01 May 1990

Situazione in Jugoslavia

Lo sfondo storico e culturale

La Jugoslavia è il più giovane dei paesi della regione bal­canica, e quello più debole dal punto di vista dell'identità naziona­le. Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni fu infatti fondato solo dopo la prima guerra mondiale, in gran parte su insistenza del presidente americano Wilson, in base al principio dell'autodeterminazione dei popoli che era stato universalmente sancito nei Quattordici punti del presidente americano in occasione delle trattative di pace. Il preva­lere del concetto "jugoslavo" fu per molti una sorpresa, in quanto nella seconda metà del XIX secolo le due alternative più probabili per l'unificazione politica dell'area erano quella di una "Grande Serbia" e quella di una "Grande Croazia". Più di settant'anni dopo l'unifi­cazione, questa vecchia contrapposizione tra le due maggiori etnie si ripropone come la principale fonte di attrito civile nel paese.
In parte a causa del riaccendersi di questa contrapposizione, in una regione da sempre generatrice di equilibri politici precari è proprio la Jugoslavia che oggi pone i maggiori problemi alla stabili­tà ed alla pace. Stato mosaico di popoli e di nazionalità (l'ultimo censimento, del 1981, ne ha contate 24, oltre a quanti si sono dichiarati "jugoslavi" e basta, e sono più di 1 milione). Senza entrare troppo nel dettaglio in questa sede, la situazione storico-politica del paese si può schematizzare sottolineando che esiste una divisione in due parti componenti principali: la Slovenia e la Croa­zia a nord-ovest: qui vivono in prevalenza etnie cattoliche, pro-occidentali e relativamente più ricche. Per contro, la Serbia, il Mon­tenegro e la Macedonia a sud-est, sono or­todosse e meno orientate verso l'Occidente, oltre che più povere e nazionali­ste. Al centro, la Bosnia-Her­zegovina, povera e con una forte componente musulmana, ha una posizione cerniera che potrebbe risultare decisiva per il futuro dell'unità del paese.
Queste contrapposizioni culturali, religiose ed economiche sono state represse dal 1945 al 1989. Infatti, a fronte delle tante di­sfunzioni che il comunismo ha portato alla Jugoslavia ed alla regione balcanica nell'insieme, si deve notare come il centralismo marxista (dentro e fuori la Jugoslavia, dentro e fuori al Patto di Varsavia) abbia prodotto una parentesi stabilizzatrice nella tumultuosa storia balcanica. Questa anomala parentesi si è ormai conclusa e la regione è ricaduta in una più tipica situazione di crisi e conflittualità permanente. La Jugoslavia è oggi il paese balcanico più pericolosamente minacciato dalla trasformazione post-comunista, ed il pericolo non riguarda solo i vari popoli di quel paese; l'esperienza storica insegna quanto sia facile che nei balcani l'intrecciarsi di rivalità tra etnie e la quasi totale non corrispondenza tra stati e popoli costituisca una miscela incendiaria con caratteristiche di rapida propagazione.

Il Comunismo Jugoslavo nel Dopoguerra
L'alleanza anti-tedesca e la comunanza ideologica tra Stalin ed i partigiani comunisti jugoslavi (principali autori della liberazione del paese) produceva quella che sembrava, nel 1945, una solida alleanza tra Mosca e Belgrado. Ma quasi subito si sviluppava un profondo dissenso sulla politica da seguire nella nuova Europa post-bellica. Un luogo comune che si deve rifiutare è che il dissidio tra Stalin e Tito sia stato provocato dal fatto che questi era sì un comunista ma anche un "nazionalista", e questo avrebbe interferito con i piani egemonici di Stalin. Al contrario, Tito era più coerentemente internazionalista di Stalin in politica estera. Per esempio, egli si batté per estendere aiuti militari ai comunisti di Grecia, ma fu fermato da Stalin che non intendeva rischiare un confronto con gli USA nel violare gli accordi di Jalta, in base ai quali la Grecia rimaneva nella sfera occidentale. Persino dopo l'espulsione dal Cominform (a Belgrado benignamente giudicata uno "sbaglio") Tito continuava la professione di fede nel movimento comunista internazionale e in Stalin stesso.
In questo senso, c'è un denominatore comune tra il rapporto jugo-sovietico degli anni quaranta, quello sino-sovietico dei tardi anni cinquanta e primi sessanta, e quello tra URSS e Cuba negli anni sessanta e settanta: in tutti questi casi, i partner minori spingevano per una maggiore audacia e spericolatezza internazionalista nell'esportazione del comunismo, mentre Mosca frenava per paura di scatenare un conflitto Est-Ovest. Il tutto mantenendo una politica interna ed economica più ortodossamente marxista di Mosca.
Un miglioramento delle relazioni bilaterali seguiva la morte di Stalin, soprattutto per iniziativa di Khrushchev. La Jugoslavia non è però mai rientrata nei ranghi sovietici, né come stato né come partito. Anzi, nel 1954 Tito concludeva un sorprendente patto di difesa militare con Grecia e Turchia, i due paesi NATO della regione balcanica. Non migliorano però in questo periodo neanche i rapporti con altri paesi occidentali o con gli USA, che rimangono scettici, se non sospettosi, dell'affidabilità dell'eretico comunista balcano.
In politica interna ed economica, Belgrado all'inizio seguiva il modello dello sviluppo a tappe forzate che ricalcava i primi piani quinquennali dell'URSS. Così fu attuata una rapida collettivizzazione dell'agricoltura e fu data massima priorità all'industria pesante dello stato. Dal 1952 era cominciata però a cambiare l'impostazione ideologica del Partito Comunista Jugoslavo, che prendeva il nome di Lega dei Comunisti Jugoslavi (LCJ) per sottolineare l'abbandono del centralismo strutturale e l'adozione di un modello che garantiva larga autonomia alle organizzazioni locali. Su tutti, ovviamente, dominava la figura di Tito, unico leader carismatico capace di controllare le divisioni entiche all'interno dello stesso partito.
Parallelamente al processo di decentralizzazione nel partito iniziato nel 1952, la LCJ decideva per l'abbandono del modello economico staliniano, che già cominciava a rivelare le sue inadeguatezze e mal si conciliava con il venir meno del potere altamente centralizzato, in favore dell'autogestione delle imprese da parte dei consigli di fabbrica. In breve, tra le maggiori peculiari conseguenze che l'autogestione comportava si possono sottolineare: in primo luogo, la proprietà sociale al posto di quella statale; quindi, la programmazione produttiva autonoma nelle imprese; il sistema di mercato al posto dell'allocazione centralizzata per le materie prime; un certo grado di responsabilizzazione finanziaria; salari auto-gestiti dai lavoratori. Da allora, si è verificata un'altalena di centralizzazione e decentralizzazione, cercando invano la via ottimale del "socialismo di mercato".
L'autogestione e la relativa apertura con l'economia mondiale migliorava temporaneamente l'andamento dell'economia del paese. Di indubbio valore per una generazione di jugoslavi sono stati il dinaro convertibile, la libertà di viaggiare, la crescita del tenore di vita, moderata se paragonata all'Occidente ma migliore di quella dei paesi del Comecon.
Questo processo culminava nella creazione del cosiddetto sistema della "autogestione integrale", codificato fra il 1974 e il 1976 da complessi ordinamenti costituzionali e legislativi, che ha rappresentato nell'immediato uno strumento articolato capace di assorbire in parte i conflitti sociali, attutendo e rinviando nel tempo gli impatti più dolorosi della crisi. Così come era stata "più comunista dei comunisti" del Comecon nell'immediato dopoguerra, la Jugoslavia divenne presto la "più riformista dei riformisti".
Nel frattempo, la società cresceva e maturava, in parte grazie ad una liberalità politica e culturale maggiore rispetto agli altri paesi dell'Europa orientale; in parte a causa di un'urbanizzazione diffusa e, sulla costa, di un terziario in rapida espansione, in parte, infine grazie ai contatti sempre più stretti stabiliti con il mondo esterno. Economicamente, però, la Jugoslavia rimaneva "in mezzo al guado", ossia senza un vero mercato (esso operava sì, ma solo parzialmente) e senza più vecchi strumenti della pianificazione, già abbandonati nel corso degli anni Cinquanta. Di fatto, si era venuto creando un sistema "ibrido" in cui il governo federale si trovava privo di efficaci strumenti di coordinamento generale, benché potenti leve di controllo sul sistema fiscale e finanziario fossero rimaste prerogative o della Federazione o, successivamente, degli organismi repubblicani e regionali.
Al forte decentramento economico e amministrativo corrispose, inoltre, il mantenimento della capacità d'intervento della Lega dei comunisti che ora, attraverso numerosi centri di irradiazione del potere burocratico (Repubbliche, Regioni, Comuni), riusciva a condizionare gli orientamenti delle imprese, delle banche, così come la gestione dei servizi e delle attività sociali.
In definitiva, i rapporti economici in una Jugoslavia "senza piano e senza mercato", ma in tumultuoso sviluppo, erano stati affidati ad un complicato sistema di "accordi" fra imprese o fra diversi soggetti costituzionali, di natura politica ed economica, che interagivano: tale sistema operò peraltro in modo disarmonico e in assenza di regole omogenee, provocando spesso enormi difficoltà gestionali e sprechi, dissipando infine le risorse finanziarie che il governo jugoslavo aveva ottenuto dagli Istituti mondiali di credito.
Alla lunga, è emerso che l'autogestione conteneva in sé il seme della propria rovina: non controllava la crescita della massa monetaria e quindi l'inflazione, che portava di fatto nel 1988-1989 alla perdita della convertibilità. Né istituiva un sistema di incentivi e di concorrenzialità tali da favorire l'innovazione tecnologica, gli investimenti stranieri, la produttività.
In politica estera, nel 1956-1957 si definisce la scelta non-allineata della Jugoslavia. Tito contribuisce alla fondazione ed allo sviluppo del movimento, dove è il principale tra gli attori europei. Per tre decenni, il movimento sarà un punto di riferimento per decine di stati in tutto il mondo, nuovi e vecchi, in cerca di un riferimento che prescindesse dalla guerra fredda tra Est ed Ovest.
Parallelamente, inizia una rapida apertura economica verso l'Occidente, accompagnata da una massiccia emigrazione di manodopera, soprattutto in Germania. In misura minore, a causa della mancanza di fondi, tecnici e studiosi jugoslavi cominciano a frequentare le migliori istituzioni di ricerca occidentali.
Era chiaro già al tempo che Tito era la maggiore forza coagulante del paese. Nonostante i suoi sforzi per preparare la successione, l'attuale crisi è stata una tragedia annunciata. La costituzione del 1974 istituisce un complesso schema di divisione del potere tra le repubbliche costituenti, sulla base del principio che la leadership federale doveva essere esercitata collettivamente per impedire il prevaricare delle repubbliche più forti su quelle più deboli. Questo sistema però da un vero potere di veto alle repubbliche nella presidenza collettiva, paralisi di governo. La Serbia è la più scontenta, in quanto vede sminuirsi ulteriormente la propria posizione di predominanza.
In Jugoslavia gli anni Ottanta coincidono con l'inizio del "dopo-Tito". Nell'arco di questo decennio, le sue strutture economiche, sociali e istituzionali sono state sottoposte a una costante pressione da parte di una crisi divenuta via via sempre più profonda e che, partendo dall'economia, si è allargata, a cerchi concentrici, fino ad investire la politica, i rapporti etnico-nazionali, le prospettive ideali, i legami culturali di tutto il paese.
Dopo la morte di Tito, rimaneva l'altra grande colla che aveva contribuito a sostenere un senso di "nazione" tra gli jugoslavi: la minaccia sovietica. Dal 1948 all'avvento di Gorbaciov il timore di interferenze sovietiche, e di un possibile intervento armato, era stata la maggiore preoccupazione di politica estera di Belgrado. Le relazioni bilaterali con Mosca avevano conosciuto fasi alterne, ma rimaneva la possibilità che un cambiamento di leadership al Cremlino, u una crisi militare in Europa, avrebbero provocato uno scontro. Si ricordi, a questo proposito, come nei giorni immediatamente successivi alla morte di Tito (che avveniva poche settimane dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan) nei principali aeroporti jugoslavi venivano spiegate ingenti forze anti-aeree.

Recenti sviluppi politici

Politica Interna
All'inizio del 1989 il sistema post-Tito avviato nel 1974 mostrava preoccupanti crepe. Queste si sono manifestate soprattutto a livello di relazioni inter-repubblicane ed all'interno della Serbia. Questa era stata ampiamente ridimensionata sul piano territoriale nel 1974, allorché ampi poteri vennero attribuiti alle sue due Regioni autonome: la Vojvodina (con una popolazione etnicamente assai frammentata, in cui fra gli altri trovano posto 70.000 Slovacchi, 20.000 Russini, 47.000 Romeni, 110.000 Croati ma che, soprattutto, conta una robusta minoranza ungherese - pari al 19% - e una maggioranza serba pari al 53%) e il Kosovo (dove, secondo le stime più recenti - in attesa del censimento del 1991 - gli Albanesi costituirebbero ormai il 90% della popolazione contro il 9% di Serbi e Montenegrini e un 1% di Turchi).
Nel 1989 le repubbliche jugoslave decidevano all'unanimità di modificare la Costituzione del 1974 per ridimensionare i poteri delle Regioni autonome (Kosovo e Vojvodina) e venir così incontro ad una richiesta di uguaglianza della Repubblica serba. Questa vedeva infatti (non completamente a torto) un impedimento grave negli estesi poteri concessi nel 1974 alle due province al suo interno, che spesso paralizzavano il funzionamento dell'apparato repubblicano; questa situazione era peraltro unica in Serbia, la sola repubblica ad avere tali regioni al suo interno. Le altre repubbliche accettavano di buon grado perché anche loro contribuivano a fornire ingenti aiuti economici alle due regioni la cui spesa non poteva però poi essere controllata a livello federale. Le repubbliche più ricche del nord avevano infatti provveduto ad un notevole trasferimento di ricchezza verso le due suddette regioni attraverso un fondo speciale per le aree sottosviluppate, e questo aveva accresciuto il malcontento di strati della popolazione più inclini a considerare quelle provincie una specie di "pozzo senza fondo": la cultura del sospetto, la diffidenza, perfino il razzismo hanno così trovato ricco alimento.
Parallelamente alla decentralizzazione economica, si attuava in Jugoslavia, prima di fatto e poi di diritto, l'introduzione del multipartitismo. La Lega dei Comunisti Jugoslavi (LCJ) ha rinunciato al monopolio del potere, ed è passata all'opposizione in tutte le maggiori repubbliche tranne la Serbia. La Lega ha in realtà cessato di esistere in quanto tale quando ne è uscita la delegazione del partito sloveno, al tempo del Congresso del gennaio 1990, quando i serbi rifiutarono di attuare un completo stravolgimento dell'ordinamento dello stato e del partito su linee parlamentari e confederali. Le successive riforme e democratizzazioni attuate sono state un classico caso di concessioni fatte sotto pressione quando è troppo poco e troppo tardi; il congresso fu ufficialmente "sospeso", ma di fatto la LCJ si è dissolta. I comunisti (rinominatisi, come molti loro colleghi un po' in tutta Europa, socialisti) hanno perso il potere in Slovenia, Bosnia-Herzegovina, Macedonia e Croazia. In Serbia il processo di democratizzazione non si è ancora completato, come dimostrato dall'esclusione di alcuni partiti albanesi ed dal conseguente boicottaggio delle elezioni nel Kosovo.
Certo non contribuisce a migliorare le prospettive la carenza di figure popolari in tutto il paese. Il Primo Ministro Markovic forse lo sta diventando grazie al relativo successo economico del suo programma, ma la sua popolarità potrebbe soffrire dalle dislocazioni economiche che le sue riforme stanno producendo. L'esempio di Mazowiecki in Polonia può essere illustrativo delle prospettive di Markovic.
Nei paragrafi che seguono si vuole fornire un quadro, se pur schematico, della situazione politica nelle varie repubbliche della federazione. In Serbia, pochi mesi dopo la disintegrazione della LCJ al 14 congresso, i comunisti serbi cambiavano nome in "socialisti"; contemporaneamente si autorizzava la registrazione di partiti d'opposizione. In forte crescita il nazionalismo, strumentalizzato dal presidente repubblicano Milosevic ai fini di un'espansione del predominio serbo.
Esplosiva la situazione nel Kosovo. Belgrado accusa le autorità locali di separatismo, di aver obbligato le popolazioni di minoranza (Serbi e Montenegrini) ad emigrare forzatamente nel corso degli anni ottanta. I Kosovini sostengono di volere solo la dignità di repubblica federata. Il conflitto probabilmente è irrisolvibile. L'Albania cerca in qualche modo di internazionalizzare la questione sulla base del principio, contenuto anche nella Carta dell'ONU, che il perorare i diritti fondamentali non si può fermare per motivi di non-interferenza negli affari interni di uno stato. Ma Tirana, che certo avrebbe difficoltà a difendere il proprio recente operato in materia di diritti umani, evidentemente strumentalizza l'argomento per fini nazionali. Con l'attuale tendenza di crescita demografica, quella albanese sarà la terza nazionalità jugoslava nel 2000; la soppressione delle rivolte di piazza di questi mesi, e l'abolizione dell'autonomia regionale difficilmente contribuiranno a consolidare una soluzione stabile del problema.
Il Montenegro è relativamente tranquillo. La dirigenza è pro-Milosevic, ed i montenegrini sono stati gli unici a non disertare il 14 Congresso della LCJ dopo l'abbandono degli sloveni e dei croati. Nella repubblica sono tuttavia presenti elementi nazionalistici latenti, specialmente nella Chiesa ortodossa locale.
Anche la Macedonia è stata generalmente pro-serba, in quanto entrambe le repubbliche temono la crescita demografica degli albanesi; ma qualche dissenso è stato creato dal progetto di nazionalisti serbi di assorbire la Macedonia in una Grande Serbia. I Macedoni, che costituiscono il 65% della popolazione della loro Repubblica, sono particolarmente attenti a quanto avviene in Kosovo in quanto anch'essi debbono fare i conti con una robusta presenza albanese (il 20% degli abitanti della Macedonia), a cui si aggiungono significative minoranze romene e turche.
Completamente diversa la situazione in Slovenia: gli Sloveni sono i più ricchi tra gli jugoslavi, il loro tenore di vita è persino stato superiore a quello dell'Austria negli anni settanta. Sono stati loro a far precipitare la crisi della LCJ nel 1990 quando sono stati i primi a lasciare il Congresso e a dichiarare la propria sovranità. Ufficialmente dichiarano di non volere l'indipendenza politica piena ma la "sovranità" all'interno della Yugoslavia. In pratica, è difficile che una volta mossisi in quella direzione i dirigenti sarebbero in grado di regolare la spinta emotiva della gente così micrometricamente.
In Croazia la dichiarazione di indipendenza non è stata ancora formalizzata ma i dirigenti locali hanno asserito il diritto di farlo quando crederanno. La milizia locale è particolarmente forte: il generale Martin Spegelj, "ministro della difesa", è stato per questo accusato di terrorismo da Belgrado, e i militari serbi hanno cercato invano di arrestarlo ma non hanno forzato per non provocare uno scontro di piazza con la polizia croata.
In Bosnia-Herzegovina il capo carismatico è il presidente Izetbegovic, leader del partito musulmano. Ex-dissidente, ha scontato più di un decennio di carcere al tempo di Tito ma anche negli anni ottanta. Governa con l'appoggio di Serbi e Croati in una fragile coalizione, ma la maggioranza della popolazione è anti-serba.

Politica Estera
Con la fine della contrapposizione tra i blocchi, la Jugoslavia sta cercando con fatica una nuova identità internazionale. Dal 1957 Belgrado si è costantemente collocata su posizioni strettamente nonallineate, facendo della neutralità nella contrapposizione Est-ovest l'asse portante della propria politica estera. Il venir meno di tale contrapposizione ha reso questa collocazione meno significativa, e favorisce un nuovo orientamento della Jugoslavia verso l'Occidente.
Le risoluzioni dell'Assemblea Federale del 17 gennaio 1990 sintetizzano la nuova linea di politica estera del paese: priorità ad un'azione di pressione sulla Cee per accelerare il più possibile accordi di associazione per pervenire poi all'adesione piena. Disponibilità ad entrare nell'EFTA, cosa politicamente forse più facile ma economicamente proibitiva, data la forza economica di quei paesi e la mancanza nell'EFTA di meccanismi per il trasferimento di risorse alle regioni più del Consiglio d'Europa e dell'OCSE. Infine, interesse ad approfondire le collaborazioni regionali; tra queste, priorità a quelle con i paesi del "nord" della regione, e cioè l'Alpe-Adria e la Pentagonale, ma forte enfasi anche sulla cooperazione inter-balcanica.
Mentre nelle prime due iniziative la Jugoslavia ha più che altro seguito le iniziative prese da altri, l'attivismo della diplomazia jugoslavia si è focalizzato soprattutto verso i Balcani: Belgrado ha convocato la Conferenza inter-balcanica di Belgrado del 16 febbraio 1988 che ha costituito, indubbiamente, un evento regionale inedito e di grande rilievo. Naturalmente, non si sono verificati allora atti clamorosi (ma nessuno se li aspettava), né si è registrata alcuna "svolta storica" nelle relazioni interbalcaniche. L'importanza di quella riunione, infatti, non sta solo nella partecipazione attiva di tutti i paesi dell'area (ivi compresa l'Albania), quanto negli approcci culturali e metodologici comuni che sono prevalsi. É maturata, insomma, una convinzione da tutti condivisa e secondo cui il superamento dell'arretratezza balcanica è strettamente connesso ad una nuova visione delle relazioni internazionali e della sicurezza, in rapporto anche ai principi sanciti nell'Atto finale di Helsinki. Dalle decisioni allora scaturite, dalla scelta di privilegiare nella collaborazione regionale alcuni settori cruciali come il turismo, i trasporti, lo scambio di tecnologie, la salvaguardia dell'ambiente e di procedere alla fondazione di un comune istituto di ricerca si avverte un'esigenza che va ben oltre una prospettiva di riavvicinamento fra i popoli, agevolata dall'intesificazione degli scambi.
Da tutto ciò si percepisce, infatti, una maggiore consapevolezza del fatto che i singoli paesi balcanici non sono in grado di uscire dall'arretratezza e dal sottosviluppo se non attraverso la convergenza degli sforzi. Mere strategie nazionali non sono infatti più adeguate ad assicurare un riordino e un rilancio di economie disastrate, tanto più allorché questi problemi investono Stati ad economia debole. Ciò spiega perché, già a Belgrado, quando ancora erano ben vive vecchie barriere ideologiche e non sembrava alle porte un sommovimento radicale in molti di quei regimi, si fosse comunque parlato della necessità di una convergenza con la Comunità Europea, in modo che gli sforzi avviati nel Sud-Europeo venissero agevolati da una collaborazione in grado di rivelarsi rispondente all'interesse di tutta l'Europa, sotto il profilo della pace e della sicurezza, così come del progresso e dello sviluppo.
Sempre a Belgrado, inoltre, tutti hanno convenuto che il problema delle minoranze debba essere affrontato con comprensione e tolleranza, considerandole un "ponte" fra gli Stati e non uno strumento di divisione e contrapposizione. in parte retorica, ma in parte sincero desiderio dei governi di superare un problema comune
Da allora la collaborazione interbalcanica ha prodotto innumerevoli incontri (una dozzina nel solo 1989, oltre 40 nell'ultimo biennio, mentre altri 12 sono già stati convocati per il 1990) su numerose questioni di interesse comune. Particolare convergenza è stata raggiunta sulle questioni relative alla lotta al narcotraffico, al terrorismo internazionale e al traffico illegale di armi (orientamento, questo, niente affatto scontato). Un buon livello di convergenza si è registrato anche sulle questioni dei trasporti interregionali, mentre fervono i preparativi per la fondazione dell'Istituto Bancario di cooperazione economica, con sede ad Atene. Più complessa, invece, è apparsa la ricerca di accordi su questioni tanto cruciali quanto delicate, come la convocazione di una futura riunione dei Capi di Stato (su cui hanno insistito in particolare i Romeni), la creazione di una zona denuclearizzata, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze.
Sul piano più prettamente politico, invece, si fa largo la proposta di creare un gruppo parlamentare di amicizia e cooperazione interbalcanica, mentre, sotto il profilo della cooperazione economica, la Jugoslavia ritiene maturo il momento per stabilire più stretti contatti fra i presidenti delle Camere economiche o di commercio al fine di studiare le condizioni per creare una Camera economica balcanica. Nel frattempo, Belgrado vorrebbe ospitare una Fiera balcanica a cadenza annuale e Novi Sad si prepara ad agire nella medesima direzione per quanto riguarda il settore dell'agricoltura.

Politica economica

Riforme economiche
Durante gli anni settanta, come in altri paesi ad economia pianificata, il debito estero della Jugoslavia cresceva ben oltre quanto potesse utilmente essere assorbito dal sistema. Approfittando dalla propensione occidentale a prestare le ingenti quantità di petrodollari disponibili sul mercato finanziario, Belgrado si indebitava per oltre 20 miliardi di dollari, fin al punto che il servizio del debito estero diventava insostenibile per la fragile economia del paese.
L'eccessiva domanda interna (ovviamente colpa dell'autoge­stione, che faceva lievitare troppo i salari) cui si affiancava una scarsa capacità di esportazione, portava al crollo della "credit-worthiness" del paese, su cui cominciavano a fare pressioni le istituzioni finanziarie internazionali. Già dal 1983, sotto pressione del FMI, iniziavano le prime timide riforme, ma fallivano per l'incapacità del governo federale di imporre sacrifici sostanziali alla popolazione. Questi abbozzi di riforma erano però sufficienti a fomentare l'insoddisfazione delle masse col governo federale, ed a far crescere il nazionalismo fino ad allora latente.
Parallelamente, comiciava a lievitare l'inflazione, che raggiungeva il 250% alla fine del 1988 ed andava ben oltre il 2000% alla fine del 1989. Il debito estero era in quel momento oltre i 23 miliardi di dollari; la disoccupazione ufficiale era del 15%, ma andava in realtà probabilmente oltre il 20%; il reddito pro-capite diminuito tra il 1980 ed il 1990 del 25% circa.
La prima stretta di austerità veniva implementata già durante il 1989, e cominciava a produrre qualche risultato già all'inizio del 1990: per la prima volta dopo un decennio la Jugoslavia registrava un surplus commerciale, accresceva le proprie riserve valutarie fino a oltre 10 miliardi di dollari, e iniziava a ridurre il debito estero, che scendeva a 16 miliardi. in miglioramento anche la produzione industriale (+2%), e quella agricola +6%. Dal 1 gennaio 1990 si ripristinava la convertibilità del Dinaro il cui cambio viene fissato per sei mesi a sette nuovi dinari per un marco tedesco. Restaurata anche la libertà di cambio valutario per gli Jugoslavi.
Il programma economico nazionale era stato architettato con la consulenza del famoso economista della Harvard University Sachs, che era stato consigliere di altri paesi in situazioni analoghe. Si provvedeva anche al congelamento di salari e prezzi per sei mesi, che anche se non sarebbe stato applicato alla lettera sarebbe comunque stato sufficiente per produrre i primi risultati di cui si è accennato.
Nonostante tutto, però, (o forse proprio a causa delle riforme) le disparità tra le repubbliche continuano, anzi forse aumentano: le entrate di valuta pregiata sono in gran parte concentrate nelle casse di Slovenia e Croazia, più agili nella trasformazione e più produttive. D'altro canto, la riduzione delle sovvenzioni alle imprese meno efficienti delle repubbliche più povere certo non facilita la transizione di queste verso la democrazia e la privatizzazione.
Tuttavia, la politica pesantemente deflattiva seguita da Belgrado deve ancora fare i conti con le prevedibili, pesanti ripercussioni sociali e nazionali a cui darà luogo. Ammesso che la manovra economica riesca a dare i suoi frutti, (già dalla seconda metà del 1990 si è registrata una ripresa dell'inflazione) le peggiori difficoltà di adattamento al sistema capitalistico devono ancora essere affrontate. La bilancia commerciale recentemente è tornata ad essere in passivo. Secondo calcoli dello stesso governo federale la produzione industriale nel 1990 avrebbe nuovamente subito un calo rispetto al 1989, la cui entità è difficile da giudicare ma che oscillerebbe intorno al 10%. Inoltre, un terzo delle aziende è in passivo e dovrebbe chiudere: la maggioranza di esse, però, opera nelle aree depresse del paese e soprattutto nel Sud (Serbia, Macedonia, Kosovo, Bosnia e Montenegro).

Rapporti economici con l'estero
Si è detto come, convinti di possedere il "sistema sociale del futuro" (ossia l'autogestione) i comunisti jugoslavi decisero, alla metà degli anni sessanta, ed ancor più nel decennio successivo, di accrescere il ricorso al prestito internazionale. Già alla fine degli anni Sessanta, però, era venuto meno il coraggio di condurre fino in fondo la riforma economica varata nel 1965 che avrebbe dovuto introdurre il mercato e rendere così l'influsso di valuta pregiata produttivo.
Parallelamente al crescere dei prestiti in valuta, negli anni sessanta e settanta, si è verificata una riduzione dei contatti con i paesi del CMEA, mentre la Jugoslavia spingeva per un aumento degli scambi con l'Occidente, da cui ora si poteva permettere di importare beni di consumo e tecnologie. Con le prime difficoltà, tuttavia, il commercio jugoslavo si orientava nuovamente verso Mosca, in quanto le importazioni occidentali divenivano troppo costose e le proprie esportazioni non competitive. Tutto questo era in alcuni aspetti simile a quanto sarebbe successo ad alcuni paesi arabi (per esempio l'Iraq) nella loro crisi economica del periodo di caduta del prezzo del petrolio. Anche per la Jugoslavia, come per molti arabi, Mosca diveniva un cliente non eccessivamente discriminante sulla qualità del prodotto ed un fornitore di merci vendibili sul mercato interno e non eccessivamente costose. Inoltre, l'URSS cominciava a fornire anche considerevoli quantità di armi (inclusi gli avanzati caccia MiG-29).
Solo recentemente si è assistito ad un nuovo tentativo jugoslavo di apertura commerciale all'Occidente, con la nuova liberalizzazione valutaria ed il tentativo di stimolare la concorrenza interna con produzioni occidentali di alta qualità.

Politica Militare
L'esercito jugoslavo, non più impegnato a difendere i confini del paese da un ormai improbabile invasore, si trova a dover prospettare a se stesso (come del resto sta già accadendo, soprattutto in Bosnia) l'eventualità di dover garantire il rispetto dei confini interni delle Repubbliche jugoslave. Senza dubbio l'esercito potrebbe reprimere, nel breve termine, rivolte di piazza o tentativi di secessione spontanei e male organizzati. Come però questo possa avvenire in maniera stabile e duratura è difficile immaginarlo.
I militari jugoslavi si sono più volte dichiarati contrari a qualunque forma di nazionalismo, anche quello serbo, ma potrebbero essere costretti ad appoggiarsi su di esso per far fronte agli altri, più pericolosi per lo stato centrale. Infatti, si sta già rivelando difficile operare con un esercito multinazionale di leva nelle varie repubbliche in fermento. L'establishment militare è deciso a mantenere l'unità nazionale ed il sistema socialista, almeno di nome se non proprio di fatto. Il risultato è un motivo in più per un'alleanza di fatto con il capo degli (ex-)comunisti serbi Milosevic.
Per sostenere la loro preferenza ideologica di fronte al collasso del comunismo in tutta l'Europa orientale, i militari, per lo più, sostengono la discutibile tesi che il socialismo non è stato battuto nei paesi dove si è stabilito per una vera rivoluzione nazionale, e non per imposizione esterna. Da segnalare l'appoggio dei militari jugoslavi ai colleghi sovietici per l'uso della forza nelle repubbliche baltiche all'inizio del 1991. L'analogia tra quello che è stato fatto in quei casi e quello che potrebbe accadere, probabilmente in forma ancora più violenta, in Jugoslavia, è palese.
Ma il successo di questa politica di intimidazione appare incerto. L'ordine intimato alle milizie repubblicane in Slovenia e Croazia di consegnare le armi, non è stato osservato. Finora si è evitato lo scontro armato, ma c'è da chiedersi per quanto. In caso di guerra civile sul campo, l'esercito sarebbe certamente più forte ma non per questo sicuro di vincere.

Prospettive
Dal momento che è scomparsa la forza di coesione impersonata nel paese da Tito, e successivamente solo in parte sostituita dalla Lega dei Comunisti, un nuovo ideale unitario fatica ad emergere. La Jugoslavia si trova, oggi, in una posizione estremamente delicata: mentre - a differenza del passato - la sua incolumità non appare minacciata da superpotenze, essa è scossa al proprio interno da nazionalismi, da contrapposizioni religiose, dal riemergere nel clero cattolico e ortodosso di tentazioni egemoniche, dalla rinascita di vecchi e nuovi fondamentalismi (in particolare quello islamico in Bosnia e in Kosovo). E poiché appare davvero difficile, a causa dell'intricata mappa etnica del paese, tracciare netti confini fra le nazioni che lo compongono, un eventuale collasso della Jugoslavia difficilmente potrebbe avvenire per via pacifica.
D'altro canto, non si può non riconoscere che la Jugoslavia cosí come l'abbiamo conosciuta dal primo dopoguerra non ha più futuro. Molta violenza civile appare probabile, anche se una soluzione pacifica in extremis è ancora possibile. In ogni caso, la frammentazione politica del paese è ormai inevitabile, sia che essa risulti in nuovi stati indipendenti sia che si riesca a mantenere una confederazione più o meno tenue, almeno sul piano economico.
A questa frammentazione, che verrebbe letta da molti, specialmente al di fuori della Serbia, come una liberazione, è anche probabile che segua una disillusione. La "sovranità" delle repubbliche infatti difficilmente risolverà i problemi economici, ed anzi potrebbe aggravarli. Le accresciute difficoltà economiche che si stanno verificando nel resto dell'Europa ex-comunista dovrebbero essere colte come una utile lezione dagli jugoslavi. Non rende le cose più facili il fatto che probabilmente Milosevic non è interessato ad una confederazione decentralizzata: accentuando le disparità di sviluppo che in essa si realizzerebbero, metterebbe ancora più in vista i problemi della Serbia, isolata e comunista.
Se poi la frammentazione dovesse estendersi anche sul piano militare e della politica di difesa, i pericoli sarebbero ancora maggiori. Contenziosi vecchi di secoli potrebbero allora accendere non più solo scontri di piazza ma vere e proprie guerre, per le quali la regione aveva avuto del resto storicamente una propensione particolare prima dell'unificazione dello stato jugoslavo.
Sarebbe dunque oggettivamente nell'interesse di tutti mantenere almeno una confederazione ma con ampie autonomie alle repubbliche, soprattutto in materia economica, senza per questo creare nuove frontiere politiche interne nel paese. Anche gli europei occidentali incoraggiano l'unità nazionale alla luce dei vantaggi che questa porterebbe per una accresciuta cooperazione con la Comunità, particolarmente dopo il 1993.
Se la confederazione economica avrà luogo pacificamente, probabilmente si svilupperanno nel medio termine forti pressioni economiche verso una re-integrazione: il ricco nord ha bisogno dei mercati del sud, e questi della produzione relativamente avanzata del nord. C'è qui una certa similitudine con quello che sta accadendo tra URSS ed ex-paesi satelliti, liberati dal giogo politico ed economico ma portati ora, dopo solo pochi mesi di reale indipendenza, alla ricerca di nuovi accordi commerciali con Mosca che attutiscano l'impatto dell'entrata nel mercato internazionale.
Un'altra similitudine si riscontra con il dilemma federale che nell'URSS affrontano i baltici: democratizzazione ed autonomia regionale sono indispensabili per mantenere l'unità dello stato nel post-comunismo, ma vanno contro l'esigenza di efficienti riforme economiche. Di questo sono consci sia i separatisti sloveni sia i nazionalisti serbi, ma non è chiaro fino a che punto la razionalità prevarrà sull'emotività del momento.

Conclusioni ed implicazioni per l'Occidente
In conclusione, si vogliono qui fornire alcuni spunti di riflessione per le prospettive delle imprese italiane in Jugoslavia. Alla luce dei fattori politici discussi in questa relazione, e di quelli economici trattati altrove in questa riunione, si possono sottolineare vantaggi e svantaggi per le imprese italiane.
I vantaggi per l'intervento economico italiano sono indubbiamente molteplici: (i) il paese ha scelto l'economia di mercato, e la scelta appare irreversibile, essendo appoggiata da larghe maggioranze all'interno e caldeggiata anche dalla CEE, verso cui la nuova Jugoslavia protende; (ii) l'Italia è già il secondo partner commerciale, dopo la Germania, e gli operatori italiani conoscono la Jugoslavia meglio di altri; (iii) la Jugoslavia può essere un condotto per sviuppare legami commerciali con altri paesi balcanici, e specialmente Romania e Bulgaria, con i quali belgrado ha consolidati rapporti economici; (iv) i quadri jugoslavi sono in gran parte ben preparati, spesso sono stati addestrati in Occidente, ma sono quasi sempre sottoutilizzati; (v) più che in altri paesi ex-comunisti, l'immagine del'impresa Italia gode in Jugoslavia di una buona reputazione.

 Ci sono peraltro anche alcuni svantaggi: (i) come ampiamente illustrato in questa sede, la situazione politica è instabile e destinata a rimanere tale ancora per anni; (ii) se non si riesce a fare la confederazione, ma il paese si sgretola in una serie di stati sovrani, ci saranno ripercussioni negative sull'economia di tutte le parti componenti a causa dell'alto grado di interdipendenza esistente; (iii) ci vorrà tempo a superare i problemi di bassa produttività del lavoro generati dall'economia garantista per quarant'anni; (iv) le infrastrutture sono spesso insufficienti, e difficilmente saranno migliorate nell'attuale situazione politica; (v) corruzione e parassitismo sono diffusi nell'amministrazione pubblica, retaggio dell'era comunista che non sarà superato né facilmente né rapidamente.

Relazione da me preparata all'Istituto Affari Internazionali per GETECNA, Progetto "Europa 20". Le opinioni espresse sono solo mie e non dello Iai.

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