26 April 1994

Il vecchio e il nuovo in politica e nella storia

Barbara Spinelli ha scritto un articolo su "La repubblica" in cui dice, in poche parole, che il nuovo non è sempre necessariamente meglio del vecchio. Si riferisce al fatto che le nuove formazioni politiche che nascono dal dopo "Mani pulite" chiedono consenso elettorale per il fatto di essere "nuove".

Se voleva semplicemente dire che non tutto il nuovo è ipso facto migliore, la cosa è quasi sempre ovvia; dico "quasi" perché forse in alcune circostanze particolarmente incancrenite può essere meglio cambiare comunque, anche in peggio, ma sbloccare le cose: per dirla con Lenin, a volte bisogna fare due passi indietro per poter poi fare un passo avanti. Che in Italia sia oggi meglio rischiare di prendere un po' di rincorsa per poter poi meglio saltare, oppure no, ognuno lo può valutare per sé stesso.

Ma Spinelli sembrava voler dire anche che ad auspicare il rinnovamento in quanto tale sono le ideologie autoritarie, che si fondano sul primato della forza (giovane) sul diritto (che, chissà perché, giovane non è). Questo giudizio, a mio avviso, non corrisponde ai fatti. Vediamo perché, toccando alcuni punti dell'articolo.

Spinelli dice che le dittature (tanto fasciste quanto comuniste) inneggiavano alla gioventù facendone stendardo della propria ideologia. Questo è vero (e non sempre) nella retorica, ma mai nei fatti. Non riesco a pensare ad un solo dittatore (fascista o comunista) che abbia operato per favorire un avvicendamento di giovani al potere, o anche più semplicemente ad una loro effettiva responsabilizzazione nella società. Solo Franco ha preparato il terreno per Juan Carlos (ma chissà se sarebbe contento dell'operato del giovane Re?).

Le gerontocrazie più arteriosclerotiche sono sempre state quelle dittature che Spinelli dice inneggiassero alla gioventù. Il giovane Morozov che fece arrestare il padre non diventò un eroe sovietico per essere stato un giovane contro un vecchio, ma un buon cittadino sovietico che anteponeva lo stato alla famiglia; lo stesso onore capitò, centinaia di migliaia di volte, a padri che denunciavano figli, mariti che denunciavano mogli, sorelle che denunciavano fratelli, ecc. l'età non c'entrava.

E d'altra parte, se ci fermiamo sul piano della retorica, la gioventù (assieme alle "donne", o ai "meridionali", i "disoccupati", gli "handicappati"!) è stata oggetto di untuose quanto malfidate attenzioni verbali anche da parte della nostra partitocrazia. Come si dice a Roma: a chiacchiere!

Per contro, nelle democrazie compiute (tra cui finora non c'è stata l'Italia) all'alternanza politica corrisponde il ricambio generazionale. In quella che è forse la più matura democrazia, gli Stati Uniti, per legge un presidente non può essere eletto per più di due volte (8 anni), poi se ne deve andare. E questo non è una condanna nei suoi confronti, o un "parricidio" come dice Spinelli. Nelle democrazie compiute, di norma, un leader di partito che perde le elezioni in una democrazia compiuta esce di scena. In Italia, dove dal 1945 non c'è stata dittatura ma neanche alternanza, i padri della Costituente che ancora vivono (al governo o all'opposizione) sono ancora lì, attaccati con le unghie e con i denti al potere.

Auspicare che costoro si facciano da parte non vuol dire svilire quello che di buono hanno fatto finora per fare dell'Italia un moderno paese europeo; non vuol dire neanche cercare rivalse per quanto di meno buono pure hanno combinato; anzi, sono proprio loro a svilire la propria opera insistendo a lavorare, credendosi immortali, pretendendo di avere sempre qualcosa da dire. Il grande campione si ritira imbattuto. Onore quindi a Valiani, Bobbio, Scalfaro, De Martino, Iotti e fino a poco tempo fa a Carli, Pajetta, Pertini, Saragat, ... Ma proprio perché hanno fatto tanto bene costoro dovrebbero trasmettere la propria ricchezza di esperienza e farsi da parte. Questo non sarebbe parricidio, sarebbe invece la migliore valorizzazione storica del loro operato.

Medici, insegnanti, vanno in pensione obbligatoriamente ad una certa età. Lo stesso dovrebbe applicarsi ai politici. È vero, si rischierebbe di pensionare prematuramente qualche mente ancora valida; ma è meglio correre questo rischio di quello, ben peggiore, di mettere le sorti del paese nelle mani di persone le cui menti valide non sono più. Se qualcuno li ascolta, costoro potrebbero comunque contribuire con consulenze, opinioni, ma dovrebbero lasciare il potere. Due parole quindi sui senatori a vita che Spinelli si preoccupa di difendere: l'intenzione originale di questo istituto era quello di portare in parlamento delle alte personalità non politiche, perché dessero un contributo di cultura. È difficile pensare che questo possa essere fatto senza limiti di età. In primo luogo, non capisco perché per far questo sia necessaria una nomina a vita, e non per cinque o dieci anni, un lasso di tempo in cui l'apporto culturale potrebbe agevolmente essere espresso. Non vedo invece alcun motivo perché debbano essere nominati politici di professione, come è stato nel caso di Andreotti.

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