22 February 2003

3° g -22 FEB: ancora a L'Avana, sigari Habanos, lezioni di danza, concerto jazz

L'Avana vecchia

Passeggiare per le melanconiche strade nel cuore dell’Avana vecchia, lontano dai ritrovi turistici, provoca sentimenti contrastanti. Da una parte, le forme gentili dell’architettura coloniale non possono che ammaliare anche il visitatore più distratto. La fatiscenza delle strutture dona al tutto un tocco di fascino decadente. La quasi totale mancanza di traffico, i bambini che giocano, le signore rotondette che provvedono alle faccende domestiche, gli anziani seduti sui gradini della soglia di casa a chiacchierare, magari fumando un bel sigarone, tutto questo non può che suscitare una piacevole reazione nel visitatore occidentale. Ci si aggiunga il caldo avvolgente ed i raggi di sole che s’infilano nelle fessure tra i palazzi, e l’atmosfera rapisce.

D’altra parte, se si riprende coscienza, si rimettono i piedi per terra e si nota come un conto sia visitare L’Avana vecchia, tutt’altra cosa sia viverci! Strutture sanitarie precarie, le fogne, aiutate dal caldo, esalano fetori maleodoranti di dubbia provenienza. I marciapiedi frantumati, gli intonaci sgretolati, gli infissi pericolanti, per noi sono solo pittoreschi soggetti fotografici di un momento, ma risultano sicuramente meno romantici per chi ci deve convivere e non ha i soldi per ripararli. Mi irrita ascoltare con quale superficialità molti visitatore occidentale decantano il fascino del fatiscente, così come farebbero in un sito archeologico; solo che qui la gente deve abitare, spostarsi, lavarsi, nell’Avana vecchia “vera”, quella che deve combattere quotidianamente con le mille ristrettezze economiche e burocratiche di Cuba.

Già, la città vecchia “vera”, c’è infatti un’Avana vecchia finta, quella dove quasi non si vedono cubani. Non perché sia loro proibito andarci, non si è arrivati a questo, ma perché non ne hanno motivo. E’ la città vecchia della Plaza de la Catedral, dove avventori esclusivamente stranieri (si paga in dollari) siedono ai tavoli all’aperto del ristorante sorseggiando mojitos e Cuba Libre mentre i musicisti si danno il turno ripetendo all’infinito le più conosciute e melanconiche canzoni cubane – Yolanda, Lagrima Legras, Hasta Siempre, … A pochi metri, due grasse donnone nere, vestite come ai tempi degli schiavi, gonne larghissime e colori smaglianti, approcciano, ad uno ad uno, i turisti maschi, soprattutto di una certa età, e per qualche dollaro appioppano loro bacioni schioccanti sulle guance, lasciando ampi timbri di rossetto, mentre le mogli fotografano il tutto abbozzando un sorrisetto falso e bugiardo. Poi salutano, intascano i verdoni, si rifanno il rossetto sulle labbrone carnose e ripartono all’attacco! Sul lato meridionale della piazza, sui gradini del Museo de Arte Colonial un gruppo di stanchi vecchietti, pallide immagini dei mitici di Buena Vista Social Club, intonano a loro volta le note di canzoni tradizionali, racimolando le offerte dei numerosi passanti. Davanti a loro un gruppo di pagliacci trampolieri completa le coreografie della piazza, scorrazzando su e giù, naturalmente seguiti da una ragazza con cappellone in mano alla ricerca di qualche dollaro in più.

E’ finta anche la città vecchia della Plaza Vieja, forse la più carina ma non per questo più autentica. L’unico luogo di socializzazione è il ristorante Santo Angel, dove ceniamo alquanto bene per 10 dollari, ma che naturalmente è anch’esso una capsula stagna senza cubani. La piazza è isola pedonale, e l’accesso dalle strade che vi confluiscono è sbarrato da enormi cannoni infilati nel terreno con le bocche sottoterra. E’ pure finta la sempre gremitissima Plaza de Armas, dove infinite rastrelliere di libri su Che Guevara aspettano i turisti occidentali, che magari non leggono lo spagnolo ma sono contenti di pagare a suon di dollaroni ogni cimelio con l’immagine del grande guerrigliero. Fintissimo, poi, l’adiacente mercatino straripante di croste su tela e paccottaglia varia ad uso e consumo esclusivo di stranieri pacchiani che devono a tutti i costi riportare a casa qualche ricordino.

Ad ogni angolo di strada un poliziotto, o una poliziotta, della Policia Especializada, con tanto di manganello e radio rice-trasmittente. A Cuba il tasso di criminalità dicono sia basso, ed anche se le statistiche nazionali sono quasi sempre inaffidabili è vero, soprattutto se paragonato ad altri paesi dell’America Latina. Tuttavia, con l’aumento dell’afflusso turistico è salito di molto il numero degli scippi e dei furtarelli nelle casas particulares. Se da una parte presenza degli agenti è rassicurante, soprattutto per chi come me è spesso distratto e gira con attrezzature fotografiche a tracolla, dall’altra tutte queste divise generano un senso di oppressione. Sarei curioso di andargli a chiedere perché si chiama polizia “specializzata”, specializzata a fare che?, ma lascio perdere… Fotografo una giovane poliziotta specializzata, molto carina nonostante la sua tetra uniforme grigia, mi nota mentre compongo l’immagine ed abbozza un sorriso, ma poi ripristina subito il suo severo sguardo e se ne va.

Habanos

La fabbrica di sigari Corona è chiusa di sabato, ma il negozietto adiacente no. Ci lavora, imperturbabile, tranquillo e sicuro nei movimenti, un anziano sigaraio che da gli ultimi ritocchi ad una pila di Habanos poggiati sul banchetto. I sigari sono quasi finiti, a lui non resta che applicare sulla punta, con un po’ di resina naturale, un cerchietto di foglia di tabacco per sigillarlo. Ad un bancone antistante si possono comprare tutti i migliori sigari di Cuba, ma i prezzi sono da turisti: 5-6-10 dollari per sigaro, quest'ultima cifra che corrisponde a qualche settimana di paga per un cubano medio!

Cittadini di L’Avana, avanti! Proseguiamo il combattimento!

Subito fuori della porta del negozio ronzano loschi figuri che mi propongono di comprare sigari a prezzi stracciati (anche meno di 1 dollaro a sigaro!), adducendo che il cugino (o il fratello, il cognato non importa) lavora in una fabbrica e ne ha rubati un po’. Lascio andare, non so, devo ammetterlo, se perché non mi piaccia fare il ricettatore o perché abbia paura dell’onnipresente polizia, ma credo sia più vera la seconda ragione della prima. Nel negozio ci danno un volantino del governo con due bei Cohiba apparentemente identici e la scritta in inglese e spagnolo: "Sembrano uguali, ma non lo sono: compra i tuoi Habanos solo nei negozi ufficiali, rifiuta la falsificazione". All'interno viene spiegato che è lecito portar via da Cuba fino a 50 sigari senza documentazione. Oltre quella quantità, in dogana bisogna presentare lo scontrino del negozio dove si sono acquistati i sigari. E un monito minaccioso, scritto a grandi caratteri oro in una cornice rossa: "chiedi il tuo scontrino quando compri i sigari per evitare spiacevoli sorprese al momento della partenza". Per finire con un titolone rosso e oro: "Habanos, unici dal 1492". Forse è un po' pretenzioso sostenere che qui si fanno sigari dall'anno in cui Colombo arrivò in America per la prima volta, ma il messaggio è chiarissimo.

In seguito ci penso su e mi autoconvinco che aiutare qualche operaio sottopagato, che deve lavorare mesi per guadagnare quello che lo stato fa pagare agli stranieri per una buona scatola di sigari, non è poi così sbagliato. D’accordo è sempre ricettazione ed in ogni paese questo è contro la legge, ma la coscienza così ha meno scrupoli! Inoltre, i sigari che si comprano per strada spesso non sono rubati come vuol far credere chi li vende, ma sono fatti in casa, sono fasulli, “taroccati” come di dice oggi in Italia, copie maldestre di Cohiba e Montecristo. Mi spiegano di state attento alla stagionatura del tabacco (a volte è ancora verde) ed alla dimensione e consistenza del sigaro, non deve essere troppo duro o troppo secco. Inoltre assicurarsi che sia stato confezionato con foglie intere arrotolate e non con truciolato di tabacco. Ma ad un non esperto come me risultano identici agli originali. Dunque perché no, non sono stati rubati nelle fabbriche; magari il tabacco, monopolio di stato, è comunque rubato, ma mi sembra meno grave rubare il tabacco e vendere sigari casalinghi che rubare e rivendere sigari autentici. Tutte scuse per mettere a tacere la coscienza. Comunque per oggi ho solo comprato qualche sigaro ufficiale nel negozio, tanto per rompere il ghiaccio, poi vedremo…

Giornata di musica

Lezioni di danza. Oggi alcuni compagni di viaggio sono voluti andare a prendere lezione di danza da Concita, che avevamo incontrato nella nostra casa, alla "casa della musica". Li accompagno, anche se non ho molta voglia di imparare a danzare, attività che non mi è mai piaciuta salvo che da adolescente era indispensabile per rimorchiare.

Saliamo con un ascensore fatiscente che viene azionato da un apposito impiegato, un vecchietto mezzo addormentato, che se ne sta stravaccato su una sedia e schiaccia pigramente i bottoni dei piani che gli si chiedono. Concita ci attende e ci porta in una squallida stanzetta. Lei ed altri giovani musicisti chiedono 12 dollari a ciascuno di noi per tre ore di lezione di salsa, mambo, son, ecc. C'è un piccolo registratore a cassette in un angolo. Sono chiaramente "insegnanti" di danza un po' improvvisati, ma comunque bravissimi. Accanto a noi una cucina è in funzione, arriva anche un certo odorino di non so che verdure dalla pentola. Avremmo voluto portare un'amica che avevamo conosciuto per strada, ma anche qui ci dicono che i cubani non possono entrare. Non ci credo neanche un po', è la loro casa della musica. Probabilmente Concita, che gestisce il tutto con fare autoritario e scontrosetto, non vuole connazionali tra i piedi come testimoni di quello che guadagnerà stasera in nero. Ricordiamoci che 12 dollari sono un paio di settimane di salario medio a Cuba.

Concita è molto fiscale, ci ha rimproverati perché eravamo arrivati con 20 min di ritardo e voleva accorciare il programma per finire comunque alle 8; ci ha ospitati un una piccola stanzetta dove non c'era spazio per ballare; pretendeva che pagassimo tutti nonostante due amici abbiano deciso di non usufruire delle lezioni (io le avevo detto la sera prima che non potevo garantire per tutto il gruppo in quanto li dovevo prima informare dell’offerta); ha dato a tutti una cassetta mentre ci aveva promesso un CD (qui è ancora un bene di lusso), e quando ho protestato ha dato un CD solo a me, mettendomi in imbarazzo nei confronti degli altri. Inoltre Concita parla solo in spagnolo, rapidissimo e a basso volume, rendendo difficile capirla.

La lezione è comunque utile a chi voleva imparare, mi faccio trascinare dentro anche io per un po'. Siamo in tanti, fa caldo nella piccola stanzetta, ma i quattro passi che impariamo ci saranno utili per il resto del viaggio quando frequenteremo, con cadenza giornaliera, le "casa della musica" e "casa de la trova" delle città lungo il nostro itinerario. Finita la lezione, camminando al buoi lungo strade piene di buche e pozzanghere, passiamo vicino al Capitolio, il palazzo fotocopia del Congresso di Washington che fu costruito nel 1929 come sede del governo ma dopo la rivoluzione è diventato la sede dell'Accademia delle Scienza di Cuba.

Salutiamo il 44° compleanno della Rivoluzione

Andiamo a sentire musica dal vivo al Monserrate, un locale del centro di L’Avana. Si mangia, si beve, si oscilla sulle sedie al ritmo di son, salsa, rumba… E’ una serata di pieno inverno ma fa caldo, molto caldo. La musica incalza, le percussioni fanno vibrare l’aria umida. I gruppi si alternano sul piccolo palcoscenico improvvisato in mezzo ai tavoli

Il locale non ha mura verso l’esterno, è quasi come stare sotto un portico. Solo alcune staccionate di legno alte circa un metro e mezzo separano la sala dal marciapiede. La esile staccionata lascia passare tutto, i rumori e gli odori della strada, le luci, le grida; tutto ma non tutti. Al Monserrate si paga solo in dollari, e dunque la clientela è composta da soli stranieri, qualcuno accompagnato da ragazze cubane. Altrimenti gli unici cubani sono i musicisti ed i camerieri. Non ci sono invece le jineteras (prostitute, ma anche semplici ragazze che uniscono l’utile al dilettevolw) che da anni sono conosciute per la loro determinazione nell’abbordare uomini occidentali, anche se in gruppo, anche se accompagnati dalla moglie. Mi dicono che da poche settimane ci sia stato un giro di vite da parte del governo, “contro la droga e la prostituzione”,per cui le ragazze se ne stanno rintanate, aspettando tempi migliori…

Se le ragazze sono, almeno qui, temporaneamente intimorite, molti sono invece i ragazzi cubani che passano la serata appesi alla staccionata, guardano dentro al locale ed ascoltano la musica. Vorrebbero entrare ma naturalmente non possono permetterselo. Alcuni ci chiedono di essere invitati dentro, ma sarebbe impossibile discriminare tra i tanti pretendenti e a malincuore continuiamo a sorseggiare i nostri Mojitos mentre loro ci fissano con sguardo mesto. Uno di loro è perticolarmente insistente, cerca di attirare l’attenzione delle ragazze occidentali, ma stasera non ha fortuna. Ascolta a lungo la musica in piedi, da solo, gola asciutta, appeso alla staccionata. Non si rassegna neanche quando ce ne andiamo, ci segue, vuole attaccare bottone, tornare al Monserrate. Ci è stato detto di stare attenti, alcuni di questi ragazzi attaccano discorso con gli stranieri per poi derubarli, ma a me, ingenuo, sembra solo che vogliano entrare a sentire un po’ di musica del loro paese e magari, perché no?, abbordare qualche ragazza…Ci sono poi uomini che, forti del richiamo dell’esotico, si propongono e rimorchiano straniere, magari di qualche, o di molti, anni di più, con lo scopo di farsi portare in locali altrimenti inaccessibili, divertirsi un po’ e magari portare pure a casa qualche dollaro. Difficile discernere chi si vuole innocentemente divertire con gli ospiti stranieri da chi se vuole approfittare.

Finisco la notte al “La Zorra y el Cuervo”, un moderno locale di jazz, ricavato in un seminterrato cui si accede per una scala dopo aver sborsato ben dieci dollari (una setimana di stipendio medio, ma la consumazione è compresa!) il che, di nuovo, taglia fuori tutta la potenziale clientela locale non accompagnata… Suonano i “Canela” un gruppo composto esclusivamente di ragazze mulatte … appunto color cannella! Eccezionalmente oggi c’è anche un chitarrista maschio! Durante un intervallo le chiedo se per caso abbiano da vendermi un CD delle loro musiche, ed una di loro mi fa cenno di sì, si allontana per pochi secondi e torna con un CD masterizzato per il quale mi chiede dodici dollari, ma me lo lascia a dieci, una fortuna, ma mi stanno simpatiche. Non capisco una cosa però, come mai le ragazze del Canela piratino i propri CD! Cuba è piena di CD pirata, ma in genere sono copie di quelli prodotti dalle aziende di stato, o importati, e fin lì niente di nuovo, succede dappertutto. Ma un gruppo di artisti che violi la propria proprietà intellettuale mi mancava! Forse, suppongo maliziosamente, se vendessero un loro CD ufficiale i soldi andrebbero a chissà quali intermediari, mentre così se li intascano loro…

Torno a casa sotto un violento acquazzone tropicale che mi mette in condizione di non poter negoziare molto con il tassita abusivo che mi chiede sei dollari – vede subito che sono straniero, me lo immagino sfregarsi mentalmente le mani, si è guadagnato la giornata! I tassisti abusivi, grosso modo, applicano la semplice regola di far pagare agli stranieri, in dollari, lo stesso prezzo che i cubani pagano in pesos. Dunque la mia corsa ad un cliente cubano sarebbe costata sei pesos. Dato che il cambio è di 26 pesos per un dollaro, ho pagato 156 pesos!

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