della Germania pesa. E pesa oggi anche la demonizzazione ideologica delle centrali nucleari e dei rigassificatori, in nome di un ambientalismo non supportato dalla scienza. Gli americani sono autosufficienti, ma svariati paesi europei forse pagheranno, letteralmente, con costi maggiori, la miopia di non aver diversificato sufficientemente le fonti energetiche. Più al caldo di tutti starà la Francia con le sue 57 centrali nucleari. Ma questo è un altro discorso.

La domanda principale da porsi è: qual'è lo scopo delle sanzioni economiche?

Se lo scopo è punire Putin, resta da vedere se questo avverrà. Potrebbe accadere il contrario, il despota del Cremlino potrebbe apparire la vittima della plutocrazia occidentale agli occhi del suo popolo. 

Punire gli oligarchi, bloccandogli i conti correnti e gli investimenti, invece può funzionare, e siccome costoro non sono ben visti nella società russa magari l'occidente ci guadagna anche qualche punto di popolarità. Ma gli oligarchi non hanno molto potere su Putin per quanto sia dato di vedere.

Punire i politici, i membri della Duma e del Senato, i vertici militari e diplomatici può essere più utile a fomentare un dissenso ai vertici e facilitare, chissà, l'emergenza di un'alternativa. Difficile fare previsioni.

Delle sanzioni soffrirà sicuramente la popolazione russa in senso lato, e si può sperare che questo contribuisca alla sua emancipazione politica.

Però se con le sanzioni pensiamo di ottenere un cambiamento della politica estera e della grande strategia della Russia credo non dobbiamo farci illusioni. Mi auguro veramente di sbagliarmi, e nel clima politico degli ultimi giorni le sanzioni sono praticamente inevitabili. Ma se guardiamo alla storia è difficile trovare casi in cui le sanzioni abbiano fatto desistere un aggressore.

In tempi moderni le prime sanzioni furono applicate dalla Società delle Nazioni contro l'Italia a seguito dell'invasione dell'Etiopia. Risultato? Gli italiani sono restati in Etiopia fino alla guerra mondiale ed il regime fascista raggiunse l'apice della sua popolarità. Sanzioni contro il Giappone alla fine degli anni trenta? Risultato fu Pearl Harbor, non la ritirata dell'imperialismo nipponico. 

Dalla fine della seconda guerra mondiale le sanzioni economiche sono state applicate contro Cuba, Corea del Nord, Iran, Iraq, Sud Africa,  Zimbabwe, Venezuela, Unione Sovietica, Cina, Birmania, Siria, Serbia, Argentina (al tempo della dittatura militare) tanto per citare alcuni dei principali esempi più facili da ricordare. In nessuno di questi casi hanno prodotto un cambiamento di politica, interna o estera. Hanno prodotto povertà nei paesi destinatari questo sì, e hanno fatto perdere occasioni economiche ai paesi che le hanno imposte. Spero vivamente che questa volta sia diverso, soprattutto se si andrà a toccare il settore energetico, ma ho qualche dubbio.

In questi giorni si sono scatenate poi sanzioni di altro tipo, contro artisti e sportivi russi. Se lo scopo è dare un segnale, certamente il risultato c'è, anche se ne soffriranno le competizioni sportive e i festival musicali. Ma ancora una volta, se pensiamo che questo faccia cambiare comportamento a Putin, non ci facciamo illusioni. In passato, ricordiamo il boicottaggio di varie olimpiadi da parte di blocchi di paesi contrapposti, quale fu il risultato in termini di cambiamento politico? Nulla. 

Per gli artisti il discorso è ancora più difficile: in passato danzatori e musicisti sovietici riempivano le sale europee ed americane, anche ai tempi di Brezhnev e Stalin, ai tempi dei gulag dove morivano in milioni, ogni tanto qualcuno chiedeva asilo politico ma la maggior parte faceva arte e basta. Chiediamoci perché oggi debba essere diverso. 

A meno che, come nel caso del direttore d'orchestra Valery Gergiev, che appoggia apertamente l'invasione della Crimea dal 2014, l'artista non usi la sua piattaforma di popolarità per prendere posizione politica, allora è lui a violare la separazione tra arte e politica e questo non dovrebbe essere ammissibile mai.

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Having ruled out a direct conflict with Russia to defend Ukraine, Western countries have focused their retaliatory action on sanctions of various kinds. First of all, economic sanctions, aimed at the assets of the Russian top leaders, the oligarchs who support them and the politicians who endorse their decisions. Sanctions already implemented, and those proposed, are massive, they affect trade, finance, the personal wealth of many Putin supporters, their freedom to travel, etc. Their impact is already enormous on their targets and will be even more so in the months to come. There will also be an impact on countries that impose them, so they'd better be are ready to bear the price.

To date, the energy sector, which constitutes one of the two main sources of income for Russia's international trade, is excluded from the sanctions. (The other is weapons which, with some exceptions - see Russian anti-aircraft systems bought by Turkey - still go to other parts of the world: China and India in the first place, and will not be sanctioned.)

I imagine few of my readers have ever bought Russian fighter-bombers or heavy artillery, even if they are of excellent quality. Apart from the gas and oil we consume every day, raise your hand if you have ever bought something that says MADE IN RUSSIA on it. Personally the only thing I happened to buy are peeled pine nuts from Siberia. Excellent as they are, I use them every day in the salad, I doubt they contribute much to Russian foreign currency earnings. I don't know if pine nuts will be sanctioned. And in any case, there are excellent Italian pine nuts, even if much more expensive, or Chinese. So we will see what the real impact on the Russian economy will be.

Of course, Germany's blocking of North Stream 2 weighs heavily, on both sides of the pipeline. And so does the ideological demonization of nuclear power and regasification plants in the name of an environmentalism not supported by science. Americans are self-sufficient, but several European countries will perhaps pay, literally, with higher costs, for the myopia of not having sufficiently diversified their energy sources. France will do best with its 57 nuclear power plants. But that's another story.

The main question to ask is: what is the purpose of economic sanctions?

If the aim is to punish Putin, it remains to be seen whether this will happen. The opposite could come to pass: the Kremlin despot could appear the victim of the Western plutocracy and gain support in the eyes of his people.

Punishing the oligarchs, blocking their accounts and investments, on the other hand, can work, and since they are generally not well regarded in Russian society, perhaps the West also gains some points of popularity. But the oligarchs don't have much power over Putin as far as we can see; he has power over them.

Punishing politicians, members of the Duma and the Senate, military and diplomatic leaders and most importantly the leaders of the FSB (successor to the KGB) who are the inner sanctum of the Putin power structure, can be more useful in fomenting dissent at the top and facilitating, who knows, the emergence of an alternative. There are  Russian diplomats, soldiers and diplomats who are serious professionals and seek to forster the interests of their country in the XXI century instead of plunging into hazardous international gambles that smell of nostalgic XIX century imperialism. Difficult to make predictions.

Sanctions will certainly make the Russian population suffer in a broad sense, and we can hope that this will contribute to its political emancipation. Could there be perhaps another colored revolution in Russia?

Can achieve a change in Russia's foreign policy and grand strategy through sanctions? I don't think we should be under any illusions. I really hope I'm wrong, and in the political climate of the last few days, sanctions are practically inevitable. But if we look at history, it is difficult to find cases in which sanctions have made an attacker give up.

In modern times the first sanctions were applied by the League of Nations against Italy following the invasion of Ethiopia. Result? The Italians remained in Ethiopia until the World War and the fascist regime reached the peak of its popularity. Sanctions against Japan in the late 1930s? The result was Pearl Harbor, not the retreat of Japanese imperialism.

Since the end of the Second World War, economic sanctions have been applied against Cuba, North Korea, Iran, Iraq, South Africa, Zimbabwe, Venezuela, the Soviet Union, China, Myanmar, Syria, Serbia, Argentina (at the time of the military dictatorship), and Russia itself, to name a few of the main examples that come to mind. In none of these cases did they produce a change in policy, domestic or foreign. They have produced poverty in the recipient countries, yes, and have made those that imposed them lose economic opportunities. I sincerely hope this time will be different, given the unprecedented scale of sanctions. There might be a chance that they will work if they are expanded to touch the energy sector, but I have some doubts.

In recent days, sanctions of another type have been unleashed against Russian artists and sportsmen. If the aim is to give a visible political signal, certainly the result is there, even if sports competitions and music festivals will suffer. But again, if we think that this changes Putin's behavior, we are daydreaming. In the past, what was the result in terms of political change of the repeated boycott of the Olympics by opposing blocks of countries? Nothing.

As far as artists are concerned, the matter is even more difficult: in the past Soviet dancers and musicians filled the European and American halls, even in the times of Brezhnev and Stalin, in the times of the gulags where millions died, every now and then someone asked for political asylum but most he just made art. Let us ask ourselves why it should be different today.

Unless, as in the case of conductor Valery Gergiev, who has openly supported the invasion of Crimea since 2014, the artist uses his popularity platform to take a political stand, then he is the one who violates the separation of art and politics and this should never be allowed.

28 February 2022

Considerazioni sull'aggressione russa all'Ucraina / Some considerations on the Russian invasion of Ukraine

ENGLISH TEXT BELOW

Premetto, se ce ne fosse bisogno, che l'invasione russa non si giustifica, senza se e senza ma. Putin pagherà perché non ha capito la lezione di Napoleone o di Hitler: non si può vincere contro tutto il mondo. Ci sono tanti russi ragionevoli intorno a lui, ci sono sicuramente vari Stauffenberg o von Moltke, stiamo a vedere. Il dubbio traspariva nei video delle riunioni del vertice quando il capo chiedeva a tutti di annuire. Resta da capire il perché di una mossa così azzardata, ma come diceva Churchill la Russia è un enigma dentro un indovinello incartato in un mistero.

Quando lavoravo alla NATO, i rapporti con l'Ucraina sono stati per oltre 7 anni la mia principale occupazione. Ci sono stato decine di volte, anche nel Donbass, a Leopoli, in Crimea, a Kharkiv. Al di là dell'impegno professionale, mi ci ero affezionato. Per questo i fatti di questi giorni mi addolorano particolarmente e vorrei condividere qualche considerazione che mi passa per la testa. 

Fui incaricato, sulla base di proposte dei vari paesi membri, di stilare la "Carta" dei rapporti NATO-Ucraina, ancora in vigore. In essa, la NATO sostiene l'integrità territoriale dell'Ucraina, ma è un sostegno "politicamente" e non "legalmente" vincolante. Tradotto in italiano: se qualcuno viola i confini ucraini noi NATO valuteremo di caso in caso il da farsi. Anche quando l'Ucraina aveva accettato la rimozione delle testate nucleari dal suo territorio le era stata promessa garanzia di sicurezza e inviolabilità da USA, Russia e Regno Unito (Francia e Cina si erano defilate, forse saggiamente). Promesse, promesse...

Su una cosa sono d'accordo con John Mearsheimer e altri: in parte, Putin è un prodotto dell'occidente. L'occidente che ha umiliato la Russia di Eltsin, quando era in ginocchio. Gli USA illusi che il mondo unipolare risultato della caduta del muro di Berlino fosse un nuovo equilibrio e non una transizione. La NATO che, contrariamente a quanto promesso a Gorbachev al momento dell'unificazione della Germania, si allarga fino ai confini russi. Qualcuno aveva anche parlato di invitare la Russia stessa nella NATO, ma alla cosa non fu dato seguito. 

Invece nel 2008, al vertice di Bucarest, si dichiara, nero su bianco, che Ucraina e Georgia entreranno nella NATO. Poi però non se ne fa nulla, la cosa peggiore: provocare la Russia senza però offrire garanzie ai due paesi interessati. Fino ad allora, dai tempi di Gorbachev e Reagan, la Russia non aveva assunto alcun atteggiamento ostile, dopo di allora le cose sono precipitate, a cominciare dall'invasione di Abkhazia e Ossezia nel 2008, pochi mesi dopo Bucarest.

Non entro qui nella questione di se e fino a che punto l'allargamento della NATO sia stato una buona idea. Ma tante voci autorevoli si erano espresse contro. Ne cito una, quella di George Kennan, l'architetto del "contenimento" dell'Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1997, quando la NATO decise di mettere in atto il primo allargamento invitando Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria ad accedere al trattato, Kennan scrisse un articolo intitolato "Un Errore Fatidico" ("fateful" in inglese, si potrebbe tradurre come "fatale"), in cui scriveva "Ci si può aspettare che una tale decisione infiammi le tendenze nazionalistiche, antioccidentali e militariste nell'opinione pubblica russa; abbia un effetto negativo sullo sviluppo della democrazia russa; riporti l'atmosfera della guerra fredda nelle relazioni est-ovest e spinga la politica estera russa in direzioni decisamente non di nostro gradimento."

Nel 2014 il governo di Yanukovich rinuncia ad un accordo già finalizzato con la UE e accetta invece soldi russi. La reazione porta ad una rivoluzione, ad un colpo di stato, e Yanukovich scappa in Russia. Pochi mesi dopo Putin invade la Crimea, dove i russi sono accolti con i fiori, gli abitanti della penisola non si sentono ucraini. Un'ulteriore dimostrazione che l'Ucraina ha due anime: una filo-russa ed una filo-europea, e bisogna considerarle entrambe, non si può giocare ad asso pigliatutto. Adesso forse è più difficile. E comunque non si può premiare l'aggressione. Però paradossalmente potrebbe essere più facile: anche tanti cittadini ucraini di etnia russa non vorranno stare sotto Putin.

L'unica strada che resta aperta, che non si sarebbe mai dovuta chiudere, è quella del compromesso tra le due anime del paese. Decentralizzazione amministrativa, uso della lingua russa nel Donbass e in Crimea. Sul piano internazionale, la finlandizzazione resta una soluzione privilegiata: appartenenza alla UE ma non alla NATO. E comunque la Finlandia (come l'Austria e la Svezia, altri due neutrali) ha ottimi rapporti con la NATO e stretta collaborazione militare. Ogni altra soluzione porterà a perpetuare il conflitto.

ENGLISH TEXT

I would like to state upfront, that the Russian invasion is not justified, without ifs and buts. Putin will pay because he did not understand the lesson of Napoleon or Hitler: you cannot win against the whole world. There are many reasonable Russians around him, there are certainly several Stauffenbergs or von Moltke, let's see. The recent videos of the Security Council meetings when the boss asked everyone to nod seem to indicate his top brass is not too happy. The reason for such a risky move remains to be understood, but as Churchill said, Russia is a riddle, wrapped in a mystery, inside an enigma.

When I was working at NATO, relations with Ukraine were my main occupation for over 7 years. I've been there dozens of times, including in Donbass, Lviv, Crimea, Kharkiv. Beyond the professional commitment, I grew fond of the country and its people. This is why the events of these days are particularly painful for me.

On the basis of proposals from the various member countries, I was charged with drawing up the "Charter" of NATO-Ukraine relations, which is still in force. In it, NATO supports Ukraine's territorial integrity, but it is "politically" and not "legally" binding support. Translated into English: if someone violates Ukrainian borders, we NATO will evaluate on a case-by-case basis what to do. Even when Ukraine accepted the removal of nuclear warheads from its territory, it was given a "politically binding" guarantee of safety and inviolability from the US, Russia and the UK (France and China had withdrawn, perhaps wisely). Promises, promises ...

On one thing I agree with John Mearsheimer and others: in part, Putin is a product of the West. The West that humiliated Yeltsin's Russia when he was on his knees. The US deluded that the unipolar world resulting from the fall of the Berlin Wall was a new balance and not a transition. NATO which, contrary to what Gorbachev promised at the time of the unification of Germany, is expanding to the Russian borders. Someone had even talked about inviting Russia itself to NATO, but this was not followed up.

Instead, in 2008, at the Bucharest summit, it was declared, in black and white, that Ukraine and Georgia would join NATO. But then nothing was done about it, the worst outcome of all: provoking Russia without, however, offering guarantees to the two countries concerned. Until then, since the days of Gorbachev and Reagan, Russia had not assumed any hostile attitude, since then things have precipitated, starting with the invasion of Abkhazia and Ossetia in 2008, a few months after Bucharest.

I won't get into the merits of NATO enlargement here, whether and up to which point it was a good idea. I think it was not, and many voices far more authoritative than mine agree. George Kennan, the architect of the containment of the USSR after the second world war. In 1997, when NATO decided to enact the first wave of enlargement to Poland, the Czech Republic and Hungary, Kennan wrote an article titled "A Fateful Error" in which he wrote "Such a decision may be expected to inflame the nationalistic, anti-Western and militaristic tendencies in Russian opinion; to have an adverse effect on the development of Russian democracy; to restore the atmosphere of the cold war to East-West relations, and to impel Russian foreign policy in directions decidedly not to our liking."

In 2014, Yanukovych's government renounced an agreement already finalized with the EU and accepted Russian money instead. The reaction lead to a revolution, a coup, and Yanukovych escaped to Russia. A few months later Putin invaded Crimea, where the Russians were greeted with flowers, the inhabitants of the peninsula do not feel Ukrainians. A further demonstration that Ukraine has two souls: a pro-Russian and a pro-European one, and we must consider both of them, you can't have it all. Now perhaps it is more difficult. And in any case, aggression cannot be rewarded. But paradoxically it could be easier: even many Ukrainian citizens of Russian ethnicity will not want to be under Putin.

The only road that remains open, which should never have been closed, is that of compromise between the two souls of the country. Administrative decentralization, use of the Russian language in the Donbass and Crimea. On the international level, finlandisation remains a privileged solution: Ukraine in the EU but not in NATO. And in any case Finland (like Austria and Sweden, two other neutrals) has excellent relations with NATO and close military cooperation. Any other solution will lead to perpetuating the conflict.

07 August 2021

Film review: Emperor (2012) by Peter Webber, *****

Synopsys

Brigadier-General Bonner Fellers (Matthew Fox) is sent to Japan as a part of the occupation force. He is tasked with arresting Japanese war criminals, including former Prime Minister Hideki Tojo.

Before he departs, he privately orders his Japanese interpreter, Takahashi, to locate his Japanese girlfriend, Aya Shimada. 

After arresting Tojo, the Supreme Commander for the Allied Powers, General of the Army Douglas MacArthur asks Fellers, whom he recognizes as a Japan expert, for advice about whether Emperor Hirohito can't be tried as a war criminal. Doing so could lead to a revolt, but the American people want the Emperor to stand trial for Japan's actions. MacArthur gives Fellers ten days to investigate the Emperor. When Takahashi informs Fellers that Aya's Tokyo apartment was bombed, he orders him to investigate her hometown, Shizuoka. 

MacArthur and Hirohito


Review

A well constructed historical drama, very close to actual events, interwoven with a love story that probably is not so realistic but serves the purpose of this film. The film does not answer the million-dollar question, was the Emperor responsible for the war? But it does help to understand he deserves some credit for Japan's decision to surrender and therefore end the war.

29 January 2021

Book review: The Gate, by François Bizot (2004), *****


Synopsys

In 1971, on a routine outing through the Cambodian countryside, the young French scholar Francois Bizot was captured by the Khmer Rouge. Accused of being an agent of American imperialism, he was chained and imprisoned. His captor, Duch, later responsible for tens of thousands of deaths at the Tuol Sleng prison, interviewed him at length; after three months of torturous deliberation, during which his every word was weighed and his life hung in the balance, he was released. No other Western prisoner survived. Four years later, the Khmer Rouge entered Phnom Penh. Francois Bizot became the official intermediary between the ruthless conqueror and the terrified refugees behind the gate of the French embassy: a ringside seat to one of history's most appalling genocides.


Review

Bizot was incredibly lucky to see what he saw and come out alive, then move on to survive in Phnom Penh for several more years and write a harrowing and unique account of the Khmer Rouge rule. The gate of the French embassy, where many notables of the old regime had found refuge, and through which they will have to walk to their fate in the hands of the communists. A unique first-hand experience that very few western writers have been able to share so much in detail. He talks to many revolutionary soldiers and discusses politics as well as the details of day-to-day existence, the next harvest, education. Reading him is almost as good as having been there, without the dangers and the discomfort!

Read about my trip to Cambodia here.

See my reviews of other books on Cambodia here in this blog.



01 March 2020

Film review: Snow Falling on Cedars (1999) by Scott Hicks ****

Synopsys

Scott Hicks' screen adaptation of David Guterson's best-selling novel. On San Pietro Island, shortly after the end of World War Two, local fisherman Kazuo (Rick Yune) is on trial for the murder of another fisherman. The hearings are attended by Ishmael (Ethan Hawke), a local reporter who was also the childhood sweetheart of Kazuo's wife, Hatsue. As the hearings progress, Ishmael gradually begins to realize the extent of anti-Japanese feelings which still remains, and suspects that it could affect the course of the trial.


Review

A gripping historical novel about a lesser-known (unless you are a Japanese-American) aspect of domestic politics in the USA during and after World War II. A dark page in American democracy but a message of hope at the end. Also, it shows how immigrants in the American melting pot do not always, well, melt in the pot but keep cultural, if not political, affiliations to their country of origin.





You can buy the book here



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04 February 2019

Peleliu island, Republic of Palau

My third time on this small island whose sand is soaked with history. Today for the first time with my wife. In between dives we took a walk around the pier, where we quickly ate some snacks and took a shower.

No time to do a full tour of the island so we were just taking a short walk ashore when a stocky man driving a pick-up truck approached us and asked how long we were staying on the island. 

I told him no more than a half-hour and he offered to show us the wreck of a Japanese Zero that had been downed nearby and the airstrip for which so many people had died.

500 people live on the island now, but boats of tourists come from Koror every day to restock a couple of minimarkets. Other than that, locals have to boat to the capital for shopping.

We can see a small house, nothing special but the building is proudly announced by signs and photos as the house where the Japanese Emperor and Empress rested during their visit to Palau and Peleliu on 9 April 2015.

The photos of the imperial visit show the couple, meeting local elders and children, and of course paying tribute to the fallen soldiers of both sides, Japanese and American.

There are two mausoleums on the island a Shinto for the Japanese and one for the Americans, though both sides, I am told, retrieved their dead to be buried in their respective homeland.

Peleliu offers better dive sites than Palau, I wish we had spent more time here. But I fear the liveaboard skipper wanted to save fuel...





















In the final dive of the day an incredible encounter with a leopard shark.



29 January 2019

Iro wreck dives, Palau


The "Iro" was not a "maru", like most wrecks in the Chuuk lagoon, ie it was not a merchant transport converted to military uses. It was an oil tanker built in 1921-22 expressly for the imperial Japanese navy. Funny she was powered by coal, was a steamer, even though she carried oil for the engines of other ships. One of only 9 oilers in the Japanese navy in WWII, a major weakness.

It participated in most major WWII operations, except Pearl Harbor. During the course of the war, it was hit many times but survived.

It was finally hit by a torpedo in her bow near the Philippines which chopped off a whole bite of the hull at the very front edge. In March 1944 it was limping on her way to Chuuk to be repaired when she learned of operation Desecrate, the American attack on Palau, and she was ordered to Palau, the next maritime line of defense for the imperial navy.


There she was again attacked and finally sunk.

It was salvaged in the 1950s, the Japanese recuperated the bodies and valuable metals but... the boat bringing the remains of the Iro's sailors and any valuables back to Japan sink en route!

The Iro now rests upright, stern sank first and is deep under the sand with prop and rudder clearly visible. A most interesting set of dives.



21 May 2018

Belfast and Giants’ Causeway




As we disembark we see piles of coal at the harbor, they tell us it is still extensively used for home heating! We have a guide who is obviously a Catholic nationalist, here is a few points from his explanations during the day.

Now Northern Ireland is trying to revive the shipbuilding industry concentrating on repairs, 800 workers, used to have more than 25000. The Titanic, of course, was built here. Biggest exports from Northern Ireland are farm products, lamb cheese, and machinery.

Belfast now has 500,000+ inhabitants, 10th largest city in the in the UK. In 1888 queen Victoria gave Belfast city status.

Giant causeway, since 1996 UNESCO World Heritage Site, the only one in NI. It was formed 50 million years ago by volcanic eruptions and is made up of about 40,000 stones.

According to mythology a giant from Scotland and one from Ireland were fighting. The Scottish giant bigger Irish ran back and wife.

The Vikings ruled here from the 9th to 11th century, then Anglo Saxons in 12th , build castles. Later English and Scottish domination take best land, Irish discriminated against.

1588 shipwrecks of Armada, uncharted waters on West coast of Ireland

1845 to 1852 famine 1 million died, another million migration to America
Catholics persecuted, Gaelic language prohibited during protestant reformation

Why the UK keep North Ireland after Irish independence in 1922:

- strategic reason: feel vulnerable to attack from Atlantic
- economic: 6 counties in ni richest, textile shipbuilding. At partition Northern Ireland had 80% of the island's gdp, today 9%.
- just over 50% in Ulster wanted to remain in the UK.

Unionists wanted NI to be a "protestant priority" land. In the late 1960s lots of catholic uprising, they were inspired by the American Civil rights movement, discrimination against Catholics similar to that against blacks in the USA
even segregation, created enclaves, separated by so-called peace walls still visible.

The army was sent in. In 1971 cases of internment of Catholics without trial
powers to army directed against Catholics, up to 5 years in jail without charge.

Demonstrations in Derry but the UK deployed parachute regiments
barricaded and 28 civilian shot 14 dead on bloody Sunday 1972

Belfast very divided city, conflict until 1994 the start negotiating. Good Friday agreement in 1998. But still divided, built more "peace walls" after the Good Friday agreement.

In many ways a backward country, everyone got the right to vote in local elections 1973, before that one had to be a  landowner!

10 May 2018

Film review: Youth (2017) by Feng Xiaogang, *****

Synopsis

When Xiaoping joins the military, delicate dreams are dashed by the events of a China undergoing revolution. The devastating Sino-Vietnamese war crashes into 1970s China, changing the lives of the Army's young new recruits forever.

In this epic spanning several decades, Youth shows Comrades of the People's Liberation Army fight amongst themselves as much as on the battlefield – and cause as much damage as the war that tore their lives apart.


Review

Incredibly passionate and captivating historical film about life in China during the huge transformations that took place after Mao's death. A love story starts during the excesses of the cultural revolution with the "great helmsman" still in power, and the trauma of the war against Vietnam in 1979. After that, rapid reforms make many Chinese rich, and many officials corrupt, but the human story of the protagonists carries through the ages. One man's good deeds are taken for granted and not appreciated any more.

The film was supposed to be released just before the 2017 party congress but it was held up until after the congress itself for some reason. Maybe because it contains thinly veiled criticism of Mao and also raises many questions about the new system of the country.

A strongly recommended film about how China became what it is today.

See other film on China reviewed in this blog.






10 November 2016

Book review: Hunan Harvest (1946) by Theophane Maguire, ****

Synopsis

Diary of a young American Passionist missionary who is sent deep into China to preach and help. Theophane is just twenty-five years old when he travels to Hunan, learns the language and starts four years of intensive work against all odds.

According to the Passionist Historical Archives, Father Theophane Maguire, C.P., St. Paul of the Cross Province (1898-1975) was born in Wayne, Pennsylvania. He attended St. Joseph's Jesuit Prep in Philadelphia. There he became interested in the Passionists and decided to enter the novitiate in Pittsburgh, Pennsylvania. On August 13, 1917 he professed his vows and received the name Theophane. He was ordained on October 28, 1923 and quickly was assigned to the Passionist mission in Hunan, China. After he returned from the mission in 1929 he wrote Hunan Harvest which was published in 1946.

Back in the United States he went to Pittsburgh and eventually to Union City where he was editor of Sign magazine. Later in Pittsburgh he did fund-raising and worked at the retreat house. His later years were at the Passionist monastery, North Palm Beach, Florida. His last days were spent at the Passionist infirmary of Brighton, Massachusetts.


Review

Unique book by an ardent Christian missionary in one of the least known provinces of China. Magire writes well and draws the reader into the harsh reality he experiences every day.


He is very dedicated to the people of Hunan, but even more to their souls, which he wants to "harvest" for Jesus Christ. It is an attitude one often finds in Christian missionaries around the world.   While he humbly serves his superiors and is truly compassionate with the Chinese, he does betray a kind of complex of superiority. He writes (p.24) that training of missionaries in the local languages is a good idea because "it is a matter of results, which in this case is to be reckoned in souls. We were to deliver a doctrine entirely new to these people. We were to deliver a message that is supernatural. It is opposed to beliefs that are rooted in centuries of obstinate tradition. it slashes at old habits and widely observed superstitions." Well many Chinese are superstitious indeed, but I am not sure they are more so than Westerners on average, and in any case the incredible wealth of Chinese culture can hardly be dismissed as just a matter of superstition,. many would argue that religion itself, any religion, is superstition.

While he does endure lots of suffering, one can see he and his colleagues are often privileged compared to their fellow Chinese helpers: for example he is depicted as traveling on horseback while his Chinese companions are on foot.

At the end of the book, he seems to worry more about the future of Christian proselytism in Hunan than about the horrors of the civil war or the gathering storm of the Japanese invasion.

Another interesting aspect of the book is that he pays a lot of attention to the minorities of China, especially the Miao people whom he met on several occasions.

He is also a careful painter of scenes of everyday life in rural China where warlords called the shots and the rule of law enforced by the state was nowhere to be seen: the Emperor is far away, as an old Chinese saying goes.

The book is also valuable because it contains lots of drawings that convey a sense of the atmosphere where father Maguire worked for four years. I reproduce them here.

























12 June 2013

Film review: Flags of our Fathers (2006) by Clint Eastwood, ****

testo italiano di seguito

Synopsis

The film is about a photograph by James Rosenthal, one of the most famous war pictures of all times. Thematically ambitious and emotionally complex, Clint Eastwood's Flags of Our Fathers is an intimate epic with much to say about war and the nature of heroism in America. Based on the non-fiction bestseller by James Bradley (with Ron Powers), and adapted by Million Dollar Baby screenwriter Paul Haggis (Jarhead screenwriter William Broyles Jr. wrote an earlier draft that was abandoned when Eastwood signed on to direct), this isn't so much a conventional war movie as it is a thought-provoking meditation on our collective need for heroes, even at the expense of those we deem heroic.

In telling the story of the six men (five Marines, one Navy medic) who raised the American flag of victory on the battle-ravaged Japanese island of Iwo Jima on February 23rd, 1945, Eastwood takes us deep into the horror of war (in painstakingly authentic Iwo Jima battle scenes) while emphasizing how three of the surviving flag-raisers (played by Adam Beach, Ryan Phillippe, and Jesse Bradford) became reluctant celebrities – and resentful pawns in a wartime publicity campaign – after their flag-raising was immortalized by Associated Press photographer Joe Rosenthal in the most famous photograph in military history.


Review

A typically Eastwood approach. He takes a highly unusual point of view to reveal the lesser known aspects of a very well known subject matter, in this case the flag raising photograph of the battle of Iwo Jima. Of the six men, three were killed in action a few days later. This is not a film meant to show bravery, though there is plenty of it. It is a cynical film to show how the American war propaganda machine manipulated the three survivors of the flag raising to ... raise money for war bonds. We learn how the flag itself was a coveted object of contention among politicians and military leaders. And how in the end those who were less interested in the iconic photograph were the people in it. They were there to do a job, and being in a photograph was not part of it.

Pretty amazing CGI. For example, technicians artificially reproduce the Pacific theather as a background for the rugged terrain in Iceland where the film was actually shot! You can see it's not real, but it's pretty close to look real.

Watch this film together with "Letters from Iwo Jima", also by Clint Eastwood, that tells the story of the battle from a Japanese point of view. I will review this most interesting film soon in this blog.

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Recensione

Approccio tipicamente Eastwoodiano. Clint affronta l'argomento da un punto di vista molto inusuale per rivelare gli aspetti più nascosti di una vicenda ultranota, in questo caso la celebre foto della bandiera di Iwo Jima. Dei sei uomini nella foto, tre sono morti in combattimento nei giorni successivi. La macchina della propaganda bellica americana ha manipolato gli altri tre allo scopo di raccogliere fondi per finanziare il prosieguo della guerra. (Siamo a Febbraio 1945 ed il Giappone non ha ancora nessuna intenzione di arrendersi.)

Alla fine si capisce come i sei personaggi nella foto erano i meno interessati alla foto stessa: erano a Iwo per uno scopo ben preciso, e posare in una fotografia non rientrava nei loro compiti.

Buoni effetti speciali: i tecnici hanno ricreato lo sfondo dello sbarco e lo hanno inserito dietro le montagne islandesi dove si sono svolte le riprese. Sembra quasi vero.

Consiglio di vedere questo film con "Lettere da Iwo Jima", sempre di Clint Eastwood, che racconta come quella drammatica battaglia fu vissuta dai giapponesi.

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19 March 2013

Film review: Casablanca (1942), by Michael Curtiz, *****

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Synopsis

Casablanca: a French colonial city during WW II: still governed by unoccupied Vichy France, with a daily flight to neutral Portugal, from where ships sailed regularly to America. A city easy to enter, but much harder to leave, especially if you're wanted by the Nazis. Such a man is Resistance leader Victor Laszlo (Paul Henreid), whose only hope is Rick Blaine (Humphrey Bogart), a cynical American in love with Victor's wife Ilsa (Ingrid Bergman), the ex-lover who broke his heart. Ilsa offers herself in exchange for Laszlo's transport out of the country and bitter Rick must decide what counts more...

The film is bursting with memorable quotes!


Review

So much has been said about this film that it would be presumptuous of me to add anything. I will try to sum it all up in one question, however. Casablanca is about a fundamental choice some people have to make at some crucial point in their lives. The question this film leaves us with is a difficult one. What is more important: finding love or fighting for freedom? 

Rick, the eternal cynic who did not stick his neck out for anyone, chose to fight for freedom. I am not sure what I would have done. Perhaps I would have chosen love. Maybe I am a wimp, or maybe I take freedom too much for granted, as I never had to fight a war for it.



16 March 2013

Film review: The Burmese Harp (1956), by Kon Ichikawa, *****

Synopsis

A rhapsodic celebration of song, a brutal condemnation of wartime mentality, and a lyrical statement of hope within darkness; even amongst the riches of 1950s' Japanese cinema, The Burmese Harp, directed by Kon Ichikawa (Alone Across the Pacific, Tokyo Olympiad), stands as one of the finest achievements of its era.

Mizushima taught a Burmese boy to play his harp
At the close of World War II, a Japanese army regiment in Burma surrenders to the British. Private Mizushima is sent on a lone mission to persuade a trapped Japanese battalion to surrender also. When the outcome is a failure, he disguises himself in the robes of a Buddhist monk in hope of temporary anonymity as he journeys across the landscape but he underestimates the power of his assumed role.

A visually extraordinary and deeply moving vision of horror, necessity, and redemption in the aftermath of war, Ichikawa's breakthrough film is one of the great humanitarian affirmations of the cinema.

Nominated for a Best Foreign Language Film Oscar and honoured at the Venice Film Festival. You can watch a trailer here.