24 February 2003

5° g - 24 FEB: Trinidad

Mattinata a zonzo per Trinidad, è come passeggiare in un grande museo. L’architettura è solo il fantasma dello sfarzo coloniale che si sfoggiava qui durante l’epoca d’oro dell’impero spagnolo. La struttura urbanistica a dimensione d’uomo, raccolta attorno alla zona della cattedrale, quasi una miniatura, lascia ancora respirare l’atmosfera di allora. Naturalmente il traffico è minimo, ed a parte qualche raro camion, le immancabili automobili americane degli anni cinquanta contribuiscono a rendere l’ambiente ancora più caldo ed invitante...

Mi si avvicina un ragazzo e mi offre dei sigari, dei veri “Montecristo”, mi assicura, vuole tre dollari per una scatola da cinque pezzi. Mi riviene alla mente la situazione a L’Avana, quando davanti alla fabbrica dei Corona mi facevo degli scrupoli ed esitavo ad accettare offerte simili, ma dura poco: gli offro due dollari e lui accetta senz’altro. Chissà se sono veri Montecristo? Ennio, che mi accompagna, è più smaliziato di me: “So’ sicuramente taroccati!” sentenzia, ma se li compra pure lui. Sembrano veri, alla vista, al tatto, all’olfatto, e noi certamente non siamo esperti di sigari… anzi Ennio neanche fuma, li compra per regalarli ad amici. Comunque, veri o taroccati, per due dollari, io e gli amici di Ennio ci potremo godere cinque buone fumate.

Poco dopo entro in un negozio di sigari ufficiale, di stato, belle vetrine lustrate ed umidificate, ed aria condizionata a manetta, si gela! Noto che la nostra stessa scatola di Montecristo è in vendita per 14 dollari! Allora tiro fuori la mia scatola, già sconsolato nella certezza di aver preso una fregatura, e chiedo alla commessa se secondo lei questi sigari che mi …ha regalato un amico… sono dei veri Montecristo oppure no. Con mia grande sorpresa mi dice di si, sono normali Montecristo, con tanto di fascetta originale e sigilli del monopolio di stato sulla scatola. Dunque sono colpevole di ricettazione, i sigari che mi ha venduto il ragazzo per strada sono stati rubati in una fabbrica di Montecristo!

Proprio di fronte al negozio di sigari c’è per l’appunto una piccola fabbrica di sigari: Niente di colossale, qualche decina di operai, l’accesso è libero ma una guardia all’ingresso veglia a che i visitatori non se ne escano, non sia mai, con qualche sigaro illecitamente acquisito all’interno della fabbrica. All’interno, si lavora a tutte le fasi della confezione dei sigari, dalla selezione delle foglie di tabacco all’inscatolamento. Fitte grate metalliche chiudono tutte le finestre, per evitare che gli operai defenestrino il prodotto del loro lavoro per il monopolio di stato verso le mani di qualche complice che potrebbe poi, non sia mai, venderlo al mercato nero! Entro dunque con circospezione. Gli operai, e soprattutto le operaie, sorridono mentre continuano, intenti, a tranciare, arrotolare, pressare, sigillare i nobili tubos. Alcuni ed alcune di loro, mentre lavorano, fumano. C’è una regola, credo non scritta, come tante regole qui a Cuba, per la quale gli operai possono fumare quello che vogliono mentre sono in fabbrica (mentre osservo mi chiedo, chissà se qualcuno a Cuba a cominciato a far causa per i danni alla salute provocati dal fumo passivo?!?) ma non possono portarsi via la produzione, che è dello stato.

Un paio di “ispettori” o “controllori” si aggirano distrattamente tra i banconi. Comincio a fotografare, i sigari hanno lo stesso colore cannella della pelle delle mani che li lavorano e delle tavolette di legno su cui vengono arrotolati, e contrastano con i vestiti sgargianti delle operaie. Dopo qualche minuto, prima cautamente, poi sempre più ostentatamente, qualche operaio mi offre dei sigari, dai 40 agli 80 centesimi l’uno, a seconda del tipo. Non ci potrei giurare, ma ho l’impressione che gli “ispettori”, quando mi vedono potenzialmente interessato ad una trattativa, si premurino di allontanarsi e guardare altrove. Altrimenti non si spiegherebbe come, al di là di qualche atteggiamento furtivo che ci vorrebbe far credere che c’è il pericolo di essere colti in flagrante. praticamente tutti gli operai e le operaie della fabbrica ci offrano sigari… rapide contrattazioni, poi i puros vengono rapidamente calati nello zaino del mio amico Matteo, che non fuma ma ne compra un po' pure lui da portare agli amici in Italia.

Tornando a casa siamo ancora fermati da un paio di ragazzi che ci sventolano una scatola di “Cohiba” da dietro una grata che protegge la finestra di una casa. Entriamo e ci chiedono se vogliamo comprare altri sigari. Entro nella casa e mi si parano davanti con una collezione di scatole, non c'è che l'imbarazzo della scelta, quantità, dimensione, costo sempre molto basso, una lussuria!

La forza del partito è radicata nel suo stretto legame con le masse (Fidel)

Pomeriggio a leggere nel patio della casa di Antonia. Una lavandaia mulatta si affaccenda con la biancheria. Anche il ragazzo factotum è nero, e così pure le cameriere.

Spesso, in questo viaggio, avremo personale di servizio di colore ma, sarà una coincidenza, nessun proprietario di casa particular di colore, neanche di pelle un po’ scuretta, tutti bianchissimi. Del resto, nonostante Cuba si vanti di aver debellato il razzismo. In verità si constata facilmente dappertutto un alto grado di integrazione razziale, di coppie miste, di bambini bianchi, neri e mulatti che giocano assieme. Però praticamente tutta la classe dirigente del partito e delle forze armate (e quindi del paese) è assolutamente bianca, non c'è neanche una goccia di caffè sulla loro pelle.

Sul finire del pomeriggio mi siedo al centro della Plaza Mayor, il sole scalda ma non opprime, l’aria è ancora fresca del breve ma violento acquazzone meridiano, le ombre si allungano ed i colori della vecchia pietra degli edifici coloniali si ammorbidiscono. Manipoli di bambini si rincorrono furiosamente per le aiuole. Due vecchietti suonano la chitarra e cantano, quasi sottovoce, su una panchina accanto alla mia. Sembrano veramente presi da Buena Vista Social Club; non cercano turisti, non chiedono soldi. Ad ascoltarli com me c’è una famiglia francese, papà indaffarato a fare foto come me, mamma concentrata sulla musica e una bambina, di forse 5 anni, che divide la sua attenzione equamente tra cani e musicisti. Poco più in là, due tedeschi sulla cinquantina, maglietta e pantaloncini corti bianchi, pelle rigorosamente scottata, la panciona tradisce le tante birre, si stravaccano su una panchina e sembrano addormentarsi.

Le dita dei due musicisti toccano appena le corde sfilacciate delle vecchie chitarre, le casse ricoperte di crepe, graffi e riparazioni fatte alla bella e meglio. Due cani randagi si agitano ed abbaiano stupidamente. Due poliziotti si avvicinano (pure qui!) e mandano via i bambini, gli intimano di andare a rincorrersi da qualche altra parte. Non sono bruschi, ma fermi, mi dispiace per i bambini ma sono grato ai poliziotti perché così possiamo sentire i suonatori! Il baccano delle loro piccole ciabatte scalmanate si affievolisce e sfuma quando se ne vanno; ora restano solo i cani ad infastidire la scena (forse a Cuba ci vorrebbero meno poliziotti e qualche accalappicani in più!), ma dopo un po’ si stancano e si acucciano da un lato.

I due chitarristi continuano a cantare, le loro canzoni raccontano le eterne, melanconiche storie della canzone cubana, Yolanda, Lagrimas Negras, Hasta Siempre… sono sempre le stesse, e loro le cantano più volte al giorno, ma si immedesimano come se fosse la prima volta che si esibiscono in un grande teatro. Vanno avanti per tutto il pomeriggio, le scarpe ritmano sul marciapiede, per ore, mentre il sole si abbassa lentamente alle loro spalle e colora di arancione le loro ruvide guance rugose. Quando fa buio li vado a salutare, mi dicono che stasera saranno alla “Bodegida”, gli prometto e mi riprometto di andare ad ascoltarli di nuovo là.


Cuba non si arrende, non si piega, non può essere distrutta: abbasso l’embargo.

La cena stasera è a base di aragosta, 10 dollari compresa la bevanda, in un ristorante clandestino, cioò una casa che non ha licenza per far da mangiare agli stranieri. Si trova nel cortile interno di una casa privata, ci accopagna un amico di Antonia. Si guarda intorno furtivo mentre ci fa strada, e poi ci fa aspettare che non ci sia nessuno in giro prima di dare l'OK per entrare tutti rapidamente nel portoncino della casa.

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