19 April 2022

Una visione strategica sulla guerra in Ucraina

La guerra è in pieno sviluppo e sembra destinata a durare ancora per un po’. L'esito non è sicuro, ma la Russia ha sicuramente fallito nel suo obiettivo principale: privare il paese che ha invaso della capacità di gestire la propria identità. Ciononostante, potrebbe ancora riuscire ad occupare fette di territorio ucraino in permanenza, abbastanza per poter dichiarare vittoria. Adesso però è arrivato il momento, superato lo shock iniziale e le misure di immediata risposta in termini di sanzioni economiche alla Russia e aiuti all'Ucraina, di pensare al lungo periodo. 

Tre questioni strategiche sono di primaria importanza alla luce della tragedia in corso: le conseguenze per l'Unione Europea, i riflessi sul ruolo delle armi nucleari ed il futuro dei rapporti con la Russia. Su questi temi urge una riflessione per il lungo periodo, che guardi al di là degli eventi di attualità, in modo da essere pronti ad agire con consapevolezza, e non sulla scia di emozioni, quando il conflitto finirà. Questa riflessione finora manca.

Unione Europea

Quali sono le implicazioni strategiche del conflitto per la UE? La prima è che la sicurezza in Europa non può più essere data per scontata, come in troppi hanno colpevolmente pensato dopo la fine della guerra fredda, e che dobbiamo tornare a focalizzarci la nostra attenzione. Non si può pensare solo al commercio e agli scambi culturali, perché, si pensava, tanto il tempo delle guerre è passato. 

In primo luogo, quindi, non potremo tornare a fare tutto come prima quanto taceranno i cannoni. Per decenni abbiamo creduto, io per primo, che creare interdipendenza con potenziali avversari favorisse il reciproco interesse alla pace: il mio primo lavoro di ricerca dopo l'’università, nel 1982, fu sul gasdotto Urengoy che si stava costruendo per portare gas dall'URSS all'Europa occidentale, "bucando" la cortina di ferro. L'Europa lo costruì contro il parere dell'amministrazione Reagan che invece sosteneva fosse pericoloso creare questa dipendenza dalle forniture sovietiche. (Gli americani però erano prontissimi a vendere a Mosca le loro materie prime, a cominciare da quelle alimentari.) Da allora i gasdotti dall'URSS/Russia verso l'Europa si sono moltiplicati. Io credo ancora che l'interdipendenza sia la strada giusta, e forse obbligata, per il futuro, ma mi pare ovvio che vada ripensata attraverso una maggiore diversificazione di fonti energetiche e fornitori. Su questo dirò più in dettaglio di seguito.

La seconda è che la sicurezza costa, cosa che abbiamo sempre saputo ma che negli ultimi decenni abbiamo ignorato. L'Europa a mio avviso non spende poi tanto poco (il dibattito va avanti da decenni, non vi entro qui) e comunque si può permettere di fare di più. Ma certamente spende male perché lo sforzo economico è distribuito in modo inefficiente tra 27 forze armate diverse, con ovvi sprechi per costi fissi, imperfetta standardizzazione ed interoperabilità, duplicazioni, che si potrebbero eliminare se si avesse un esercito europeo, una marina europea ed un'aviazione europea. Spendere di più senza migliorare il come si spende non sarebbe un uso efficiente delle risorse. E vengo al terzo punto.

La terza conseguenza strategica del conflitto ucraino per l'Europa è che dal punto di vista politico, economico e militare dell'attuale conflitto tocca l'Unione nel suo insieme. I gasdotti partono tutti dalla Russia ma, a parte il Nord Stream che va dritto in Germania, gli altri riforniscono vari stati membri. E comunque il gas è una risorsa fungibile. Se la Francia è più protetta dalle sue centrali nucleari, mentre Italia e Germania restano più dipendenti dai gasdotti con la Russia, tutti i paesi soffrono degli sconvolgimenti e degli effetti inflattivi  dall'attuale crisi sul mercato dell'energia. Non ci sono stati membri che siano al riparo. Più in generale, se la Polonia e la Romania sono al confine dello scontro armato, le ripercussioni toccano palesemente anche stati più lontani come il Portogallo e l'Irlanda. 

E dunque è l'Unione nel suo insieme che si deve far carico della difesa degli stati membri, sempre in coordinamento con gli alleati transatlantici nella NATO ma con capacità autonome. Due fatti dell'anno scorso, la creazione dell' AUKUS e il ritiro dall'Afghanistan, deciso unilateralmente dagli USA, rendono ancora più evidente l'ineluttabilità di questa conclusione. 

La Brexit ha rimosso uno dei principali ostacoli alla creazione di una difesa comune europea, in quanto i britannici si opponevano sempre e comunque ad ogni iniziativa che potesse creare anche solo l'impressione di una capacità europea di difesa indipendente dagli USA. Si può aggiungere che comunque per il Regno Unito e gli Stati Uniti il legame tra i Five Eyes (USA, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) è sempre stato più importante di quello con gli alleati della NATO.

La guerra in Ucraina ci dovrebbe ricordare l'urgenza di procedere con l'istituzionalizzazione della sicurezza europea.  È ovvio, almeno lo è per me, che il legame con gli USA nella NATO debba restare, ma su un piano più equilibrato se non proprio paritetico. Un po’ come è oggi il rapporto dell'euro con il dollaro, della Banca Centrale Europea vis-à-vis la Federal Reserve.

La storia dell'euro ci da una utile traccia: partono alcuni paesi, altri seguono e quelli che non seguono restano fuori, marginali. Oggi i governi di Germania, Francia, Italia e Spagna, abbastanza in sintonia politica sull'argomento, potrebbero creare il nucleo della difesa comune. Forse, dopo la rielezione, Macron, libero da vincoli durante l'ultimo mandato, sarà più attivo. 

Questo deve valere anche nel campo della deterrenza nucleare: la Francia di Macron è europeista, ma si ferma quando si parla sul serio di difesa comune ed in particolare di nucleare. In realtà non esiste nessuno scenario immaginabile nel quale la Francia sia minacciata al punto che il deterrente nazionale diventerebbe rilevante senza che al tempo stesso non siano minacciati anche gli altri paesi dell'Unione. Si dirà che nessun paese, ed in particolare la Francia, una potenza nucleare UE e membro permanente del consiglio di sicurezza ONU, rinuncerebbe alla sovranità nazionale in materia, ma si diceva anche che la Germania non avrebbe mai rinunciato al Deutsche Mark.

E veniamo alla seconda questione strategica di questo articolo, le armi nucleari appunto.

Armi nucleari

Sin dall'inizio dell'invasione russa il Cremlino ha lanciato non tanto velate minacce di far uso di armi nucleari, anche se le dichiarazioni sono rimaste prevedibilmente vaghe sul come, contro chi e perché. Partendo dal presupposto che questo uso non avvenga, rimane l'obbligo di ripensare il significato delle armi nucleari per il futuro. Si potrebbe argomentare che la ratio per possedere un arsenale nucleare ne esce rafforzata: i paesi occidentali si sono sbracciati da prima dell'invasione a chiarire che non avrebbero fatto guerra alla Russia per l'Ucraina. Biden ha quasi urlato in conferenza stampa: "We will not fight Russia over Ukraine." E questo, non è difficile dedurlo, perché la Russia, anche se le sue forze armate stanno facendo una figuraccia, è una superpotenza nucleare. Ed è ipotizzabile che, se la Russia non avesse avuto un arsenale nucleare in riserva, non avrebbe neanche tentato l'avventura ucraina. 

Forse qualcuno in Ucraina si è pentito di aver rinunciato alle armi nucleari che l'URSS in dissoluzione aveva sul territorio ucraino: se Kyiv le avesse tenute forse oggi non ci sarebbe una guerra nel paese. Ma è una falsa domanda: quelle armi erano sì sul territorio ucraino, ma sempre sotto stretto controllo dei russi, e del KGB in particolare. Gli ucraini avrebbero però potuto farsele, e non lo fecero. Ebbero in cambio vuote promesse di sostegno alla loro indipendenza e integrità territoriale da parte di Russia, USA e Regno Unito. Parole al vento.

E se la Russia, umiliata sul campo dall'esercito ucraino riarmato dall'occidente, decidesse alla fine di lanciare qualche arma nucleare contro gli ucraini? Sarebbe una decisione bizzarra, dato che Putin continua a dire in TV che gli ucraini sono fratelli che devono essere liberati da una cricca nazista al potere, ma Putin ci ha abituati a decisioni bizzarre. A quel punto che fare? Una risposta nucleare occidentale, che potrebbe essere solo americana, sarebbe poco razionale.

Se gli USA rispondessero con le loro armi nucleari, infatti, si creerebbe una situazione del tutto nuova: un paese NATO che usa l'arma estrema non per proteggere la propria sopravvivenza, e neanche quella di un paese alleato, ma di un paese terzo, per quanto amico. E contro cosa potrebbe essere usata questa arma? Presumibilmente non contro il territorio ucraino, dato che lo scopo è difendere l'Ucraina, non distruggerla. Forse contro navi russe che bombardano dal Mar Nero? Forse, anche se vista la fine umiliante della Moskva non sembra sarebbe necessario. E dunque contro obiettivi in territorio russo? E se così fosse, cosa fermerebbe i russi dal rispondere contro gli americani, magari prima contro basi USA in Europa, come assaggio e prodromo ad un attacco sul territorio USA? Chi pensa di poter controllare questo tipo di escalation si illude, ci hanno provato a ragionare illustri esperti per decenni senza mai arrivare ad un risultato credibile.

Io non sono favorevole al disarmo nucleare della NATO, ma in questa crisi ucraina non vedo scenari ipotizzabili che rendano concepibile un impiego razionalmente utile di queste armi. Dunque tanto vale dirlo subito, forse può contribuire ad abbassare la tensione. A cambiare idea, se cambia la situazione, c'è sempre tempo.

Altro punto è l'impatto della guerra in corso sulla proliferazione nucleare: un paese potenzialmente proliferatore in questo momento vede che possedere le armi nucleari paga, quindi è più incentivato a procurarsele. Invece, sconfiggere la Russia senza usare queste armi, anche se la Russia stessa ne facesse uso in Ucraina, sarebbe il modo migliore per rafforzare il regime di non-proliferazione.

Rapporti con la Russia

A costo di apparire inopportuno, data la tragicità del momento, penso non sia prematuro cominciare a pensare, già da oggi, a come impostare i rapporti tra occidente e Russia alla fine della guerra. Tutte le guerre finiscono e poi bisogna pensare a come costruire la pace. Anzi meglio pensarci prima ed essere pronti quando viene il momento.

Alla fine della guerra la Russia sarà ancora lì, anche se, vista la figuraccia, non credo che Putin resterà al timone per molto. Parliamo di 145 milioni di persone, il paese più esteso del mondo, pieno di materie prime di ogni genere ed importante mercato per i nostri prodotti. Una nazione di grande cultura che forse soffre di non aver partecipato né al Rinascimento né alla Riforma protestante, due elementi di grande progresso ed emancipazione in Europa centrale ed occidentale. Pensare di isolare la Russia nel lungo periodo sarebbe certamente controproducente e probabilmente impossibile, soprattutto per l'Europa. 

Dal lato economico, rinunciare alle materie prime russe sarebbe molto difficile. Il Financial Times si chiede se l'Europa si può svezzare dal gas russo e conclude: "With the contents of the EU plans spanning from plausible to wildly unrealistic, many energy experts warn that painful last resorts — energy rationing and blackouts this winter — are a near inevitability if Europe is truly serious about kicking its Russian gas habit." 

E comunque un taglio, letterale, dei gasdotti russi, non farebbe che mettere l'Europa nelle mani di altri fornitori non necessariamente più affidabili. Mentre sviluppiamo le fonti rinnovabili e ripensiamo alle centrali nucleari, cautela vorrebbe che facessimo attenzione a tagliare del tutto con la Russia. Persino Janet Yellen, ministra del Tesoro di Biden, ha dichiarato, sempre al Financial Times, che “Medium term, Europe clearly needs to reduce its dependence on Russia with respect to energy, but we need to be careful when we think about a complete European ban on say, oil imports.”

Rinunciare al mercato russo avrebbe anche un effetto economico recessivo, visto che la Russia è uno sbocco significativo per i prodotti europei. E poi rischieremmo di alienare più di quanto sia già avvenuto non tanto il regime, quanto il popolo russo.  Già nei decenni passati l'ostilità verso la Russia (in parte reale, in parte amplificata dal regime di Mosca) ha fatto scemare l'entusiasmo che i russi avevano per l'occidente subito dopo la dissoluzione dell'URSS. Le conseguenze di ciò difficilmente gioverebbero all'occidente, ed in particolare all'Europa, anche nel dopo-Putin. Sarebbe un paradosso se una Russia più democratica diventasse allo stesso tempo più anti-europea.

Dal lato politico, se guardiamo all'insegnamento della storia, pensiamo alla Germania, sconfitta in due guerre mondiali: dopo la prima fu umiliata, bistrattata, vilipesa, soprattutto isolata, e si crearono le condizioni per l'insorgere del nazismo. Dopo la seconda fu sì punita e addirittura divisa in due ma subito riammessa nel consesso dei paesi europei ed occidentali, basti ricordare che la Germania Ovest fu membro fondatore della prima Comunità Europea (Carbone e Acciaio) nel 1950, solo 5 anni dopo la sconfitta di Hitler, e dopo altri 4 anni fu ammessa nella NATO. Anche la Germania Est, occupata da 22 divisioni dell'Armata Rossa, fu inserita dai sovietici nel contesto del Patto di Varsavia e del Comecon. Credo bisogni pensare sin da oggi non tanto se, ma come integrare la futura Russia in un contesto di cooperazione europea ed internazionale.

Se vogliamo andare ancora un po’ più indietro nel tempo, pensiamo alla Francia post-napoleonica: dopo Waterloo, una volta neutralizzato l'aggressivo dittatore a Sant'Elena, la Francia fu subito riammessa nel concerto delle nazioni e partecipò al Congresso di Vienna del 1815, invitata da Metternich gli altri vincitori, e contribuì a creare un nuovo ordine in Europa che assicurò, più o meno, un secolo di pace. Speriamo che in Russia emerga un nuovo Talleyrand: prima sacerdote, poi rivoluzionario, poi braccio destro di Napoleone ed infine ministro della restaurazione. Non un campione di coerenza ma servì a reintegrare la Francia in Europa.

Bisogna poi tener conto della situazione globale. Bismarck diceva che, quando hai due avversari, le tue relazioni con ciascuno non devono essere peggiori di quelle che essi hanno tra di loro. Semplice aritmetica politica. Oggi bisogna tener conto della Cina, e sempre di più dell'India. Nixon (abilmente guidato da Kissinger) lo aveva capito bene, ed era andato da Mao a riallacciare rapporti, nonostante i due fossero politicamente agli antipodi e Mao si fosse macchiato di crimini orrendi. E allo stesso tempo Nixon e Kissinger negoziavano la distensione con i sovietici, sul disarmo e sul commercio, e mandarono persino i primi astronauti insieme nello spazio in una storica missione congiunta

L'America di oggi non applica l'insegnamento di Bismarck e neanche segue l'esempio di Nixon. Da trent'anni, forse nel tentativo di rimanere l'unica superpotenza del mondo, come lo è effettivamente stata per un breve periodo dopo la guerra fredda,  fa pressione contemporaneamente sulla Russia e Cina, con il risultato di spingerle l'una nella braccia dell'altra. Londra seguirà Washington, come sempre fa, ma l'Unione Europea deve fare attenzione. Come dicevo sopra, il fatto di essere divisi ci indebolisce, verso russi e cinesi ma anche nel negoziare una posizione comune con gli americani. Washington non prende sul serio Bruxelles perché, come disse Kissinger decenni fa, "se voglio parlare con l'Europa, quale numero di telefono devo chiamare?" (Il modesto Borrel, che adornato dal pomposo titolo di Alto Rappresentante della UE per la Politica  Estera, non ha alcuna influenza, per non parlare di potere.)

Sarebbe un errore colossale continuare ad aiutare il consolidamento di un asse tra Mosca e Pechino. E per evitare che questo accada bisognerà fare qualche compromesso con entrambi, pur mantenendo il punto sulle questioni vitali (sovranità ucraina, Taiwan)  ed evitare di intraprendere una controproducente quanto futile campagna di isolamento contro di essi. Ed allo stesso tempo bisognerà coltivare con assiduità le relazioni con l'India, un paese in grande crescita economica e demografica, che in più è anche democratico ma che certamente non sarà mai disposto a seguire pedissequamente l'occidente.

13 April 2022

Line of lorries at Dover

Today I returned to London from Europe and this is the spectacle of lorries waiting to board at Dover for their transportation to France. A mix of union disputes and Brexit-caused customs complications and this is the result.



02 March 2022

Sulle sanzioni contro la Russia / sanctions against Russia

ENGLISH TEXT BELOW

Avendo escluso un conflitto diretto con la Russia per difendere l'Ucraina, i paesi occidentali hanno concentrato la loro azione ritorsiva su sanzioni di vario tipo. Prima di tutto sanzioni economiche, mirate ai beni dei massimi dirigenti russi, degli oligarchi che li sostengono e dei politici che ne avallano le decisioni. Le sanzioni già messe in atto, e quelle proposte, sono pesanti, toccano il commercio, la finanza, la ricchezza personale di tanti sostenitori di Putin, la loro libertà di viaggiare ecc. Il loro impatto è già notevolissimo sui destinatari e lo sarà ancora di più nei mesi a venire. Ci sarà anche un impatto sui paesi che le impongono, ma che sono pronti a sopportare il prezzo, almeno fino ad un certo punto.

Infatti, ad oggi, è escluso dalle sanzioni il settore energetico, che costituisce una delle due fonti principali di entrata per il commercio internazionale della Russia. (L'altra sono le armi che, con qualche eccezione - vedi sistemi antiaerei russi comprati dalla Turchia - comunque andavano verso altre parti del mondo: Cina e India in primis, e non saranno sanzionate.)  

Immagino pochi tra i miei lettori abbiamo mai comprato cacciabombardieri o artiglieria pesante russi, anche se sono di ottima qualità. A parte il gas ed il petrolio che consumiamo tutti i giorni, alzi la mano chi ha mai comprato qualcosa con su scritto MADE IN RUSSIA. Personalmente l'unica cosa che mi è capitato di acquistare sono pinoli sbucciati della Siberia. Ottimi peraltro, li uso tutti i giorni nell'insalata. Non so se i pinoli saranno oggetto di sanzione. E comunque ci sono ottimi pinoli italiani, anche se molto più cari, o cinesi. Dunque vedremo quale sarà l'impatto reale sull'economia russa.

Certo, il blocco del North Stream 2 da parte della Germania pesa. E pesa oggi anche la demonizzazione ideologica delle centrali nucleari e dei rigassificatori, in nome di un ambientalismo non supportato dalla scienza. Gli americani sono autosufficienti, ma svariati paesi europei forse pagheranno, letteralmente, con costi maggiori, la miopia di non aver diversificato sufficientemente le fonti energetiche. Più al caldo di tutti starà la Francia con le sue 57 centrali nucleari. Ma questo è un altro discorso.

La domanda principale da porsi è: qual'è lo scopo delle sanzioni economiche?

Se lo scopo è punire Putin, resta da vedere se questo avverrà. Potrebbe accadere il contrario, il despota del Cremlino potrebbe apparire la vittima della plutocrazia occidentale agli occhi del suo popolo. 

Punire gli oligarchi, bloccandogli i conti correnti e gli investimenti, invece può funzionare, e siccome costoro non sono ben visti nella società russa magari l'occidente ci guadagna anche qualche punto di popolarità. Ma gli oligarchi non hanno molto potere su Putin per quanto sia dato di vedere.

Punire i politici, i membri della Duma e del Senato, i vertici militari e diplomatici può essere più utile a fomentare un dissenso ai vertici e facilitare, chissà, l'emergenza di un'alternativa. Difficile fare previsioni.

Delle sanzioni soffrirà sicuramente la popolazione russa in senso lato, e si può sperare che questo contribuisca alla sua emancipazione politica.

Però se con le sanzioni pensiamo di ottenere un cambiamento della politica estera e della grande strategia della Russia credo non dobbiamo farci illusioni. Mi auguro veramente di sbagliarmi, e nel clima politico degli ultimi giorni le sanzioni sono praticamente inevitabili. Ma se guardiamo alla storia è difficile trovare casi in cui le sanzioni abbiano fatto desistere un aggressore.

In tempi moderni le prime sanzioni furono applicate dalla Società delle Nazioni contro l'Italia a seguito dell'invasione dell'Etiopia. Risultato? Gli italiani sono restati in Etiopia fino alla guerra mondiale ed il regime fascista raggiunse l'apice della sua popolarità. Sanzioni contro il Giappone alla fine degli anni trenta? Risultato fu Pearl Harbor, non la ritirata dell'imperialismo nipponico. 

Dalla fine della seconda guerra mondiale le sanzioni economiche sono state applicate contro Cuba, Corea del Nord, Iran, Iraq, Sud Africa,  Zimbabwe, Venezuela, Unione Sovietica, Cina, Birmania, Siria, Serbia, Argentina (al tempo della dittatura militare) tanto per citare alcuni dei principali esempi più facili da ricordare. In nessuno di questi casi hanno prodotto un cambiamento di politica, interna o estera. Hanno prodotto povertà nei paesi destinatari questo sì, e hanno fatto perdere occasioni economiche ai paesi che le hanno imposte. Spero vivamente che questa volta sia diverso, soprattutto se si andrà a toccare il settore energetico, ma ho qualche dubbio.

In questi giorni si sono scatenate poi sanzioni di altro tipo, contro artisti e sportivi russi. Se lo scopo è dare un segnale, certamente il risultato c'è, anche se ne soffriranno le competizioni sportive e i festival musicali. Ma ancora una volta, se pensiamo che questo faccia cambiare comportamento a Putin, non ci facciamo illusioni. In passato, ricordiamo il boicottaggio di varie olimpiadi da parte di blocchi di paesi contrapposti, quale fu il risultato in termini di cambiamento politico? Nulla. 

Per gli artisti il discorso è ancora più difficile: in passato danzatori e musicisti sovietici riempivano le sale europee ed americane, anche ai tempi di Brezhnev e Stalin, ai tempi dei gulag dove morivano in milioni, ogni tanto qualcuno chiedeva asilo politico ma la maggior parte faceva arte e basta. Chiediamoci perché oggi debba essere diverso. 

A meno che, come nel caso del direttore d'orchestra Valery Gergiev, che appoggia apertamente l'invasione della Crimea dal 2014, l'artista non usi la sua piattaforma di popolarità per prendere posizione politica, allora è lui a violare la separazione tra arte e politica e questo non dovrebbe essere ammissibile mai.

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Having ruled out a direct conflict with Russia to defend Ukraine, Western countries have focused their retaliatory action on sanctions of various kinds. First of all, economic sanctions, aimed at the assets of the Russian top leaders, the oligarchs who support them and the politicians who endorse their decisions. Sanctions already implemented, and those proposed, are massive, they affect trade, finance, the personal wealth of many Putin supporters, their freedom to travel, etc. Their impact is already enormous on their targets and will be even more so in the months to come. There will also be an impact on countries that impose them, so they'd better be are ready to bear the price.

To date, the energy sector, which constitutes one of the two main sources of income for Russia's international trade, is excluded from the sanctions. (The other is weapons which, with some exceptions - see Russian anti-aircraft systems bought by Turkey - still go to other parts of the world: China and India in the first place, and will not be sanctioned.)

I imagine few of my readers have ever bought Russian fighter-bombers or heavy artillery, even if they are of excellent quality. Apart from the gas and oil we consume every day, raise your hand if you have ever bought something that says MADE IN RUSSIA on it. Personally the only thing I happened to buy are peeled pine nuts from Siberia. Excellent as they are, I use them every day in the salad, I doubt they contribute much to Russian foreign currency earnings. I don't know if pine nuts will be sanctioned. And in any case, there are excellent Italian pine nuts, even if much more expensive, or Chinese. So we will see what the real impact on the Russian economy will be.

Of course, Germany's blocking of North Stream 2 weighs heavily, on both sides of the pipeline. And so does the ideological demonization of nuclear power and regasification plants in the name of an environmentalism not supported by science. Americans are self-sufficient, but several European countries will perhaps pay, literally, with higher costs, for the myopia of not having sufficiently diversified their energy sources. France will do best with its 57 nuclear power plants. But that's another story.

The main question to ask is: what is the purpose of economic sanctions?

If the aim is to punish Putin, it remains to be seen whether this will happen. The opposite could come to pass: the Kremlin despot could appear the victim of the Western plutocracy and gain support in the eyes of his people.

Punishing the oligarchs, blocking their accounts and investments, on the other hand, can work, and since they are generally not well regarded in Russian society, perhaps the West also gains some points of popularity. But the oligarchs don't have much power over Putin as far as we can see; he has power over them.

Punishing politicians, members of the Duma and the Senate, military and diplomatic leaders and most importantly the leaders of the FSB (successor to the KGB) who are the inner sanctum of the Putin power structure, can be more useful in fomenting dissent at the top and facilitating, who knows, the emergence of an alternative. There are  Russian diplomats, soldiers and diplomats who are serious professionals and seek to forster the interests of their country in the XXI century instead of plunging into hazardous international gambles that smell of nostalgic XIX century imperialism. Difficult to make predictions.

Sanctions will certainly make the Russian population suffer in a broad sense, and we can hope that this will contribute to its political emancipation. Could there be perhaps another colored revolution in Russia?

Can achieve a change in Russia's foreign policy and grand strategy through sanctions? I don't think we should be under any illusions. I really hope I'm wrong, and in the political climate of the last few days, sanctions are practically inevitable. But if we look at history, it is difficult to find cases in which sanctions have made an attacker give up.

In modern times the first sanctions were applied by the League of Nations against Italy following the invasion of Ethiopia. Result? The Italians remained in Ethiopia until the World War and the fascist regime reached the peak of its popularity. Sanctions against Japan in the late 1930s? The result was Pearl Harbor, not the retreat of Japanese imperialism.

Since the end of the Second World War, economic sanctions have been applied against Cuba, North Korea, Iran, Iraq, South Africa, Zimbabwe, Venezuela, the Soviet Union, China, Myanmar, Syria, Serbia, Argentina (at the time of the military dictatorship), and Russia itself, to name a few of the main examples that come to mind. In none of these cases did they produce a change in policy, domestic or foreign. They have produced poverty in the recipient countries, yes, and have made those that imposed them lose economic opportunities. I sincerely hope this time will be different, given the unprecedented scale of sanctions. There might be a chance that they will work if they are expanded to touch the energy sector, but I have some doubts.

In recent days, sanctions of another type have been unleashed against Russian artists and sportsmen. If the aim is to give a visible political signal, certainly the result is there, even if sports competitions and music festivals will suffer. But again, if we think that this changes Putin's behavior, we are daydreaming. In the past, what was the result in terms of political change of the repeated boycott of the Olympics by opposing blocks of countries? Nothing.

As far as artists are concerned, the matter is even more difficult: in the past Soviet dancers and musicians filled the European and American halls, even in the times of Brezhnev and Stalin, in the times of the gulags where millions died, every now and then someone asked for political asylum but most he just made art. Let us ask ourselves why it should be different today.

Unless, as in the case of conductor Valery Gergiev, who has openly supported the invasion of Crimea since 2014, the artist uses his popularity platform to take a political stand, then he is the one who violates the separation of art and politics and this should never be allowed.