16 September 2010

Meglio un fallimento della Grecia. Per tutti, greci compresi

Nel 2010, per la prima volta dalla creazione della moneta unica, un paese dell’area Euro, la Grecia, si è trovato sull’orlo del fallimento, ed è stato salvato -- per ora, e forse non per molto -- solo dall’intervento coordinato degli altri paesi del’Unione Europea, oltre che dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi). La causa dei problemi greci era essenzialmente interna: eccesso di spesa pubblica e manipolazione della contabilità nazionale. In altre parole, tutta una serie di governi greci, negli ultimi decenni, da ancor prima che la Grecia entrasse nell’Euro, ha scialacquato risorse ed truccato i conti.

Sull’intervento del Fmi non mi pronuncio: è compito di quell’organismo aiutare i paesi membri in difficoltà e dettare le condizioni alle quali l’aiuto può essere erogato. Certo è un fatto eccezionale che un paese europeo e avanzato ricorra a meccanismi che di solito sono appannaggio dei paesi poveri del mondo, ma al di là di un po’ di salutare umiliazione, niente da eccepire. Oggi l'Europa sta diventando il Terzo Mondo, dietro Asia e Nord America, e prima ce ne rendiamo conto, meglio è. Sull’intervento dei paesi dell’Unione Europea, invece, da eccepire c‘è e parecchio. A mio avviso questo intervento, la cui efficacia è ancora da dimostrare -- probabilmente non ha fatto che rimandare il momento in cui i nodi verranno al pettine -- non s’aveva da fare, per vari motivi.

Premetto che scrivo queste righe da europeista convinto, da sostenitore dell'Euro come tappa fondamentale per l'unione politica europea nella quale credo fermamente. Ma proprio per questo sono scettico sull’intervento. Ho paura che possa nuocere alla credibilità del progetto europeo. Che ne possa uscire un'Europa meno autorevole sui mercati. Che ne possa soffrire la disciplina senza la quale l'Europa non si fa. E mi conforta non essere solo: credo che anche quei sostenitori del rigore che hanno opposto l'intervento per la Grecia, a cominciare dalla banca centrale tedesca, non possano per questo essere accusati di anti-europeismo.

In una vera Unione la solidarietà è necessaria, ma con chi se la guadagna, o almeno non abbia fatto nulla per tradire la fiducia degli altri membri dell'Unione stessa, e non è questo il caso. La Grecia, e chi ha investito nei suoi titoli, non se la meritano. Atene ha coscientemente scialacquato risorse e truccato i conti troppo a lungo per meritare solidarietà. Non è una crisi, questa, dovuta a eventi eccezionali al di là del suo controllo, nel qual caso un aiuto fraterno sarebbe stato giustificato, ma la conseguenza di una malafede aggravata e prolungata nel tempo, che alla fine i mercati hanno giustamente punito. Inoltre l’intervento salva quegli investitori che hanno rischiato comprando titoli greci a più alto rendimento: avendo sbagliato la scommessa, perché dovrebbero essere salvati oggi con denaro pubblico, frutto dei risparmi degli investitori più avveduti che si sono accontentati di rendimenti più bassi ma sani?

In secondo luogo, la lezione che si trae da questa presunta solidarietà è che sperperare e truccare i conti paga. Questo perché mamma Europa è pronta a rimediare pur di evitarsi la perdita di immagine e le possibili ripercussioni politiche ed economiche che il fallimento di uno stato membro potrebbe (ma è tutto da dimostrare) comportare. Chi crede che la Grecia abbia imparato la lezione, e che, dopo essere stata pizzicata non con le dita nella marmellata, ma con il barattolo rotto per terra, non lo rifarà più? Io no. Per uscire dal circolo vizioso nel quale si è cacciata la Grecia dovrebbe tagliare ferocemente la spesa pubblica. Lo farà? Io credo di no. E altri paesi in condizioni simili o appena migliori? Perché dovrebbero mettere in atto misure di risanamento, sempre dolorose, e rinunciare al salvataggio europeo, anche se questo servisse solo a rimandare i problemi?

Si dirà che dovrà farlo perché la UE ha posto condizioni all'erogazione degli aiuti, ma la enforceability di queste condizioni è tutta da verificare. Una Task Force ministeriale sta lavorando alle nuove regole anche in questo senso, speriamo bene, ma non mi pare tiri aria in Europa per fare quello che servirebbe: rinunciare ad una bella fetta di sovranità nazionale a favore di arbitri europei con poteri sanzionatori. Spero di sbagliarmi ma se così fosse Irlanda e Portogallo potrebbero giustamente ragionare, magari senza dirlo a voce alta, che come si è aiutato la Grecia così si dovrà aiutare anche loro.

In terzo luogo, in conseguenza di questo cattivo precedente, l’entità dell’aiuto e di simili interventi futuri, e quindi il costo del salvataggio greco per noi tutti contribuenti europei, rischia di essere molto alto. Per ora non si parla di cifre spaventose in termini relativi alla potenza economica europea, ma i conti definitivi devono essere ancora fatti. E se bisognasse intervenire per Irlanda e Portogallo? E se poi, ipotesi non del tutto peregrina, fosse in difficoltà la Spagna? E un domani l’Italia? Persino la Germania, dopo l’unificazione, ha rischiato di allargarsi troppo con i conti pubblici. E chi pagherebbe? E a proposito di cifre: il PIL greco è poco più del 2% di quello europeo. Se il fallimento di un tassello così piccolo potesse veramente far cadere tutta la costruzione europea, vorrebbe dire che stiamo in un castello di carte e che prima ce ne rendiamo conto, e rendiamo la casa europea più solida, meglio è per tutti.

La quarta ragione per criticare l’aiuto alla Grecia è infatti che si è stabilito, di fatto, un criterio discriminatorio che sostanzialmente privilegia i paesi insolventi piccoli, che si possono forse salvare, rispetto a quelli grandi, che devono pagare per gli interventi a favore dei piccoli ma il cui salvataggio farebbe saltare il banco. Si può discutere sulle cifre, ma è difficile immaginare che se Italia, Francia o Germania facessero anche solo la metà dei guai che ha fatto la Grecia l’Unione potrebbe intervenire allo stesso modo. A questo proposito, si dirà che di fatto la Germania e la Francia hanno acconsentito a salvare la Grecia soprattutto per salvare le proprie banche, detentrici del debito greco. Nella misura in cui ciò è vero sarebbe stato più coerente fare come gli inglesi e nazionalizzare le proprie banche in difficoltà nell'interesse comune, comprandone le azioni a prezzi stracciati per poi rimetterle sul mercato in tempi migliori.

Quinto, i fautori dell’aiuto alla Grecia dicono anche che così si è salvato l’Euro da un forte deprezzamento sui mercati che sarebbe stato conseguente alla perdita di fiducia nei titoli greci e di riflesso anche su quelli emessi da altri. Oltre al fatto che forse un Euro un po’ più debole oggi non ci farebbe poi tanto male, questa tesi è tutta da dimostrare. I mercati avrebbero perso fiducia nella Grecia, certo. I detentori di titoli greci avrebbero perso parte del loro denaro a seguito di una ristrutturazione. La Grecia avrebbe avuto più difficoltà a racimolare liquidità sul mercato, almeno nel brevissimo periodo, e ben le sarebbe stato. Ma non ne avrebbe necessariamente sofferto la moneta unica.

Si dirà che gli USA, per difendere il dollaro, non farebbero fallire uno dei 50 stati che si trovasse in una situazione simile alla Grecia. Forse, ma gli Stati americani non hanno la sovranità che invece ha la Grecia. Anche in Italia se un comune fallisse interverrebbe lo stato centrale, ma il comune sarebbe commissariato. Invece l’Europa non può commissariare la Grecia, anche perché la Germania è riluttante a trasferire a Bruxelles o Francoforte ulteriori poteri in materia economica. Un salvataggio della Grecia avrebbe avuto più senso se ci fosse un Ministero del Tesoro europeo, e dato che ci siamo anche un Ministero delle Finanze, ma non è così. Forse ci arriveremo, ma non credo tanto presto, e qui spero sinceramente di sbagliarmi.

In passato sono falliti molti emittenti sovrani di debito in dollari, ma non per questo il dollaro in quanto tale ne ha sofferto. In una situazione parzialmente simile alla Grecia si trovò, pochi anni fa, l’Argentina, paese sovrano, la cui economia era pienamente dollarizzata. Essa fallì, e ne patirono le conseguenze i detentori dei suoi titoli, oltre che la fiducia nel paese nel suo complesso, ma non il dollaro.

La cosa migliore da fare per la crisi greca sarebbe stata ammettere la realtà delle cose e aiutare la Grecia a ripartire con un punto e a capo deciso. Atene avrebbe annunciato una ristrutturazione del debito e sarebbe stata costretta a misure correttive dopo decenni di trasandatezza. Così come fu per le tigri del Sud Est asiatico alla fine degli anni novanta, dalle macerie sarebbe potuta rinascere una nuova Grecia, sana e credibile, alla quale l'Europa e i mercati avrebbero potuto dare fiducia. Con beneficio di quei tanti onesti lavoratori e risparmiatori greci, che sarebbero comunque incorsi in sacrifici ma che ora, a meno di un vigoroso hair cut sul debito, devono stringere la cinghia ancora di più per colpe non loro. Questo sarebbe stato di lezione alle aspiranti tigri europee, dall’Irlanda, alla Slovacchia, ai paesi baltici.

La Grecia sarebbe uscita dall’Euro? Non lo so, io non lo avrei consigliato, una nuova dracma avrebbe probabilmente invitato inflazione e rinnovata pressione sulla spesa pubblica. Forse l'aiuto del Fmi sarebbe bastato a evitarlo. Ma anche se lo avesse fatto, o se ne fosse stata costretta dalla realtà delle cose, non sarebbe stata una tragedia. Anzi, avrebbe dato al mondo un segnale forte, pubblico, e positivo, che chi sta nell’Euro deve fare le cose sul serio o pagarne le conseguenze anche, come in tutti i club che si rispettano, a costo dell'espulsione. Una Grecia risanata avrebbe potuto rientrare nell'Euro in seguito, con le carte in regola. Che la Grecia ne fosse uscita o no, l’Euro e l'Europa sarebbero emersi da questa triste vicenda con rafforzata autorevolezza.

Questo post appare anche su Crusoe.it

Una storia dei molteplici episodi di crisi finanziaria della Grecia è disponibile qui




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In Europe


In the US and worldwide

1 comment:

  1. inviato il 9 settembre 2010

    due o tre osservazioni.

    1) default senza svalutazione. Il governo fa default sui titoli pubblici. Ne consegue che le banche locali (che detengono i titoli pubblici)
    vanno in crisi, ma il loro governo non le puó salvare, perché non ha neppure i soldi per pagare se stesso. Ovviamente, segue un "bank run", perché chi ha depositi se puo li muove verso altri euro-lidi, finché il cambio resta 1:1. Qui le banche saltano davvero, e l'uscita dall'euro puo essere evitata solo se Atene viene amministrata da prussiani che rispondono a Bruxelles.

    2) il problema dell'europa, a mio pare.. é la germania, non i PIIGS.. perché se la Germania non capisce che la principale beneficiata dall'Euro é stata proprio lei, e che la ricetta di imporre ora una pesante deflazione al resto d'Europa non é ne ragionevole ne percorribile.. siamo tutti nei guai, ed in primis i tedeschi.

    3) il problema dei portoghesi (e degli spagnoli) non é il debito pubblico, ma quello privato (200% del PIL).. come nei paesi anglosassoni. Se alzi i tassi in assenza di forte inflazione.. salta il banco, come é successo in USA. Se tieni l'Euribor a 1%.. ma poi applichi uno spread di 300bp.. é ancora peggio, perché le banche che pagano tre punti in piú.. saltano... si girano verso i creditori (tedeschi) e gloi dicono: in cambio dei 100 miliardi (o 1000) che vi dobbiamo.. eccovi il nostro portafoglio crediti. Vale la metá, in recessione.. ma ora sono cavoli vostri. Queste cifre sono UN MULTIPLO dell'intero capitale di varie banche tedesche.

    In finis, ovviamente concordo nel combattere il "buonismo". Le riforme cruciali da fare, riguardano gli "entitlements".. cioé il diritto teorico ad andare in pensione col 90% del salario quando non ci sono contributi sufficienti.. il diritto all'assistenza sanitaria totale anche quando non si sa chi paga.. il diritto dei pubblici dipendenti al "posto a vita"... insomma, nella fase recessiva.. la politica keynesiana é inevitabile, ma occorre nel frattempo correggere gli squilibri di lungo periodo. L'alternativa.. é l'iperinflazione.

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