05 June 1991

La situazione in Cecoslovacchia

Lo sfondo storico e culturale

La principale divisione storica, culturale e politica nel paese è tra i Cechi (termine anch'esso collettivo, dato che le terre ceche comprendono Boemia, Moravia e Slesia) e gli Slovacchi. Le terre ceche sono state storicamente più in contatto con l'Occidente, ed in particolare con Germania ed Austria. La Slovacchia, più piccola, costituisce circa un terzo del paese per popolazione. É la parte più povera, isolata, più compattamente cattolica e storicamente repressa da quasi mille anni di occupazione ungherese.

Entrambi i popoli che sostituiscono il paese hanno avuto una storia intrecciata tanto fra loro quanto con i popoli adiacenti. L'unione politica è cosa relativamente recente, e lo stato cecoslovacco come tale si è formato solo nel 1918. Recentemente, i due popoli sono stati però separati solo brevemente durante il dominio nazista, quando la Slovacchia era uno stato fantoccio mentre le terre ceche erano state completamente assorbite nel Reich.

Durante il periodo tra le due guerre la Cecoslovacchia conosceva una prima esperienze di indipendenza nazionale democratica, e si inseriva nel contesto dell'Europa occidentale industrializzata sia economicamente, sia culturalmente, sia diplomaticamente. Trattati di mutua assistenza con Jugoslavia e Romania (contro il revanscismo ungherese) e con Francia ed URSS (contro il pericolo della Germania) non servivano però a garantire la sopravvivenza alla giovane democrazia all'insorgere dell'ondata nazista in Europa.

Il paese nel "blocco sovietico"

La Cecoslovacchia si ritrovava alla fine della Seconda Guerra Mondiale in una situazione relativamente meno tragica di altri paesi vicini. Le distruzioni belliche erano state forse qualcosa meno che cataclismatiche, il paese non veniva trattato come un vinto o alleato dei nazisti, e le truppe sovietiche erano partite prima della fine del 1945.Il colpo di stato messo in atto dai comunisti, e facilitato dai sovietici, nel 1948 stroncava quella che più che altri paesi sembrava poter diventare una democrazia, se pur "finlandizzata", nell'Europa orientale occupata dall'Armata Rossa. Ogni forma di coalizione interna, e di legami esterni con l'Occidente, era cosí preclusa. Stalin imponeva ai cecoslovacchi persino di rifiutare gli aiuti del Piano Marshall, per timore (dal suo punto di vista giustificato) che questi avrebbero reso la Cecoslovacchia suscettibile all'influenza politica americana. 

Dopo i fatti del 1948 Praga rimaneva più o meno allineata su posizioni ortodossamente pro-sovietiche fino alla seconda metà degli anni sessanta. In quel periodo, sulla scia delle timide riforme economiche attuate da Kosyghin in Unione Sovietica, la dirigenza del partito ne avviava di proprie, più ampie e coraggiose, che si sarebbero poi sviluppate non solo sul piano strettamente economico ma anche, e soprattutto, su quello politico. 

Forte dell'esperienza dell'Ungheria del 1956, onde evitare "errori" di Imre Nagy, il nuovo segretario generale chiamato a gestire una difficile transizione nel 1968, Alexander Dubcek, evitava di abbandonare ufficialmente la struttura socialista da parte del partito e soprattutto non metteva neanche in discussione l'appartenenza del paese al Patto di Varsavia. Aboliva però la censura, e liberalizzava la vita sociale e culturale del paese, dando così l'impressione di avviare una radicale trasformazione del regime verso forme più articolatamente pluralistiche, se non proprio democratiche.

Questo veniva percepito anche all'esterno del paese, e soprattutto a Mosca e negli altri paesi socialisti più ortodossi (ad esempio in Germania Orientale) che vedevano nell'esperimento cecoslovacco un pericolo per i propri equilibri interni. L'unico paese del blocco che sosteneva il diritto di Praga a determinare le proprie scelte interne autonomamente era la Romania; anche se Ceausescu portava avanti un programma politico ed economico diametralmente opposto a quello di Dubcek, il mantenimento del principio della non-interferenza negli affari interni degli altri paesi socialisti (a dispetto del principio dell'internazionalismo proletario, o socialista, come veniva di volta in volta chiamato) era essenziale per la sopravvivenza della Romania nazionalista e capricciosa che adescava il corteggiamento dell'Occidente con una politica estera bizzarra ed imprevedibile, ma comunque spesso anti-sovietica.

Non è questa la sede per una trattazione dettagliata dei ben noti fatti del 1968. In breve, si nota che dopo una serie di pseudo-consultazioni tra Dubcek e Brezhnev, volte soprattutto a capire se fosse stato possibile far recedere i Cecoslovacchi dall'orlo del precipizio democratico sul quale erano finiti, Mosca dava alle proprie truppe ordine, a sorpresa, di invadere il paese. A differenza del 1956 in Ungheria, fu qui richiesto il contributo, se pur poco più che formale, degli  eserciti degli altri paesi del Patto (la sola Romania come suddetto, rifiutava) per poter così pateticamente presentare l'operazione come un'opera di soccorso collettiva dei paesi socialisti ad un fratello in difficoltà.

L'invasione della Cecoslovacchia, ed il successivo stazionamento "temporaneo" delle truppe sovietiche sul territorio, costituí l'occasione per Brezhnev di formulare in termini espliciti la cosiddetta "dottrina della sovranità limitata" che porta il suo nome, in base alla quale gli interessi del socialismo internazionale sono da anteporsi al diritto di ciascuno stato sovrano alla non-interferenza nei propri affari interni. La dottrina esisteva peraltro da almeno vent'anni prima, cioè da quando Stalin nell'occupare l'Europa orientale liberata dal nazismo aveva abbandonato la teoria del "socialismo in un solo paese", e si sarebbero dovuti aspettare altri vent'anni prima che i successori di Brezhnev l'avrebbero definitivamente ripudiata.

Dopo il 1968 la vita politica cecoslovacca è stata contrassegnata per due decenni da un costante grigiore, apaticamente allineata sulle posizioni di Mosca in politica estera e ostinatamente ancorata a principi che i fatti dimostravano sempre più chiaramente sbagliati in politica interna ed economica. Nel frattempo, la leadership di Husak, sotto la personale direzione di quello che sarebbe poi stato il suo successore Milos Jakes, procedeva alla prevedibile epurazione degli apparati di stato e di partito.

Le prime reazioni cecoslovacche alle sollecitazioni di riforma che dopo il 1985 provenivano dalla nuova URSS di Gorbaciov erano formalmente accondiscendenti ma praticamente tra le più inefficaci dei paesi satelliti. D'altra parte, le similitudini tra il programma di riforma economica perorato da Gorbaciov e quelle che avevano portato alla tragedia del 1968 erano troppo evidenti per essere negate. Anche se c'erano magari più differenze che similitudini tra gli scopi che si prefigge Gorbaciov e quelli che avevano animato Dubcek due decadi prima.

Durante la sua visita a Praga nella primavera del 1987, Gorbaciov rese omaggio formale ai successi della leadership di Husak, ma contemporaneamente egli ripetutamente sottolineava come la Cecoslovacchia avesse bisogno di intraprendere una sua strada di riforma economica. Alla vigilia del viaggio c'erano state speculazioni su un suo possibile incontro con Dubcek, che non ebbe poi luogo; ma quando alla fine del viaggio fu chiesto ad un portavoce sovietico cosa pensasse fossero le differenze tra le riforme di Dubcek e quelle di Gorbaciov, la risposta era emblematica: "diciannove anni", riconoscendo così che i tempi piuttosto che i modi erano stati l'errore di Dubcek ed ammettendo implicitamente che egli aveva anticipato i contenuti della perestrojka.1

Nel dicembre 1987 Husak lasciava definitivamente il potere assumendo la carica cerimoniale di capo dello stato. Milos Jakes, certo non un riformatore, diveniva segretario generale. Lo seguiva una generazione di apparatchiki più giovani nelle sfere più alte dello stato e del governo. Questi, senza essere stati formati nel periodo stalinista, vacillano. Tentano di mantenere l'ortodossia senza la convinzione dei cinesi e senza osare contrapporsi alla nuova linea sovietica. Questo porta ad un paradosso: l'ortodossia ideologica alla guida del centro del comunismo internazionale richiede abbandono dell'ortodossia stessa, e per essere ortodossi i partiti satelliti devono abbandonare l'ortodossia. Il partito cecoslovacco, e non è il solo, entra in crisi. La dirigenza del paese, dopo l'uscita di scena di Husak, era divisa. Alcuni dei nuovi dirigenti diventavano favorevoli alle riforme ma cauti, come il Primo Ministro Strougal; altri esponenti di spicco del partito, come Vasil Bilàk, erano invece apertamente contrari.

A parole Praga appoggiava le riforme, ma i semplici fatti provavano continuamente il contrario: per esempio, quando diverse migliaia di persone scesero in piazza, per la prima volta dal 1969, nel ventennale dell'invasione dell'agosto 1968, furono brutalmente aggredite da speciali unità poliziesche, che ferirono e arrestarono molti dei manifestanti. Un avvenimento molti simile ebbe luogo il 28 ottobre 1988, nel settantesimo anniversario dell'indipendenza del paese: a dimostrazione del fatto che, mentre il potere comunista aveva ancora le stesse caratteristiche, la gente cominciava ad uscire dall'apatia, e un numero crescente di persone provava interesse per la vita pubblica, noncurante della repressione.

Recenti sviluppi politici

Verso la fine degli anni ottanta, si erano consolidati nel paese molteplici gruppi politici di opposizione, composti in prevalenza da studenti, professionisti, scienziati. Questi lavorano soprattutto nella clandestinità ma dal 1988 cominciano a venire sempre di più allo scoperto. Un importante punto di riferimento rimaneva Carta 77, il ristretto gruppo di intellettuali che nel 1977 aveva, per la prima volta dopo i fatti del 1968, preso un'iniziativa politica in favore del rispetto dei diritti umani e politici.

Poi, all'inizio del fatidico 1989, la scintilla che innescava la rivoluzione. Durante una dimostrazione non autorizzata per il ventennale del suicidio di Jan Palach, in gennaio, il dissidente scrittore Vaclav Havel, tra gli altri, veniva arrestato. Havel fu processato assieme ad un gruppo di coimputati, e condannato il 21 febbraio a otto mesi di carcere. Questo provocò un'ondata di proteste in tutta Europa - anche nell'URSS soprattutto nel clima dell'appena conclusa conferenza di Vienna, che aveva segnato particolari progressi proprio nel campo della tutela dei diritti umani: il drammaturgo fu rilasciato il 17 maggio "per buona condotta", dopo aver scontato metà della condanna. Ne scaturiva una mobilitazione di massa in suo appoggio in varie città del paese, ed in parte anche in seno all'apparato ufficiale. Alcuni funzionari del partito arrivavano a scrivere un documento, intitolato "Alcune frasi", che richiedeva la fine della censura e riforme politiche radicali.

A questo punto si intensificava l'azione di alcuni dei summenzionati gruppi di opposizione. Due tra questi avrebbero acquisito statura nazionale ed avrebbero guidato la rivoluzione dell'autunno. Primo fra tutti il Forum Civico (predominante nelle terre ceche), cui si affiancava il Pubblico Contro la Violenza (la controparte slovacca). Formatesi clandestinamente negli anni precedenti, i due movimenti consolidavano rapidamente l'estensione del loro appoggio popolare e l'efficacia della loro azione politica.

La canonica ultima goccia era costituita dalla caduta del muro di Berlino il 9 novembre. Evidenziando la rinuncia sovietica all'egemonia sui paesi occupati nel 1945, quell'episodio segnava la fine di un'epoca per l'Europa. Ciò che era chiaro soprattutto era che Mosca non avrebbe appoggiato più la gestione tradizionale del potere comunista. Il 17 novembre 1989 si sviluppavano in tutto il paese numerose dimostrazioni, sempre pacifiche, sulla scia dei cambiamenti già in atto in Polonia (paese con il quale le frontiere erano state chiuse da Husak dal 1981 per paura di "contaminazione" da parte di Solidarnosc, ed ora guidato dal primo governo non comunista del Patto di Varsavia) e Ungheria.

La manifestazione del 17 novembre veniva momentaneamente repressa con violenza dalla polizia, ma non aveva luogo una strage di tipo cinese. La cosiddetta "Rivoluzione di velluto" che ad essa seguiva era molto rapida. Dopo le dimissioni dell'incerto Milos Jakes, il partito rinunciava al monopolio del potere e in dicembre Havel viene eletto presidente della repubblica per un periodo di due anni. La transizione era stata tutto sommato rapida ed indolore, ed era una sorpresa per tutti, forse anche per gli stessi cecoslovacchi.

Seguiva a breve una prevedibile proliferazione dei partiti politici. Alla disgregazione del vecchio fronte nazionale tra comunisti, socialisti e partito popolare subentrava la ricomposizione delle posizioni di quei partiti su linee genuinamente autonome. Molti altri partiti erano ricreazioni di vecchi partiti dell'ante-guerra (come gli Agrari e i Socialdemocratici), altri ancora erano invece completamente nuovi. Ventitré partiti si sarebbero poi presentati alle elezioni del giugno 1990, su un totale di circa 60 formatisi subito dopo il novembre 1989.

Politica Interna

A seguito della "Rivoluzione di velluto" la vita politica cecoslovacca si fa rapidamente più sofisticata. Le posizioni delle forze democratiche si diversificano dopo che il nemico comune, il comunismo, è stato neutralizzato. Dopo poco più di un anno, lo stesso Forum Civico si sarebbe diviso in due: un partito politico vero e proprio ed un movimento di coloro che si opponevano alla trasformazione della natura originaria del Forum. Per decisione comune le due parti rimarranno comunque alleate, almeno fino alle prossime elezioni politiche.

Anche il Pubblico Contro la Violenza della Slovacchia si spacca in due all'inizio del 1991, con una parte che segue il programma originale di autonomia slovacca nell'ambito di uno stato unitario, e l'altra che invoca addirittura la precedenza delle leggi repubblicane su quelle federali.

Altre forme di nazionalismo si consolidano gradualmente anche nelle terre ceche. Alcune forze in Moravia e Slesia spingono per la creazione di una terza repubblica all'interno della federazione. Questa proposta, inizialmente appoggiata anche da Havel, incontrava però la decisa opposizione della Slovacchia che vede in essa il pericolo di perdere il proprio potere di veto sulla legislazione federale. Quanto questi timori siano realmente fondati non è però così chiaro, in quanto Moravia, Slesia e Slovacchia potrebbero, al contrario, fare fronte comune contro la più ricca Boemia per una più egalitaria distribuzione delle risorse nel paese. La creazione di una terza repubblica avrebbe invece in vantaggio di sbloccare l'impasse decisionale che si verifica ogni qual volta cechi e slovacchi si trovano su posizioni inconciliabili. Una possibile alternativa attualmente in considerazione è l'eventuale ripartizione delle terre ceche in regioni, così da non alterare il carattere duale della federazione.

In conclusione, la questione nazionale tra cechi e slovacchi, mai completamente assopita durante il regime comunista, si è acuita dopo la rivoluzione. Il nazionalismo slovacco continua a crescere, alcuni parlano addirittura di indipendenza mentre finora il problema era stato posto in termini di autonomia e adeguata compartecipazione al governo federale.

Ci sono altre questioni etniche "minori" in Cecoslovacchia. Episodi di intolleranza razziale si sono registrati verso gli immigrati da paesi "ex-fratelli", quali quelli dell'Africa o del sud-est asiatico, ma anche contro profughi romeni, e particolarmente verso gli zingari. Varie minoranze lottano poi per un maggiore rispetto delle loro autonomie culturale, come ucraini, moravi e ungheresi.

Da registrare infine la notevole e totale liberalizzazione culturale attuata dal nuovo governo, con piena libertà per l'editoria, l'espressione artistica, l'informazione. Alcuni hanno anche notato la crescita dei prezzi necessari alla produzione, pericolo della commercializzazione dell'arte e dell'informazione.


Politica Estera

La statura internazionale del paese è cresciuta notevolmente dal 1989, anche in funzione del prestigio e della notorietà evocata della nuova classe dirigente, e soprattutto di Havel e Dubcek. Forse per questo Praga è stata visitata da un numero impressionante di capi di stato occidentali, tra cui l'allora Premier britannico Margaret Thatcher, il presidente americano Bush, quello tedesco Weizsäcker e quello francese Mitterrand. Qualche piccolo insuccesso si deve comunque registrare, dovuto forse più che altro all'inesperienza, come il fallimento del tentativo di ospitare il summit Gorbaciov-Bush del 1990 a Praga ed il maldestro tentativo di Havel di mediare tra Israeliani e Palestinesi. A fronte di questi, tuttavia, la prima dirigenza post-comunista è riuscita a reinserire il paese come un partecipante attivo sulle scena politica europea. Anche in materia di politica estera gli attori principali sono ex-dissidenti che godono di appoggio molto ampio tra la popolazione e tra le forze politiche, e per il momento non esiste un vero dibattito su politiche alternative. Unica eccezione, anche in questo caso di radice nazionalistica, la formazione nell'agosto 1990 di un ministero degli esteri slovacco, che però sostiene di non voler inficiare in alcun modo la materia di competenza della federazione. Cosa questo vorrà dire in futuro rimane da vedere.

In materia di sicurezza, all'inizio Havel ed il ministro degli esteri Dienstbier sostenevano la necessità di sciogliere in breve tempo sia il Patto di Varsavia che la NATO, salvo poi cambiare idea in entrambi i casi dopo averne conferito con i paesi occidentali. La NATO viene ora vista in un'ottica molto più favorevole e Havel ha persino indicato che potrebbe essere utile in futuro per la Cecoslovacchia associarsi ad essa. 

Quanto al Patto, si riconosce che almeno per qualche tempo potrà avere un ruolo politico. Tuttavia dovrà cessare di essere semplice cinghia di trasmissione di direttive sovietiche ad organo per l'integrazione dell'URSS nel processo di costruzione di una nuova architettura di sicurezza europea. anche per continuare a trattare con la NATO in sede di negoziati sul controllo degli armamenti, particolarmente a Vienna, in materia di armi convenzionali.

Importanti cambiamenti riguardano il rapporto bilaterale con l'URSS e le organizzazioni dell'ex-blocco sovietico. Il vertice del Patto di Varsavia del 4 dicembre 1989 nella capitale sovietica ha apertamente ripudiato la dottrina Brezhnev e ha dichiarato l'invasione della Cecoslovacchia nel 1968 un grave errore. Questo ha spianato la strada per il rapido consolidamento delle relazioni tra Havel e Gorbaciov. Ritiro delle truppe dal territorio cecoslovacco. L'accordo firmato a Mosca nel febbraio del 1990 era uno dei primissimi atti della nuova dirigenza di Havel e del ministro degli esteri Jiri Dienstbier. Ritiro completato nel 1991.

Havel ha consolidato rapidamente ottimi rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, meta di una delle prime visite ufficiali del presidente nel febbraio 1990. La focalizzazione principale della politica estera rimaneva comunque verso l'Europa, e soprattutto la Germania. Havel ha sostenuto subito l'unificazione, ed una commissione mista di storici è stata incaricata di appurare definitivamente la verità su alcune questioni aperte che ancora offuscano le relazioni tra i due popoli, come l'occupazione nazista e le deportazioni di tedeschi dai Sudeti dopo la guerra.

La Cecoslovacchia ha avuto anche un ruolo attivo nella Pentagonale, nella speranza che questa possa diventare una sorta di anticamera per la CEE. Più recentemente, la paura di un eccesso di arrivi di profughi, soprattutto dall'URSS ma anche dal Medio Oriente, è un indice di quanto ambita sai diventata la Cecoslovacchia come terra di democrazia e di potenziale economico. Alcune centinaia di Curdi sono arrivati in Cecoslovacchia negli ultimi mesi. Il problema potrebbe esplodere quando l'URSS aprirà effettivamente le proprie frontiere.

Nell'ambito delle organizzazioni internazionali, Praga ha fatto domanda di riammissione al Fondo monetario internazionale ed alla Banca mondiale, e sono state accettate nel 1990. É stata altresí riammessa al Consiglio d'Europa, secondo paese dell'ex-blocco socialista dopo l'Ungheria.


Politica economica

Anche se la crescita economica è stata ininterrottamente in declino dalla fine degli anni settanta, la crisi economica cecoslovacca non è mai stata cosí grave come quella di altri paesi in simili condizioni di transizione, quali la Polonia, ed il paese non ha mai raggiunto i preoccupanti livelli di indebitamento pro-capite come l'Ungheria. 

Il partito comunista aveva riconosciuto la necessità di riforme radicali nel corso degli anni ottanta ma, come da copione, le riforme che poteva proporre si dimostravano essere troppo poco e troppo tardi. Inoltre, quanto era stato approvato veniva spesso male applicato.


Riforme economiche

Dopo la "rivoluzione di velluto" il pacchetto di misure adottate in Cecoslovacchia era simile, per grandi linee, e con enfasi diverse, a quello messo in pratica da tutti gli altri paesi in fase di transizione dalla pianificazione al mercato. Punto essenziale è la privatizzazione delle ciclopiche industrie statali con capitale nazionale e straniero. Quindi la riduzione dei sussidi alle imprese poco efficienti ed il taglio delle spese sociali. Come immediata e prevedibile conseguenza si registrava un aumento dei prezzi, sia sul mercato, sia di quelli regolamentati dallo stato (benzina e generi alimentari nell'estate del 1990).

Nell'ambito del programma di privatizzazione, una menzione a parte merita la cosiddetta "legge sulle restituzioni", mirata a compensare quanti avessero subito espropriazioni dal regime comunista. La prima legge è stata approvata nell'ottobre 1990, e prevede di restituire proprietà espropriate tra il 1955 ed il 1961 (soprattutto piccole imprese e residenze, dato che le grandi erano già state nazionalizzate tra il 1948 ed 1955). Continua peraltro la discussione su come e a chi pagare, dato lo stato non si può certamente permettere di ripagare tutti a prezzi correnti. Si pone quindi il problema degli emigrati che hanno abbandonato il paese dopo essere stati espropriati oltre quarant'anni orsono. Ci sono state successive discussioni per restituire proprietà nazionalizzate tra il 1948 ed il 1955, ma spesso sarà difficile o impossibile farlo concretamente.

Nel febbraio 1991 è stato reso pubblico un documento stilato nel novembre 1990 sulla strategia per l'attuazione della trasformazione del sistema economico nazionale. Esso prevede quattro scenari, a secondo del grado di difficoltà che il programma di ristrutturazione potrebbe incontrare. Per ciascuno scenario, la strategia proponeva una terapia più o meno "d'urto" per superare più rapidamente possibile la fase più critica e facilitare la ripresa.

Nel suo rapporto al Parlamento del marzo 1991, il Primo Ministro Calfa, raro caso di personaggio ripescato dal passato comunista, dichiarava che l'inflazione era stata portata sotto controllo, e che la disoccupazione si era assestata intorno al 2%. A fronte di questi dati confortanti, sono invece preoccupanti la caduta della produzione, che nel 1991 sarà circa del 6%, ed il crescente indebitamento tra imprese che, dovendo investire e potendo vendere poco, hanno difficoltà ad ottemperare agli obblighi presi.

Consistenti voci, autorevoli anche se per ora di minoranza, chiedono ora una transizione più graduale. Altre, tra cui quella determinante del ministro delle finanze Klaus, chiedono invece di accelerare e rifiutano il concetto sovietico di "perestrojka" in quanto deleterio, perché perpetuerebbe l'economia socialista (o anche solo mista) che invece deve essere integralmente sostituita dal mercato.

Attenzione particolare veniva posta da Praga per le problematiche ambientali, ad esempio con l'emblematica sospensione di una importante diga che era in costruzione in collaborazione con l'Ungheria.


Rapporti economici con l'estero

La priorità fondamentale per i rapporti economici con l'estero per la Cecoslovacchia consiste nel riorientare il commercio verso Occidente ma allo stesso tempo tenendo conto della continuata necessità di commerciare con gli ex-paesi fratelli. L'URSS aveva qui una posizione preminente, con circa un terzo del commercio estero. Ora la Germania unita sta diventando il primo partner commerciale.

Il petrolio sovietico, in particolare, che veniva acquistato con accordi di scambio senza esborso di valuta convertibile, deve ora essere in parte acquistato altrove, sia per le diminuite capacità esportative sovietiche, sia perché Mosca vuole oggi comunque essere pagata in valuta. Il problema è stata ovviamente accentuato a causa della crisi del Golfo. Altro motivo per continuare a guardare ad Est è chela  produzione del paese è in larga misura non competitiva sul mercato internazionale.

Il 17 dicembre 1990 i capi di governo di Praga e Mosca Calfa e Ryzhkov firmavano, nell'ambito di complesse trattative tra tutti i paesi del COMECON in fase di scioglimento, un accordo per la ristrutturazione degli scambi bilaterali, che sarebbero stati regolati in valuta convertibile dal 1◦ gennaio 1991, con l' abbandono del cosiddetto rublo convertibile (che in realtà convertibile non era affatto in quanto utilizzato solo come unità contabile). In un primo periodo di transizione le transazioni saranno gestite dalle banche commerciali dei due paesi, e successivamente saranno liberalizzati. L'accordo prevede anche la possibilità di riesportazione della merce scambiata, ma solo con il previo accordo del paese esportatore primario. 

C'è poi il problema dei crediti commerciali in rubli che la Cecoslovacchia detiene nei confronti dell'URSS, e questi ha accettato siano semplicemente trasformati in valuta convertibile al cambio di 1:1. L'URSS potrebbe quindi ripagare tra il 1991 ed il 1994 tramite la fornitura di beni e servizi definiti a titolo indicativo in una lista concordata tra le parti.

Accordo anche per condurre le operazioni non commerciali in valuta convertibile, salvo diverso accordo tra le parti per casi specifici in cui si potranno usare le valute nazionali. Per esempio, i pagamenti sovietici per l'utilizzo del settore cecoslovacco del gasdotto che collega l'URSS alla Germania sarà effettuato in valuta ai nuovi proprietari dello stesso dopo che il governo di Praga avrà completato il piano di privatizzazione. Anche il petrolio che l'URSS continuerà a fornire, anche alla Cecoslovacchia sarà (quasi tutto) pagato in valuta. Ulteriori acquisti dovranno poi essere regolati direttamente dagli enti preposti nei due paesi.

Negli ultimi anni l'URSS aveva peraltro già ridotto le forniture di greggio, costringendo la Cecoslovacchia ad intraprendere quella diversificazione delle fonti che era stata sempre rimandata grazie (oggi si direbbe "a causa") delle condizioni di favore risultanti dalla distorsione dei prezzi nel commercio tradizionale intra-Comecon. Da segnalare gli accordi con l'Iraq (congelato a seguito della crisi del Golfo), Arabia Saudita, Indonesia, Venezuela, Iran. Quanto detto per le materie energetiche si potrebbe ripetere anche per altre materie prime. Confermata peraltro  la scelta elettronucleare, nonostante le forti opposizioni ambientaliste e della vicina Austria, preoccupata della sicurezza degli impianti di tipo sovietico.

Nel COMECON, la Cecoslovacchia post-comunista ha spinto per una rapida ristrutturazione di principio dell'organizzazione su basi di mercato e contrattazioni in valuta, anche se ciò sta creando non pochi problemi agli esportatori. L'opinione di Praga è che comunque il futuro dell'inserimento economico internazionale del paese vada cercato ad Ovest, e quindi nella Comunità europea e/o nell'EFTA; conseguentemente, ed in modo simile a quanto fatto dagli altri paesi ex-socialisti, Praga tende a rifiutare forme di integrazione economiche, per quanto riformate, con altri paesi del COMECON. Questo atteggiamento potrebbe però cambiare non appena le difficoltà di una rapida integrazione ad occidente appariranno più chiare. 

Cenno a parte merita il commercio delle armi. La Cecoslovacchia ne ha tratto cospicui guadagni, e dopo alcune prime promesse di Havel sulla desiderabilità di porre fine a questo tipo di guadagno "sporchi" appare ora chiaro che invece questo commercio continuerà. É quindi importante che il paese sia inserito nell'attuale dialogo internazionale sulla regolamentazione del commercio di armamenti, particolarmente verso i paesi del Terzo Mondo.


Politica Militare

Del nuovo pensiero nazionale in materia di sicurezza internazionale si è detto sopra. Le gerarchie militari sono state più volte in tensione per la stabilità interna del paese, e hanno dichiarato di temere le ripercussioni delle divisioni nazionalistiche sulla stabilità del paese, anche se non sembrano avere intenzione di intervenire a questo proposito nella vita politica. In questo senso, la situazione è decisamente più stabile di quella di Jugoslavia o nella stessa URSS. Non ci sono al momento motivi di credere che questo cambierà in futuro. Comunque, si nota un appello di Havel alla stretta neutralità delle forze armate nelle dispute politiche della nuova democrazia.

Un problema potrebbe essere costituito in futuro, in caso di crisi economica o nazionalistica prolungata, dal background ideologico del corpo ufficiali, interamente addestrato ed indottrinato nell'Unione Sovietica. Oggi Praga sta cercando, così come tutti gli altri paesi dell'ex-patto, di ridurre questa dipendenza, ma per tutti sarà difficile trovare alternative. Sono peraltro già iniziati numerosi contatti con le accademie militari occidentali, soprattutto in Germania, ma ancora non ci sono programmi di cooperazione su vasta scala.

Lo stato maggiore sta elaborando una nuova dottrina militare cecoslovacca alla luce dello scioglimento dell'organizzazione militare del patto di Varsavia attuata quest'anno. I dettagli sono ancora riservati, ma si sa che alcune unità dell'esercito saranno spostate dai confini occidentali a quelli orientali del paese.


Prospettive

La Cecoslovacchia ha buone possibilità di superare l'attuale crisi fisiologica di transizione economica e politica e di consolidare la tradizione democratica per la quale può attingere alle sue più lontane radici storiche e culturali. La democrazia del paese è forse oggi già la più forte nell'Europa orientale, ed il suo orientamento verso occidente è totale. Mancano inoltre poli di attrazione alternativi (come la Chiesa in Polonia) che potrebbero intervenire dall'esterno per interferire con questo orientamento.

L'economia del paese è ovviamente alle prese con una difficile crisi, ma meno di altre della regione. I quadri sono generalmente (relativamente al contesto geografico) ben preparati, anche se poco preparati al confronto diretto con l'Occidente.

Il problema più grave, come in molte altre parti della regione, appare il crescente nazionalismo. La maggioranza della popolazione, secondo tutti i sondaggi disponibili, non vuole la scissione del paese in due stati indipendenti, ma forme diverse di federazione o confederazione. Questo è vero anche in Slovacchia, dove il nazionalismo è più forte. Tuttavia, i meccanismi delle rivalse nazionali sono difficilmente controllabili. Se si dovesse rimettere in discussione l'attuale assetto del paese, il pericolo del prevalere di forze disgregative sarebbe reale.

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