21 February 2003

2° g - 21 FEB: L'Avana, colazione socialista, Museo della Rivoluzione

Colazione a casa di Ernesto. Frutta tropicale in abbondanza, uovo sbattuto con cipolla e pomodoro. Banane affettate. Ernesto taglia le banane lentamente, quasi solennemente, come se dipingesse. Suona il telefono, la preparazione si sospende. Succo di guava fresco. Marmellata, buona sul pane tostato con il burro ingiallito ma saporito. Caffé un po’ annacquato, come sarà spesso a Cuba, strano in un paese che produce ottimo caffé. Il tempo sembra non passare mai, ma aver fretta a Cuba è un controsenso, ed è anche inutile, non importa se si fa tardi ad un appuntamento con gli amici, tanto faranno tardi anche loro, ora si fa colazione. Mangia con noi un australiano che è qui per la terza volta, viaggia da solo, ha fatto quasi 24 ore di volo per arrivare, gli piace Cuba, ma dice che questa sarà forse l’ultima volta. Vuole finire di girare il paese, dice gli mancano ancora alcune spiaggie e cittadine, poi se ne andrà contento.

Nel suo piccolo, la colazione mi da subito una prima immagine storica del paese. Il fondo di tazzine e piattini tradisce il lungo legame di Cuba con il blocco sovietico: le tazzine sono “Made in Czechoslovakia”, su alcune porcellane mi fa una certa impressione notare un laconico “Made in USSR”. Tazzine e porcellane fantasma, provenienti da due paesi che non esistono più, entrambi sfaldati dal collasso del comunismo e dal risorgere del nazionalismo in Europa centrale ed orientale. La fattura di questi oggetti è buona, almeno ad un occhio inesperto come il mio, anche se lo stile, imitazione ottocento, è un po’ tristanzuolo. Non è diffile immaginare come questa roba sia arrivata qui. Erano i tempi in cui Cuba sopravviveva con le sovvenzioni che le provenivano da Mosca, che per sostenere il suo avamposto caraibico pagava lo zucchero fino a quattro volte il prezzo di mercato. Ma, si sa, il denaro liquido non abbondava neanche a Mosca, e spesso tra le economie scalcagnate dei paesi del “Comecon”, il mercato comune socialista, di cui Cuba faceva parte, si usava il baratto. Dunque tazzine cecoslovacche e porcellana sovietica in cambio di zucchero cubano. Chissà da dove arrivano oggi le tazzine a Cuba, dato che il Comecon non c’è più e lo zucchero è più difficile da vendere, sul mercato libero; forse non ne arrivano proprio, ma Ernesto se la cava ancora benissimo con quelle cecoslovacche e sovietiche.

Finita la colazione mi soffermo con Ernesto nel salone, chiedo consigli sul prosieguo del viaggio, facciamo insieme qualche telefonata a suoi colleghi affittacamere nelle città dove arriveremo nei giorni successivi per prenotare le stanze. I telefoni di Cuba funzionano bene, le linee digitali si irradiano per tutta l’isola, grazie ad alcuni investimenti internazionali, anche italiani, ma non è facile reperire i numeri di telefono di abbonati di altre provincie. La cosa mi sorprende, questa facilità di telefonare in un paese dove ogni sorta di comunicazione è strettamente controllata, ed in effetti un filtro c’è, ed è ancora l’amato-odiato dollaro. Infatti con i telefoni privati si può telefonare, ma chiamare all’estero costa tra i 2 ed i 4 dollari al minuto, svariati giorni di stipendio medio!

Già, i dollari. Amati e odiati dal regime. Cuba è pressoché totalmente dollarizzata. Chi non ha dollari sopravvive con le tessere di razionamento dei beni di prima necessità. Noi non cambieremo solo qualche spicciolo in Pesos locali (utili sono per qualche spuntino per strada). Il cosiddetto "peso convertibile", invece, è in sostanza un dollaro stampato a Cuba e chiaramente accettato solo colà. Viene cambiato a 1 contro 1 col verdone. E viene accettato indifferentemente l'uno o l'altro, quindi in pratica in questo viaggio useremo solo dollari. (La cosa cambierà qualche anno dopo, ed il governo proibirà la circolazione dei dollari, imponendo a chi li possiede di cambiarli al tasso di 1,1 contro 1 in pesos convertibili, in pratica una tassa del 10%.) Durante il nostro viaggio un euro valeva circa 1.1 $ USA e circa 26 Pesos “nazionali”.Gli euro sono ancora abbastanza sconosciuti. Per fortuna ho fatto provvista di contante sufficiente per vari giorni, e ho preparato una buona scorta di banconote di piccolo taglio per mance, frutta, acqua. Le carte di credito vanno bene nelle città ma non sono ancora diffuse nei piccoli centri.

Con l’aiuto di Ernesto, non senza fatica riesco a telefonare ad una mezza dozzina di casas particulares che intendiamo visitare nei prossimi giorni, e prenoto le stanze, o così almeno credo. Infatti non esiste un vero sistema centralizzato di prenotazioni per las casas. L’email è proibito, (almeno ufficialmente, Ernesto lo usa da un ospedale dove lavora un amico medico). Le carte di credito non sono accettate e il fax è una rarità, dunque non ci sono garanzie reciproche, nè per i proprietari (a volte i clienti cambiano programma e non si presentano, senza aver cura di disdire) né per i clienti (a volte i proprietari, non vedendo arrivare i clienti, affittano le camere al primo venuto e quando il cliente prenotato arriva in serata, magari dopo un lungo viaggio, deve rimettersi a cercare, a noi capiterà). Esiste però un codice d’onore tra i proprietari, e si creano spontaneamente dei “capi-cordata”, autorevoli e conosciuti, che telefonano e prenotano per i propri clienti presso le case collegate nelle altre città. E’ il caso di Ernesto, che mi risolve non pochi problemi per il proseguimento del viaggio!

Parliamo di Cuba, e devo stare attento a dosare le parole ma non posso evitare che la conversazione scivoli sulla politica, perché tutto, a Cuba, è politico. Ernesto non è aprioristicamente contrario al regime castrista. Sostiene anzi che questo abbia fatto molto di buono, e che ci siano ottime ragioni oggi per essere orgogliosi di essere cittadini di questo paese, ossequiosi delle sue leggi, accettandone anche, se pur mestamente, con rassegnazione, le angherie. Quello che Ernesto non riesce a spiegarsi è perché il governo non lasci un po’ più di libertà… nessuno pretende, dice, che si copi il modello democratico occidentale, che ha anch’esso i suoi problemi, ma solo un po’ più di libertà…

Museo della Rivoluzione

Le Rivoluzione, a Cuba, è come se fosse finita ieri; anzi se ne sente parlare dal regime come se non fosse ancora finita affatto. Si è ancora invitati a difendere la Rivoluzione, che pure si compì, vittoriosamente, il giorno di capodanno del 1959. Ci penso su, io sono nato nel 1959, ho la stessa età della Revolucion! Sono convinto che il governo ponga tanta enfasi sulla difesa della rivoluzione perché non ha molto altro da difendere, di ciò che è avvenuto dopo la rivoluzione. La rivoluzione, qui, o è permanente o si ha paura che mostri le rughe. Del resto così era anche nei paesi del blocco sovietico, che hanno continuato fino alla tomba ad inneggiare alla Rivoluzione d’Ottobre. Per restare nella regione caraibica, così è stato anche in Messico, dove addirittura fino a pochi anni fa è stato al potere per decenni il Partito Rivoluzionario Istituzionalizzato (ma non è una contraddizione in termini?), di fatto un partito unico. Anche in Iran continuare ad inneggiare alla Rivoluzione del 1979 serve a deviare lo scontento che altrimenti colpirebbe il regime degli Ayatollah.

"Rivoluzione vuol dire libertà e piena uguaglianza"

Le rivoluzioni di successo, invece, sono in genere quelle di cui non si parla più, perché hanno raggiunto il loro scopo – sovvertire un ordine costituito ed installarne un altro – sono finite, ed i rivoluzionari sono ridiventati normali cittadini. Lasciamo perdere le rivoluzioni di Francia e Stati Uniti, è passato tanto tempo, ma prendiamo la rivoluzione portoghese del 1974, o quelle cecoslovacca e romena del 1989, le più drammatiche dell’Europa ex-socialista: sono finite, portoghesi parlano di fare l’Europa, i Romeni, i Cechi e gli Slovacchi di entrarci, ma difficilmente li sentirete esortare a difendere le loro rivoluzioni. Anche in Sud Africa, l’esempio della più bella rivoluzione degli ultimi anni, la parola non si sente quasi più, si parla di costruire la democrazia.

Le idee chiare preservano la Rivoluzione

Il palazzo del museo, ex residenza presidenziale al tempo della dittatura di Batista, è ben tenuto, pulito, sobrio. Scolaresche ordinate arrivano alla spicciolata e si alternano a grupponi di stranieri che scendono da lussuosi pullmann aerocondizionati. Non mancano visitatori statunitensi, che non sembrano toccati più di tanto dalla martellante insistenza delle didascalie, che non smettono di puntare il dito accusatore verso il loro paese.

"I rivoluzionari non potranno mai essere amici dei controrivoluzionari"

Il Museo della Rivoluzione di L’Avana è in realtà un museo della storia cubana. La documentazione parte dalla lotta contro la Spagna che, con l’aiuto interessato degli Stati Uniti, portò all’indipendenza proprio sul finire dell’ottocento. Il regime considera questa lotta come antesignana della “presa di coscienza nazionale” del popolo cubano, a sua volta condizione indispensabile per la preparazione della rivoluzione del 1959.

Alto e chiaro: socialismo!

L’oggettistica rivoluzionaria è quella di altri musei similari: armi, vestiti, effetti personali degli eroi, fotografie. L’atmosfera in cui ci si immerge nel grande edificio però non è trionfalistica come si potrebbe supporre, semmai piuttosto mesta e scolorita.

Ernesto "Che" Guevara

Il mulo imbalsamato usato da Che Guevara forse è un po’ eccessivo ma, si sa, il Che è il più grande mito di Cuba, ed una sua statua a grandezza naturale nella camera del museo dedicata alle sue gesta in Bolivia, dove morì, è uno dei punti obbligati del percorso di visita. Accanto all’uscita, in un’altra saletta, altrimenti vuota, troneggia un televisore che ripropone senza sosta un video del funerale di stato organizzato in occasione del rientro della salma di Che a Cuba nel 1967. Lento corteo militare, solenne marcia funebre di sottofondo, volti sommessi. Il Che è un mito vivente anche se si sa che durante gli ultimi anni della sua vita era in disaccordo con la politica estera sempre più conciliante dell’Avana. Dopo la crisi dei missili del 1962, infatti, da Mosca era arrivato l'ordine di non provocare gli USA, e Castro aveva obbedito, mentre lui, invece, il Che, il puro, voleva continuare la rivoluzione internazionale, era quindi filo-maoista dopo che Mao aveva rotto con Mosca, quindi molto imbarazzante per Castro. Se ne andò a fare la rivoluzione in giro per il mondo e finì ammazzato in Bolivia nel 1967.

Certamente la sua morte precoce contributì a farne il mito che è ancora oggi, anche per coloro che non si sono mai identificati nell’ideologia marxista. Ed è così che pochi ricordano come fu un pessimo amministratore quando ricoprì l’incarico di ministro dell'economia, o quando coordinava le esecuzioni sommarie degli oppositori politici subito dopo la rivoluzione. Pochi si rendono conto che, se Cuba avesse seguito la sua linea oltranzista, forse negli anni sessanta sarebbe scoppiata la Terza Guerra Mondiale. O forse, anzi più probabilmente, i sovietici, che di combattere una guerra con gli americani non avevano giustamente alcuna voglia, avrebbero abbandonato il fratellino caraibico e la Rivoluzione sarebbe stata stata sepolta ancora minorenne. Forse, quindi, sarebbe stato un bene per Cuba se Che fosse sopravvissuto al potere, il comunismo sarebbe caduto ed oggi sarebbero liberi come quasi tutto il resto dell'America latina. Ma, si sa, con i se non si fa la storia, Che è morto giovane ed il suo mito gli sopravvive a mezzo secolo di distanza.

Una stanza del Museo è dedicata alla missione che circa 20.000 cubani compirono in difesa del socialismo in Angola negli anni settanta e ottanta. Più di duemila non tornarono, ma i militari cubani contribuirono, forse dicisivamente, a respingere l’invasione del Sud Africa, al tempo ancora razzista, che mal vedeva l’installazione di un regime socialista alle sue porte. Curioso ricordare qui (non se ne vede cenno naturalmente nel museo) che durante quel periodo i soldati cubani proteggevano i pozzi petroliferi angolani, unica risorsa economica per il disperato governo di Luanda, dagli attacchi dei guerriglieri alleati dei sudafricani; piccolo particolare, i pozzi erano stati dati in concessione alla Gulf Oil, dunque i cubani difendevano, con le loro armi sovietiche ed a rischio della propria vita, i profitti degli americani in un paese fratello socialista!

All’esterno, sul retro, una collezione di cimeli della Rivoluzione. Un enorme parallelepipedo di vetro racchiude il Granma, che vuol dire “la nonna”, il piccolo yacht con il quale i rivoluzionari sbarcarono a Cuba nel dicembre 1956 per iniziare la lotta ricoluzionaria che li avrebbe portati al potere due anni dopo. La struttura ricorda quella dell’Ara Pacis di Roma, ma a differenza dell’Ara Pacis in quella del Granma non si può entrare! Il sacro battello, che da il nome al quotidiano organo del Partito Comunista Cubano, oltre che ad un’intera provincia orientale del paese, si può solo vedere dall’esterno. Tutt’intorno, aerei da guerra dell’aviazione di Batista catturati dai rivoluzionari, un barchino di quelli che avevano portato a terra gli scriteriati esuli dello sbarco alla Baia dei Porci nel 1961, un rottame di aereo abbattuto nel corso della stessa battaglia e, dulcis in fundo, i rottami di un U-2, l’aereo spia americano per antonomasia (è ancora stato utilizzato in Iraq nel 2003), la salma del cui pilota i cubani restituirono agli USA solo 17 anni dopo quando Washington finalmente ammise di aver preso parte a quell’intervento.

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