06 February 2021

Recensione: Fantasmi: Dispacci dalla Cambogia, di Tiziano Terzani (2008) ****

Sinossi

La Cambogia è stato uno dei grandi amori di Tiziano Terzani. La storia di questo piccolo regno, che custodisce al suo interno i misteriosi templi di Angkor, divenne per lui emblematica della storia dei paesi dell'Asia travolti nel corso del XX secolo dai giochi delle grandi potenze (USA, Cina, URSS). Terzani visitò più volte il Paese tra il 1972 e il 1994, divenne amico del suo re e nemico indignato degli assassini khmer rossi, per denunciare infine come ipocrita e immorale anche l'operato di pace da parte delle Nazioni Unite. 

Il libro, fondato sui reportage di Terzani dalla Cambogia, contiene anche il racconto scritto in prima persona della sua cattura da parte di combattenti ragazzini, dell'attimo in cui si salvò la vita con una risata - come amava raccontare - e circa cinquanta fotografie originali, scattate spesso da lui stesso.


Recensione

Terzani ci racconta gli orrori della Cambogia dei Khmer Rossi. In realtà ci racconta dei racconti che ha ascoltato, perché in quel periodo lui, come tutti i corrispondenti stranieri, in Cambogia non poteva entrarci.

Ciononostante il libro è una miniera d'oro di informazioni, e le riflessioni che Terzani ci propone molti anni dopo la fine del regime lo sono ancora di più.

Unica pecca, che ricorre negli scritti di Terzani sull'Indocina, è il persistente atteggiamento anti-americano e anti-modernità. Lui riconosce, con grande onestà intellettuale, di essersi sbagliato sui Khmer Rossi, ma negli anni settanta sembrava cercare sempre un motivo per dubitare delle denunce che urlavano gli scampati. Mentre ogni occasione è buona per accusare gli americani, che pure di colpe ne hanno avute tante, o anche i giapponesi, per il loro imperialismo economico.

Poi si rammarica che anonimi palazzi abbiano preso il posto delle catapecchie, ma non pensa che anche ai cambogiani possano servire acqua corrente e elettricità. Insomma una testimonianza appassionata e consigliata, ma viziata da un pregiudizio ideologico di fondo.

01 February 2021

Il test COVID-19 arrivando in Belgio

Mia moglie ed io abbiamo in programma di tornare in Belgio il 25 gennaio. Arriviamo dall'Italia, considerata zona "rossa" (ad alto rischio) e quindi le autorità belghe richiedono un tampone COVID-19, che deve essere del tipo "molecolare", considerato più affidabile. Ce ne sono di diversi tipi, non so bene quale sia la differenza ma so che per questo ci vuole più tempo ad avere l'esito (2-3 giorni) mentre per quello "rapido" basta un quarto d'ora circa. Il problema è che la Brusselsairlines esige un test che sia stato fatto non più di tre giorni prima del volo, e c'è una domenica di mezzo. Catch-22, scacco matto.

Alla fine decidiamo di fare un semplice test rapido in Italia, privatamente e a pagamento. Trenta euro a testa e passa la paura al centro Romanomedica di Cittadella, in Veneto. Risultato in pochi minuti: siamo negativi, possiamo partire. Almeno speriamo.

Ultima formalità dobbiamo riempire online il modulo chiamato "Passenger Locator Form", PLF: indirizzo, numero di telefono, email ecc. per essere rintracciabili dalle autorità in caso di necessità. Mi pare una buona idea.

In aeroporto a Venezia, all'accettazione, l'impiegata mi chiede se abbiamo fatto il test. Le faccio vedere il risultato e via, tutto a posto, per ora. Il Belgio ha strane regole, diverse a seconda che il viaggiatore sia residente (bisogna fare un test in arrivo ed uno dopo una settimana) oppure visitatore del paese (basta un test dopo una settimana di quarantena). Dunque un residente potrebbe fare due test nello stesso giorno, uno la mattina prima di volare ed uno all'arrivo all'aeroporto di Bruxelles. Per fortuna non siamo residente.

Arriviamo all'aeroporto di Bruxelles e via dritti a casa in auto-isolamento. Il giorno dopo ci chiamano dal centro COVID19 della città per chiederci se stiamo bene, se abbiamo sintomi. No, tutto a posto. Molto gentili parlano perfettamente inglese oltre ovviamente al francese e fiammingo. Ci consiglia di prenotare un appuntamento per fare il nuovo test richiesto alla fine della settimana di auto-isolamento richiesta.

Dopo qualche giorno ci arriva, via SMS, un codice di 16 caratteri che servirà per poter effettuare il test gratuitamente. Provo a prendere un appuntamento ad uno dei centri deputati ad effettuare il test ma non è possibile senza il "Numero Nazionale", che hanno tutti i residenti in Belgio. Noi non siamo residenti e quindi non lo abbiamo. Chiamo il centro COVID e chiedo lumi. Mi dicono di usare il Numero Nazionale, dando per scontato che io lo abbia.

"Scusi ma noi non siamo residenti, quindi non abbiamo il Numero Nazionale, però ci hanno chiesto di fare il test e ci hanno mandato questo codice a 16 cifre che dovrebbe bastare. Che facciamo?" 

Mi dice di provare a telefonare ad un centro test, ma non tutti hanno il telefono, sono centri temporanei spesso messi su in una tenda nel mezzo di un parcheggio. Non c'è problema, basta andare senza appuntamento, ci sono centri "drive-in" vicino a casa nostra, basta presentarsi ed aspettare il proprio turno.

Ne trovo uno a Tervuren, 8 minuti di auto. Finita la quarantena, una bella mattina grigia ma non piovosa, andiamo. Non c'è fila, siamo i primi, che fortuna! Il gentile infermiere mi chiede il codice a 16 cifre e il Numero Nazionale. Ho il primo naturalmente, ma non il secondo. 

"Eh no, senza numero nazionale niente test", mi dice scuotendo la testa.

"Scusi ma noi non siamo residenti, quindi non abbiamo il Numero Nazionale, però ci hanno chiesto di fare il test e ci hanno mandato questo codice a 16 cifre che dovrebbe bastare. Che facciamo?"

"Eh be’ non lo so, dovete chiedere al vostro medico di famiglia."

"Scusi tanto ma noi non siamo residenti, non abbiamo un medico di famiglia. Come del resto non lo hanno le migliaia di persone che arrivano ogni giorno in Belgio e non sono residenti. Come avete fatto in tutti questi mesi?"

"Ah allora non lo so, in effetti abbiamo avuto dei problemi, aspetti che chiamo il mio direttore."

Segue telefonata in fiammingo che sfortunatamente non ho potuto seguire.

"Ecco dovete chiamare il dottor Jan Walraet, è lui che si occupa di casi come il vostro a Tervuren. Questo è il numero di telefono." E mi alluga un pezzo di carta.

Sposto la macchina per far passare quelli dietro di noi, intanto si è formata una bella fila di auto che aspettano il turno.

Chiamo il dottor Walraet. Molto gentile, parla prima in fiammingo ma poi in perfetto francese (e inglese con mia moglie). Mi chiede se ho un Numero Nazionale.

"Scusi ma noi non siamo residenti, quindi non abbiamo il Numero Nazionale, però ci hanno chiesto di fare il test e ci hanno mandato questo codice a 16 cifre che dovrebbe bastare. Che facciamo?"

Allora mi chiede nome, cognome e indirizzo e  poi ...sorpresa: io HO UN NUMERO NAZIONALE! Non sapevo di averlo. Forse da quando lavoravo alla NATO, ma son passati quasi 20 anni e non me lo avevamo mai comunicato. Bene, con questo Numero Nazionale il dottore mi dà un nuovo codice a 16 cifre con cui posso fare il test. 

E mia moglie? Lei certamente non ha il numero nazionale. Il dottore, indomito, inserisce i dati di mia moglie in un computer ma gli si blocca tutto. Fa ripartire il computer e dopo cinque minuti mi dice che il sistema non riconosce l'indirizzo che gli ho fornito. 

"Dottore ma è lo stesso indirizzo che ha usato per generare il mio codice 3 minuti fa"

"Si lo so non capisco, ho provato due volte ma mi dice ’indirizzo sconosciuto’ strano!"

"Infatti mi pare strano quindi che facciamo?"

"Sua moglie non può fare il test."

"Ma mia moglie DEVE fare il test."

"Ma io non so che altro provare, chieda al centro COVID."

Torniamo dall'infermiere, che intanto ha smaltito la fila di auto che si era creata dietro di noi. Il simpatico sanitario mi dice che abbiamo due possibilità: andare in aeroporto e fare il test privatamente, a pagamento. Oppure andare a casa e lasciar perdere.

Il risultato del mio test è negativo. Mia moglie era negativa una settimana fa ed è stata sempre con me, non abbiamo incontrato nessun altro in Belgio. 

Cosa avranno deciso di fare i nostri eroi?

*****

Passa un'altra settimana, tutto a posto, siamo sani!



29 January 2021

Book review: The Gate, by François Bizot (2004), *****


Synopsys

In 1971, on a routine outing through the Cambodian countryside, the young French scholar Francois Bizot was captured by the Khmer Rouge. Accused of being an agent of American imperialism, he was chained and imprisoned. His captor, Duch, later responsible for tens of thousands of deaths at the Tuol Sleng prison, interviewed him at length; after three months of torturous deliberation, during which his every word was weighed and his life hung in the balance, he was released. No other Western prisoner survived. Four years later, the Khmer Rouge entered Phnom Penh. Francois Bizot became the official intermediary between the ruthless conqueror and the terrified refugees behind the gate of the French embassy: a ringside seat to one of history's most appalling genocides.


Review

Bizot was incredibly lucky to see what he saw and come out alive, then move on to survive in Phnom Penh for several more years and write a harrowing and unique account of the Khmer Rouge rule. The gate of the French embassy, where many notables of the old regime had found refuge, and through which they will have to walk to their fate in the hands of the communists. A unique first-hand experience that very few western writers have been able to share so much in detail. He talks to many revolutionary soldiers and discusses politics as well as the details of day-to-day existence, the next harvest, education. Reading him is almost as good as having been there, without the dangers and the discomfort!

Read about my trip to Cambodia here.

See my reviews of other books on Cambodia here in this blog.



27 January 2021

Recensione: Mekong Story. Lungo il cuore d'acqua del Sud-Est asiatico (2006) di Massimo Morello,

Sinossi

Giornalista e viaggiatore, Massimo Morello presenta questo diario di viaggio nel Sud-Est asiatico lungo il Mekong: dal delta, sul Mar della Cina, sin quasi alle sorgenti, in un monastero buddhista nell'altopiano himalayano della remota regione del Qinghai. 

L'autore narra un percorso sul fiume e dintorni attraverso Vietnam, Cambogia, Thailandia, Birmania, Los, Cina e Tibet, tra foreste, montagne, paludi e valli incantate, piste polverose, sentieri di fango e superstrade, villaggi e metropoli, hotel di superlusso e locande malfamate. Un viaggio che l'autore ha compiuto da solo, in battello, bus, auto, a piedi, in un susseguirsi di avventure e disavventure che gli hanno permesso di osservare più da vicino quella che viene definita la nuova Asia.

Recensione

Un viaggio di sei mesi lungo un fiume lunghissimo. Anzi un meta-viaggio, dato che il percorso Morello lo ha fatto a varie riprese. Osservatore informato, ci racconta le sue esperienze rendendole rilevanti ed interessanti perché ci aiutano a capire i paesi che visita. Un libro di viaggio ma anche di storia e di politica, di costume e di gastronomia. Un ottimo compagno per chi vuol viaggiare in quelle terre, o lungo quel fiume.

Leggi qui altre mie recensioni di libri sull'Indocina.

22 January 2021

L'esposto

Avevamo deciso di passare a Fregene, in provincia di Roma, il periodo autunnale del 2020. Viaggio in Cina a trovare la famiglia annullato per forza, altri viaggi impossibili per il Coronavirus, teatri a Londra chiusi, meglio passare il tempo nella mia casa con giardino, lavorare in remoto, scrivere, leggere, fare qualche lavoretto di manutenzione.

In teoria un programma accettabile, date le drammatiche circostanze della pandemia. Clima mite, spiaggia a poche centinaia di metri senza la folla estiva, "tellinari" che ci vendevano, o regalavano, telline fresche quasi tutti i giorni, alberi da frutta in giardino: cachi a settembre e ottobre, pomelo a novembre, limoni a dicembre e gennaio.

In teoria.

In pratica, appena arrivati, ci rendemmo subito conto che avremmo dovuto superare un ostacolo imponente per arrivare alla nostra vetta di tranquillità: i vicini di casa avevano comprato due grandi cani bianchi, credo pastori maremmani. Li tenevano di giorno in giardino e di notte in un piccolo recinto affianco alla siepe che ci divide da loro.

I cani abbaiavano a intermittenza, giorno e notte, tenendoci svegli nel primo caso e impedendoci una normale giornata di lavoro e svago nel secondo.

In realtà di cani ce n'erano molti di più, almeno la metà dei vicini ne possedeva uno, e quindi i latrati si moltiplicavano, ma i due pastori maremmani erano i più scatenati, ed anche i più vicini, e quindi i più insopportabili.

Dopo molteplici quanto inutili tentativi di far ragionare i vicini, mi sono visto costretto a ricorrere alle autorità. Sono andato alla stazione dei Carabinieri di Fregene per sporgere un esposto sulla situazione. Un esposto, in Italia, è una segnalazione all'autorità di pubblica sicurezza di un dissidio tra privati, con il quale si richiede a tale autorità di intervenire per comporre il contrasto.

Suono il campanello dell'imponente edificio dei Carabinieri e mi risponde una voce femminile alla quale comunico di voler sporgere un esposto. Mi risponde che non è possibile. Insisto e mi risponde che c'è gente nella sede, l'accesso è limitato a causa del COVID e devo aspettare. Aspetto. Dopo un po’ vedo una persona uscire e interpreto il fatto come segnale che c'è una persona in meno dentro, e quindi posso entrare io. Suono nuovamente al campanello  e la stessa voce mi dice che posso entrare ma dovrò aspettare. Eccomi dentro.

Bel giardino, curato, con una panchina al sole. Nonostante il fastidio della mascherina è una piacevole attesa. Dopo un po’ mi chiama un carabiniere al quale, in piedi in giardino, espongo i fatti. Mi risponde che non possono ricevere esposti. Denunce, querele, quelle sì, ma non esposti.

Chiedo, sorpreso, da quando hanno smesso di ricevere esposti, dato che ho sempre saputo sia un compito dei carabinieri. Mi risponde che da due anni non più. Scacco matto!

Sto per andarmene rassegnato quando il Carabiniere mi ferma e mi chiede un documento personale. Perché? Chiedo ingenuamente. La devo generalizzare, è la laconica risposta... Dopo essere stato generalizzato, ed aver perso un'ora buona, me ne vado.

Il giorno dopo monto in auto e vado al commissariato di polizia di Fiumicino, prima visita. All'ingresso c'è scritto che è obbligatorio indossare la mascherina facciale (siamo in piena epidemia Covid-19) e guanti. Tutti hanno la mascherina, anche io. Nessuno ha i guanti, e neanche io. Entro.

Un poliziotto mi dice che l'esposto lo devo stilare io a casa, non posso scriverlo qui (come invece mi avevano detto i carabinieri). E quindi tornare con 3 copie firmate di tutto, e inoltre le fotocopie dei documenti di tutti quelli che intendono fare esposto.

Torno il giorno dopo (seconda visita) e un altro poliziotto mi dice che oggi (sabato) non si può fare un esposto perché la persona incaricata dei sistemi informatici (sic!) non c'è. Devo tornare il 2 gennaio e chiedere dell'Ispettore Superiore.

Torno il 2 gennaio per la mia terza visita al commissariato e due poliziotte alla porta d'ingresso mi dicono che oggi non si può presentare esposto, perché c'è un'emergenza in corso. Insisto dicendo che mi è stato detto di venire appunto oggi perché c'è la persona incaricata dei sistemi informatici, e a quel punto fanno una telefonata. Poi mi dicono di aspettare in una sala d'aspetto completamente vuota. Passo il tempo a leggere i cartelli degli avvisi di misure preventive per la situazione COVID19. Dopo circa venti minuti mi fanno accomodare al piano di sopra, dove incontro l'ispettore superiore. Molto gentile, mi fa accomodare. Siamo tutti mascherati per l'epidemia quindi posso solo scorgere una bella barba sale e pepe.

Gli passo l'esposto e lui si mette a leggerlo. Una pagina A4, passano circa 5 minuti, e poi mi chiede se ho già fatto un tentativo di pacificazione e naturalmente gli dico la verità: ci ho provato ripetutamente ma senza successo. Continua a leggere. Mi dice che li convocherà, come da legge, per comunicargli l'esposto. Gli lascio anche una chiavetta USB con video dei cani rabbiosi e ringhianti che ho filmato nelle scorse settimane. Mi assicura che non li guarda adesso ma li guarderà e mi restituirà la chiavetta.

Mi lascia assicurandomi che presto chiamerà gli interessati. Non ora perché siamo sotto le feste e, aggiunge, non è una cosa urgente. (Per me è molto urgente.) E poi c'è difficoltà a spostarsi con i divieti anti-COVID-19. In realtà per andare dalla Polizia ci si può spostare liberamente, come ho fatto io oggi. Mi chiamerà quando avrà fatto per informarmi e restituirmi la chiavetta USB.

Dopo pochi giorni sono a casa, in giardino, stiamo raccogliendo i limoni dall'albero: quest'anno è stato generoso, ce ne sono a centinaia. Ad un certo punto, con terrore, vedo i due cani che si infilano in un buco della recinzione e entrano nel mio giardino, e cominciano a scorrazzare a destra e a manca. Non so che fare, strillo ai padroni che però non ci sono, hanno abbandonato i cani e chissà dove sono andati. Per fortuna oggi le bestie sono tranquille, si avvicinano ma non abbaiano e non ringhiano. Dopo cinque minuti se ne vanno. Poi tornano, poi se ne vanno ancora. Fanno come vogliono loro, a casa mia.

Ormai il soggiorno volge al termine, sono passati mesi e né Polizia di Stato né Carabinieri hanno fatto nulla. La prepotenza ha vinto. I cani continuano ad abbaiare tutti i giorni e tutte le notti, quasi a tutte le ore. A fine gennaio ma ne vado via da Fregene.

Amen.

PS: Dopo che i Carabinieri avevano rifiutato il mio esposto, ho scritto al comando generale dell'Arma nei secoli fedele, chiedendo spiegazioni. Dopo qualche settimana mi è arrivato questo messaggio dalla sede di Fregene: In relazione alla vostra richiesta, qui pervenuta per scesa gerarchica, si rappresenta che questo Comando rimane a disposizione  per la presentazione dell’esposto. Nello scusarci di eventuali equivoci connessi la invitiamo a prendere contatti con questo Comando.