13 November 1990

La situazione in Ungheria

Questa relazione si pone lo scopo di fornire un quadro politico generale entro al quale si collocano i rivoluzionari sviluppi che hanno avuto luogo in Ungheria negli ultimi due anni. Dopo una breve introduzione storico-culturale, si presenterà un'analisi delle condizioni di politica interna ed estera che hanno reso possibile tali cambiamenti. Seguiranno brevi cenni sulle riforme economiche, per una più approfondita analisi delle quali si rinvia il lettore alla relazione sull'argomento presentata in questa stessa sessione. Concluderò con una presentazione delle possibili alternative per il futuro e delle implicazioni delle stesse per l'Occidente. In appendice, una breve descrizione della cosiddetta "Pentagonale", importante foro di sviluppo delle relazioni tra Italia ed Ungheria.

Lo sfondo storico e culturale

L'Ungheria ha mantenuto un forte legame culturale con l'Occidente sin da quando, più di mille anni fa, le rozze tribù magiare scelsero di rinunciare al loro retaggio storico-culturale originario dell'Asia e guardarono invece all'Europa. Importante aspetto della loro civilizzazione ed europeizzazione fu la conversione alla cristianità con Santo Stefano (peraltro un brutale despota che faceva accecare chi non si voleva convertire e versare piombo fuso nelle loro orecchie). La più importante conseguenza di ciò fu il consolidarsi di una permanente e viscerale ostilità culturale contro gli orientali in generale, ed in particolare prima contro i Tartari e poi contro i Turchi, che se la guadagnarono anche grazie a ben 150 anni di opprimente occupazione, dal 1526 al 1686. In questo periodo i Magiari furono spinti in gran numero verso la Transilvania, dove erano meno perseguitati dagli Ottomani, e molti si trattennero lí anche dopo la loro dipartita. Infine, come vedremo, l'anti-orientalismo ungherese si è rivolto contro i Russi.

Ai Turchi subentrano gli austriaci con i quali i nobili ungheresi trovarono, se pur a fasi alterne, una certa intesa. Vienna permise una sostanziale rinascita culturale magiara verso la fine del settecento, quando tornò anche in uso la lingua ungherese a livello ufficiale. Ai moti paneuropei del 1848 corrispondeva in Ungheria una rivolta indipendentista, che aveva fatto vacillare il controllo austriaco ed era stata domata nel 1849 solo grazie all'invasione delle truppe dello Zar Nicola Primo, chiamato da Franceso Giuseppe. Non infrequenti saranno in futuro, specialmente dopo la nuova invasione russa quasi cento anni dopo, i richiami nazionalistici ai "fatti del '49".

Tornata indipendente dopo la Prima Guerra Mondiale, l'Ungheria non riusciva però ad evitare di gravitare nella sfera di influenza tedesca, ed Hitler trovava nel nazionalismo del dittatore fascista Horty una base su cui fondare l'alleanza di Budapest con l'Asse, dietro promessa di recuperare, a scapito di Romania, Jugoslavia e Cecoslovacchia, l'integrità territoriale perduta con il trattato di pace del 1919. Gli ungheresi sono stati un fedele, se pur militarmente poco rilevante, alleato dell'Asse sul fronte russo.

L'ostilità verso tutto ciò che è orientale, e l'orientamento verso occidente, trovano dunque fondamento nell'esperienza storica dei Magiari, popolo asiatico che ha rifiutato l'Asia e che ha cercato invano, almeno fino ad ora, un collegamento dignitoso con l'Occidente. Il fatto di essere stato da questi frustrato, rifiutato e abbandonato o, peggio, trascinato in disastrose avventure belliche, non sembra aver intaccato l'orientamento culturale fondamentale degli Ungheresi. Il richiamo ai valori occidentali della Riforma, del Rinascimento e dell'Umanesimo, dell'Illuminismo e della Rivoluzione Francese sono sopravvissuti, pressoché intatti, a quarantacinque anni di occupazione sovietica ed indottrinamento marxista.

Il paese nel "blocco sovietico"

Tralasciando qui di discutere della presa e del consolidamento del potere comunista nell'immediato dopoguerra, si nota che, dopo lo scossone del 1956, in Ungheria si è assistito, più che in altri paesi dell'Est Europa, ad una lenta ma costante liberalizzazione interna. Dopo alcuni anni in cui era stato inviso alla popolazione come collaborazionista degli invasori sovietici, il regime di Janos Kadar, un Quisling che però aveva tra le sue "credenziali" di essere stato torturato ed imprigionato dagli stalinisti nei primi anni cinquanta, si era così meritato una certa dose di legittimità interna. Questa raggiungeva il suo apice negli anni settanta, quando gli ungheresi godevano delle maggiori libertà personali e forse del migliore standard di vita che era dato di vedere nel blocco sovietico.

L'Ungheria è stata senza dubbio l'apripista delle riforme economiche e politiche in Europa orientale. Il Nuovo Meccanismo Economico (NEM) nel 1968 è stato il prototipo, e forse l'esempio migliore, del parziale revisionismo (se pur non chiamato tale) che si sia potuto sviluppare in era brezhneviana. La parzialità delle riforme, e le loro conseguenti inadeguatezze e contraddizioni, facevano però sì che già dalla fine degli anni settanta il NEM si rivelasse inadeguato ad ovviare ai mali dell'economia.

Nonostante la stagnazione nella riforma economica durante gli ultimi anni di Kadar, tuttavia, l'Ungheria rimaneva politicamente e socialmente la più aperta società della regione. Le prime elezioni con candidature multiple e non-comuniste avevano luogo già nel 1985 (e la relativa legge elettorale è del 1983, quando al Cremlino c'era ancora Andropov). Il Parlamento che da questa scaturiva non aveva ancora poteri reali nei confronti del partito, ma i suoi membri diventavano sempre più attivi, soprattutto dopo il voto del settembre 1987 col quale sancivano, allora novità assoluta in Europa orientale, l'adozione della tassa sul reddito e dell'imposta sul valore aggiunto a partire dal Gennaio 1988.

In politica estera, invece, Budapest ha continuato a seguire una linea pro-sovietica strettamente ortodossa fino a ben dopo l'avvento di Gorbaciov, e precisamente fino al ricambio generazionale al vertice del 1988 di cui si dice di seguito. Fino ad allora, alle aperture interne non era corrisposta una ricerca di indipendenza di politica estera, così come aveva invece fatto in quegli anni la Romania. La spiegazione di ciò è duplice: da una parte Kadar non poteva certo permettersi di scuotere il regime la cui ragion d'essere era proprio l'ubbidienza a Mosca; dall'altra, egli pensava, correttamente, che agli Ungheresi interessasse di più veder migliorare il proprio standard di vita, arricchito magari da una maggiore libertà di viaggi all'estero, che non una nuova improbabile sfida alla "Dottrina Brezhnev". Col tempo, a queste spiegazioni se ne aggiungeva una terza: alla luce delle crescenti difficoltà economiche, il regime di Kadar, che non voleva o non poteva sottoporre i propri cittadini alle privazioni che Ceaucescu imponeva ai Romeni, aveva bisogno dei commerci sussidiati con Mosca per mantenere un minimo di coesione ed ordine sociale.


Recenti sviluppi politici

Politica Interna

Durante la recente visita del nuovo Premier Antall negli Stati Uniti il Presidente americano Bush ha significativamente ed appropriatamente dichiarato che l'"Ungheria non è più una 'democrazia emergente', ma una democrazia".1 Il processo di emergenza della nuova democrazia è durato esattamente due anni. Il punto di partenza dell'accelerazione decisiva alle riforme interne ungheresi si è avuto infatti con la rimozione di Kadar dalla segreteria generale del Partito Operaio Socialista Unificato (POSU) nel Maggio 1988. In poche settimane, i riformisti, guidati da Imre Pozsgay, criticavano il suo successore, Karoly Grosz, di eccessiva lentezza nel rinnovamento. Ne scaturiva una profonda frattura nel partito, che ne avrebbe in seguito causato la scissione e ne demoralizzava subito ed irreparabilmente la base. 

Che la svolta sarebbe stata rapida e di lunga portata appariva chiaro con la simbolica riabilitazione di Imre Nagy (il Premier della Rivoluzione del 1956 deposto e giustiziato dai sovietici) nel Giugno 1989, con nuovo funerale ufficiale che restituiva dignità, se pur postuma al precursore politico degli eventi odierni, sepolto per 31 anni un una fossa anonima. (Per amara ironia della storia, il vecchio Janos Kadar, ormai completamente esautorato, moriva in quello stesso giorno.) Oggi la festa nazionale ungherese non è più l'anniversario della Rivoluzione socialista, ma, in Ottobre, quello della rivoluzione di Nagy del 1956!

Alla crisi interna del partito seguiva logicamente un attacco generalizzato alla legittimità del potere comunista nello stato. Questo, che era sempre stato solo formalmente legittimo, mai politicamente, ne risultava fatalmente indebolito. La memoria storica della sua presa del potere dietro ai carri armati sovietici nel 1945 e dei fatti del 1956 era potentemente risvegliata dalla glasnost informativa divenuta ormai incontenibile. Il partito "guida" doveva quindi presto accettare una "tavola rotonda" con l'opposizione, divisa sì, anzi frammentata, ma capillarmente dilagante nella società ormai priva di remore nel manifestare, nel nome di Gorbaciov, la propria domanda di pluralismo.

L'imminenza e l'inevitabilità della perdita del monopolio del potere, a sua volta, producevano un'ulteriore aggravamento della crisi di coscienza del partito, che portava alla decisione di rinnegare il passato e cambiare anche nome il 7 Ottobre 1989. Cancellando la parola "operaio", ad indicare la fine ufficiale della dittatura del proletariato, il nuovo Partito Socialista Unificato (PSU) si illudeva di riconquistare l'erosa fiducia proprio della classe che aveva così a lungo sostenuto di rappresentare. Solo circa 50.000 dei 700.000 membri però si re-iscrivevano, e tra loro la maggior parte erano apparatchiki compromessi con il precedente regime. Rimane a tutt'oggi una fazione di nostalgici irriducibili che mantiene un nuovo partito con il nome originale di POSU, ma è politicamente irrilevante.

Parallelamente, cambiava nome anche lo stato che al POSU era legato, e la Repubblica Ungherese, così, non accampava più pretesa di essere "Popolare". Uno stato che dopo quarantacinque anni di dittatura è costretto a restituire il potere al popolo sovrano deve eliminare ogni esplicito riferimento a quello stesso popolo dalla propria denominazione ufficiale. Se si vuole, è George Orwell alla rovescia!

Le prime elezioni libere si sono avute nel 1989, cominciando a livello regionale nella primavera, e portavano ad una inequivocabile sconfitta dei comunisti. Si preparava così la strada alle libere elezioni politiche del 1990: il meccanismo elettorale sviluppato sulla scia di quello del 1983, già all'avanguardia per i paesi socialisti perché dava un minimo di scelta tra i candidati. Dopo innumerabili compromessi, il meccanismo adottato era complicatissimo, indice della poca esperienza democratica di chi lo ha elaborato e fonte di inevitabile confusione nell'elettorato. Qui di seguito si fornisce una tabella con una sistesi dei risultati di quelle elezioni.


Risultati elettorali politici in Ungheria, 1990

Tipo di legislatura: Camera unica di 386 seggi, di cui 8 attribuiti dopo il voto su designazione delle minoranze nazionali.

Sistema elettorale: Un complicato sistema di liste di partito su base distrettuale, regionale e nazionale (202 deputati in tutto); sistema alla francese per i rimanenti 176.

Partiti                                        Numero dei seggi 


Forum democratico ungherese                         164

Alleanza dei democratici liberi                      92

Partito indipendente dei piccoli proprietari         44

Partito socialista ungherese (ex operaio)            33

Alleanza dei giovani democratici                     21

Partito popolare democratico cristiano               21

Alleanza agraria                                      1

Indipendenti                                          6

Singoli candidati che rappresentano due partiti       4

TOTALE                                              386


Al di là dei risultati elettorali, l'elemento forse più preoccupante che emergeva nel corso della campagna elettorale era il crescente nazionalismo, soprattutto in chiave anti-rumena e anti-sovietica, ma anche con toni anti-semiti.2 Come vedremo anche successivamente negli altri paesi della regione che saranno analizzati nel progetto Europa 20, quello del nazionalismo è un problema generalizzato in Europa orientale, e potenzialmente destabilizzante, cui in Occidente si deve prestare massima attenzione.

Anche se la situazione politica nel paese, alla fine del 1990, è tutt'altro che stabilizzata, si può asserire con una certa fiducia ormai che il processo di trasformazione democratica in Ungheria è stato sorprendentemente ordinato ed indolore. A differenza di quanto è accaduto negli altri paesi che hanno compiuto in questi anni processi paralleli, non ci sono stati infatti scontri cruenti, né politici, né fisici nelle piazze. I comunisti si sono fatti da parte con delicatezza, semplicemente votando la fine del proprio monopolio di potere.

Non è emersa inoltre in Ungheria una figura carismatica e tascinatrice come Walesa in Polonia o Havel in Cecoslovacchia. Il Premier Antall era relativamente sconosciuto prima delle elezioni. Forse questo porterà ad una più rapida istituzionalizzazione della democrazia ungherese, la cui solidità è già svincolata dalla dipendenza da una singola persona. D'altra parte, la mancanza di un capo carismatico la rende sicuramente meno capace di far accettare gli indispensabili sacrifici alla popolazione.

Aspetto positivo della trasformazione ungherese è stato il massimo grado di liberalizzazione dell'informazione e della comunicazione che si è registrato sin dai primi momenti del processo di democratizzazione, più rapidamente e pacificamente che negli altri paesi della regione. Basti qui ricordare l'apertura dei primi uffici in Europa orientale di Radio Europa Libera, la fonte di informazioni per decenni boicottata dai comunisti, a Budapest nel 1989.


Politica Estera

Sarebbe impossibile sopravvalutare il contributo dell'Ungheria alla fine della guerra fredda. É stata un'azione coraggiosa della politica estera ungherese, e cioè l'apertura delle frontiere con l'Austria ai tedeschi orientali del Settembre 1989, la mossa decisiva che ha innescato il meccanismo dello smantellamento della "Cortina di Ferro", fisica oltre che politica, e conseguentemente dell'unificazione tedesca. Non è un caso che, alla vigilia dell'unificazione tedesca, nell'estate del 1990, il Cancelliere Kohl abbia fornito ampie garanzie di aiuti all'Ungheria che stava per perdere gli importanti accessi, protetti da vecchi accordi con la Berlino comunista, al mercato tedesco orientale. La gratitudine raramente ha un ruolo in politica estera, ma ci sono oggi le premesse oggettive perché la Germania favorisca l'ammortizzamento degli scossoni provocati dall'unificazione all'Ungheria, almeno a livello commerciale.

Fu quello il primo atto di politica estera realmente autonomo di Budapest, peraltro ancora a regime comunista, anche se ha significato la rottura di precisi impegni legali con la Germania di Honecker. Paradossalmente, si nota che questo primo atto autonomo dall'URSS ha goduto, da subito, del pieno appoggio di Mosca, che lo ha approvato quando, poche ore prima, ne è stata informata.

In campo militare, si nota che l'Ungheria è il paese dell'Europa orientale che ha dato più peso alle questioni di sicurezza nel processo di trasformazione democratica, mentre gli altri hanno dato importanza pressoché esclusiva a quelle politiche ed economiche. Il problema della sicurezza è stato affrontato soprattutto con l'Italia, anche cercando soluzioni bilaterali, per esempio nella Pentagonale (vedi l'Appendice a questa relazione).

L'alleanza forzata con l'URSS è stato il fattore condizionante di tutta la politica estera ungherese del dopoguerra. Adesso questo legame è in fase di scioglimento, ed il rapporto di subordinazione militare bilaterale (ancora più condizionante dell'appartenenza al Patto di Varsavia) lo è con esso. L'uscita delle truppe sovietiche dall'Ungheria (il cosiddetto Gruppo di Forze Meridionale) avverrà entro la metà del 1991. I primi ritiri sovietici dall'Europa orientale sono già avvenuti proprio in Ungheria.3

L'unico problema che rimane nella definizione del completo ritiro sovietico è economico: i sovietici reclamano un compenso per quelli che sostengono essere stati i loro "investimenti" nelle strutture che ora si apprestano a consegnare all'Ungheria. Gli ungheresi, al contrario, sostengono di aver diritto a riparazioni sovietiche per i danni causati, al territorio ed alle stesse summenzionate strutture, dall'incuria delle truppe sovietiche. Il problema però è sorprendentemente marginale rispetto al fatto straordinario che oggi non si parla più del se i sovietici si debbano ritirare, ma quando e a che condizioni, e Mosca non sembra avere molta leva negoziale a questo riguardo.

L'intenzione di abbandonare formalmente il Patto di Varsavia è stata annunciata, se pure in toni garbatamente diplomatici, da Budapest, e la neutralità militare è dalla metà del 1990 l'obbiettivo dichiarato del governo. In ambienti ufficiali, e molto di più in quelli non ufficiali, si parla persino apertamente di un'eventuale associazione alla NATO. Gli ungheresi probabilmente sottovalutano la delicatezza politica del problema, per gli Occidentali e per i gorbacioviani in URSS, dove tale adesione sarebbe vista in chiave antisovietica (e giustamente, perché tale sarebbe).

In linea generale, questo nuovo orientamento di sicurezza ungherese è accettato in URSS. Paradossalmente, si riscontrano più perplessità in Occidente, dove è più forte da una parte la paura di destabilizzazione della regione in caso di brusche alterazioni agli equilibri geopolitici, e dall'altra quella di una pressione troppo forte e troppo immediata sulla NATO, sull'Unione Europea Occidentale e, come si dirà in seguito, anche sulla Comunità Europea. (Vedi sezione conclusiva di questa relazione.)

Al momento, il problema più scottante della politica estera ungherese sono però i Magiari in Transilvania, che sono già emigrati in Ungheria in più di 40.000 negli ultimi tre anni. La persecuzione di un prete ungherese di Timisoara è stata la scintilla che ha fatto scoppiare l'incendio in cui ha perso il potere, e la vita, il Conducator Nicolae Ceausescu. Bodapest dichiara di non rivendicare alcun aggiustamento delle frontiere con la Romania, ma solo il rispetto dei diritti umani delle etnie ungheresi in Romania. Le relazioni con Bucarest sono oggi meno caustiche dopo il cambio di quel regime, ma il problema rimane, e si definirà solo, forse, con la stabilizzazione della democrazia e del rispetto dei diritti umani in generale in Romania. L'Ungheria faceva seguito alle sue ripetute proteste in merito al trattamento dei Transilvani in seno alle Nazioni Unite firmando, primo fra gli stati del Patto di Varsavia, la Convenzione di Ginevra sui Profughi  del 1951.

Un altro elemento fondamentale del nuovo corso ungherese, fatto interno ma con importanti risvolti internazionali, è il progresso registrato in materia di rispetto dei diritti umani, e l'Ungheria è unico paese ex-comunista ad aver ottenuto l'ammissione a pieno titolo al Consiglio d'Europa nel Novembre 1990. Degli altri, solo la Polonia e la Cecoslovacchia hanno ottenuto l'ammissione come osservatori.

Sul piano diplomatico, si nota un tentativo ungherese di migliorare le relazioni politiche con molti dei paesi che erano stati a lungo ostracizzati dalla diplomazia kadariana. Si è così assistito al rinnovo delle relazioni diplomatiche con Israele, interrotte dal 1967 così come Mosca aveva ordinato di fare a tutti gli stai satelliti (la sola Romania non aveva ottemperato). Ma anche con la Corea del Sud e, nel 1990, con il Vaticano.

Ottime anche le relazioni con gli USA, marcate dalla visita a Budapest di Bush, primo presidente USA in Ungheria. Tuttavia, gli USA hanno deluso per i pochi aiuti estesi all'Ungheria, anche se le hanno concesso la clausola di nazione più favorita nel commercio. Promettenti le relazioni col Giappone, già fonte di notevoli e crescenti investimenti diretti e, fatto forse più importante, di tecnologie industriali ed informatiche avanzate.


Recenti sviluppi economici

Per una più dettagliata esposizione delle problematiche economiche dell'Ungheria si rinvia il lettore alla relazione economica preparata per questo stesso progetto. Mi limito qui solo a pochi cenni di importanza particolare dal punto di vista politico. In breve, e come previsto, la contingenza sta ancora peggiorando, e continuerà ancora a farlo prima che possa migliorare. Come in tutti gli altri paesi ex-socialisti, non si vede ancora la luce alla fine del tunnel della trasformazione.


Riforme economiche

Nelle riforme economiche, l'Ungheria partiva avvantaggiata rispetto agli altri paesi della regione perché la transizione al mercato è stata finora meno traumatica, sia economicamente che culturalmente. Nel settore agricolo, ad esempio, anche se c'era nell'Ungheria comunista quantitativamente meno proprietà privata che in Polonia, si era però data molta libertà di gestione ai singoli contadini già dagli anni settanta. Piccole imprese private erano già operanti in gran numero, nei settori più svarati dell'artigianato, del commercio e dei servizi, già dagli anni settanta. La riforma definitiva e senza riserve verso il mercato era partita già negli ultimi anni del governo comunista, che aveva anche introdotto la prima tassa sul reddito dal 1988 (accanto alla capitalistica imposta sul valore aggiunto). L'ultimo programma economico del POSU, nell'Autunno 1989, già prevedeva, in linea di principio, una libera economia di mercato assieme ad un sistema politico multipartitico. Oggi, il resuscitato Partito dei Piccoli Proprietari, il maggiore nel 1945, fa di nuovo parte della coalizione di governo, ed ha annunciato di voler premere per una rapida e radicale privatizzazioone della terra.4

Forse tutto ciò faciliterà la transizione, ma la situazione economica generale è al momento tragica: l'inflazione è salita ad oltre il 25% e continua a crescere, il debito estero è di oltre 20 miliardi di dollari, che per capita è il più alto in Europa orientale. La disoccupazione è difficilmente calcolabile, ma è ben oltre il 10% ed destinata ancora inevitabilmente a salire. Le esportazioni sono in crescita (60% dal 1987 al 1990) e questo si riflette nel calo del rapporto tra debito e servizio, sceso dal 60% al 47% nello stesso periodo; tutto a scapito, ovviamente, dei consumi interni, già depressi da decenni.

Molto si è detto sui meriti della conversione al civile delle considerevoli risorse che i paesi socialisti per decenni hanno dedicato alle industrie belliche. Tagli sostanziali alla spesa militare, che era stata già peraltro quasi congelata dal 1986, sono in programma in Ungheria. Ma la questione non è semplicemente di come meglio utilizzare le risorse così risparmiate nel settore civile; esistono difficili complicazioni. In primo luogo, non tutto ciò che viene tagliato dal militare si trasforma in "dividendo della pace": si verifica infatti una perdita di gettito fiscale dalle imposte che sarebbero state pagate dalle industrie belliche, solitamente priviliegiate e perciò molto efficienti; e questo soprattutto nel breve termine, prima che una nuova produzione civile possa prenderne il posto. Questa perdita è difficile da stimare, ma è stata stimata fino a oltre il 50% del "dividendo". C'è inoltre un'immediata perdita di esportazioni di armamenti, specialmente verso l'URSS, ma questa non dovrebbe ammontare a molto (le cifre esatte non si conoscono).

In secondo luogo, ci sono i costi di smontaggio, trasloco e trasformazione delle apparecchiature belliche. Quindi, il costo dell'inevitabile disoccupazione dei lavoratori di quelle industrie, stimati a oltre 50.000,5 cui si aggiungono i costi per il riadattamento, la re-istruzione, rilocazione, ecc. D'altra parte questi problemi potrebbero essere di più facile soluzione in Ungheria che non in altri paesi socialisti perché non c'è mai stato qui un settore di industria militare fortemente compartimentalizzato (come ad esempio in URSS), ma al contrario questo è stato da sempre molto sovrapposto alla produzione civile. Infine, la conversione richiederà un'attenta programmazione centralizzata, specialmente nelle maggiori industrie pesanti: un piccolo paradosso nel processo di decentralizzazione e de-pianificazione dell'economia che potrebbe però contribuire a rallentarlo!

In materia di politica economica, merita una menzione a parte il problema dell'ambiente. Si può qui giustificatamente generalizzare un problema che non è solo ungherese ma coinvolge anche tutti gli altri paesi del CMEA, senza eccezioni. In Occidente l'ecologia è un problema soprattutto economico: rispettare l'ambiente costa caro, ed è quindi difficile per i governi obbligare le industrie a farlo. Sarebbe stato logico aspettarsi che le industrie pianificate dell'Europa orientale, non motivate dalla massimizzazione dei profitti come in Occidente e sotto controllo governativo diretto, avrebbero potuto permettersi di rispettare maggiormente il benessere del popolo di cui erano proprietà.

All'Est il problema è stato invece un altro: i governi non hanno fatto nulla per spingere le industrie ad innovare, ma si sono fossilizzati nel cercare (invano) di proteggere quel poco di competitività che potevano salvare cercando miopemente vantaggi anche nel risparmio di costose attrezzature anti-inquinamento. Una parte di responsabilità è tuttavia anche dell'Occidente, che fino a tempi recenti nulla ha fatto per spingere quei paesi ad adottare misure per contenere un'inquinamento che dopotutto danneggia anche noi. Anzi, i più avanzati meccanismi di filtraggio degli scarichi industriali erano fino a pochi mesi fa nelle liste dei cosiddetti "materiali stragici", la cui esportazione ad Est era proibita dal COCOM. La coscienza della necessità di una maggiore collaborazione pan-europea in materia di rispetto ambientale si è tradotta nella creazione, a Budapest, di un centro europeo per l'ambiente, con finanziamenti  della CE e statunitensi, Negli anni a venire si vedrà se alle diagnosi ed alle intenzioni corrisponderanno anche terapie adeguate; è certo, comunque, che i tempi di riadattamento delle industrie agli attuali standard anti-inquinamento occidentali saranno tutt'altro che brevi.


Rapporti economici con l'estero

Per quarant'anni esatti (1949-1989), le relazioni economiche internazionali dell'Ungheria sono state inquadrate nell'ambito del Consiglio di Mutua Assistenza Economica (CMEA o Comecon). Basato formalmente su utopie di fratellanza socialista, il CMEA era servito ai sovietici a controllare le economie dei paesi satelliti, e a questi ultimi per proteggere le loro inefficienze dal mercato internazionale. All'inizio del processo di riforma, l'Ungheria ambiva ad una radicale ristrutturazione del CMEA, a maggiori sbocchi nei mercati occidentali, ed a un maggior accesso a capitali e tecnologie pure occidentali. In questo Budapest trovava l'accordo, pur con differenziazioni anche notevoli, di tutti gli altri paesi dell'organizzazione. Primo fra tutti l'URSS, che già dal Luglio 1989 proponeva di passare tutte le transazioni commerciali intra-CMEA su valuta convertibile a partire dal 1991.6

Doveva questo essere l'inizio di una riforma per rendere il CMEA più efficiente, ma si è invece rivelato il primo passo verso la sua scomparsa. Commerciare in valuta convertibile eliminerebbe infatti uno delle principali ragion d'essere del CMEA, e cioè la protezione goduta dai beni di scarsa qualità commerciati al suo interno. Vale qui sottolineare che questa è una ragione sì economica, ma ancor prima politica, condizione necessaria alla sopravvivenza (meglio sarebbe dire, al prolungamento dell'agonia) di economie non competitive incapaci di mantenere, e lungi dal far progredire, uno standard di vita minimo per un paese industrializzato.

Oggi non è esagerato dire che gli ungheresi non vogliono neanche sentir parlare di CMEA, ed in questo probabilmente sbagliano. Si sottovalutano infatti così le potenzialità di collaborazione con altri partner regionali di dimensioni e caratteristiche più compatibili di quanto non siano, per ora, gli occidentali. Si sottovalutano altresì le possibilità di collaborazione con l'URSS, con la quale rimarrà comunque un elevato potenziale di complementarietà.

Budapest incoraggia attivamente l'investimento diretto di capitale straniero in Ungheria. Si sono peraltro levate aspre critiche ai comunisti che nell'ultimo periodo al potere, pur di favorire l'afflusso di valuta pregiata per cercare di salvare il loro regime, agli investitori occidentali hanno venduto molto a troppo poco. Ma il problema si ripropone anche oggi: gli occidentali sono disposti a rilevare beni ungheresi solo a prezzi competitivi sul mercato mondiale, ma che in Ungheria sono considerati bassi. Potrà qui forse intervenire, almeno in parte, un'oculata politica di sovvenzionamenti da parte dei governi occidentali, che spingano i propri investitori in affari che sarebbero altrimenti poco incoraggianti: il problema è politico prima che economico.

I capitali occidentali sono anche frenati dal problema della riesportazione dei profitti, difficile da sostenere se la valuta non diventa convertibile. Ma la convertibilità può a sua volta essere sostenuta solo da un'economia efficiente: dunque, prima che gli investimenti stranieri possano ragionevolmente arrivare in quantità determinanti, le riforme devono avere un qualche effetto credibilmente duraturo.

A livello istituzionale, l'Ungheria è stata tra i primi paesi dell'Est a manifestare il desiderio di entrare in CE al più presto, con formule provvisorie di associazione parziale nel breve termine, per dare tempo all'economia di prepararsi ed alla CE di completare il disegno integrativo del 1993. Dopo i primi facili entusiasmi, Budapest mostra maggiore comprensione per la necessità di gradualità in questo processo.


Politica Militare

Un cenno meritano gli importanti sviluppi in materia di sicurezza nazionale. In Ungheria, ci sono state riduzioni unilaterali della leva da 18 a 12 mesi nel 1991, ed anche riduzioni quantitative di forze già dal 1989 (accompagnate però da miglioramenti qualitativi). Le Forze Armate ungheresi si muovono inoltre verso una struttura con una maggiore proporzione di professionisti e mirano ad attirare ufficiali di qualità offrendo salari competitivi col settore civile (sarà difficile rendere compatibile quest'ultimo requisito con consistenti tagli di bilancio militare che si auspicano).

Con l'avvento della democrazia parlamentare, anche le questioni militari sono per la prima volta diventate oggetto di dibattito pubblico. Si sono moltiplicate le proteste, per motivi ambientali, contro le attività militari del Patto di Varsavia sul territorio magiaro. Si è già avuta, a questo proposito, una riduzione della quantità e della dimensione delle manovre, ed inoltre una demilitarizzazione unilaterale di fasce di 50km lungo i confini con Austria e Jugoslavia. Le forze armate sono state de-politicizzate come le altre istituzioni dello stato, mentre prima l'80% del corpo ufficiali era membro del POSU. I militari, in generale, hanno accettato le riforme di buon grado.

Una nuova "dottrina militare" nazionale (in realtà un documento più politico che militare) è stata proclamata nel Novembre 1989. Essa è fondata sul principio della difesa del territorio nazionale (senza obblighi di intervenire al di fuori di esso all'interno del Patto). Tuttavia, a Budapest si cercano attivamente, anche se con una certa incertezza di approccio, nuove alleanze. Ci sono stati approcci bilaterali con l'Italia, per esempio quando gli ungheresi volevano addirittura trattare di questioni di sicurezza in ambito Pentagonale. L'Italia non ha accettato questo approccio, perché le questioni militari sono meglio trattate da alleanza ad alleanza, in quanto non esiste una relazione militare bilaterale tra i due paesi, e nemmeno tra i cinque della Pentagonale, ma esiste una sicurezza europea unica ed indivisibile. La cosa è stata quindi lasciata cadere, ma potrebbe essere ripresa, se pur in forme diverse, in futuro.


Prospettive

Alla fine del 1990, in Ungheria, si nota che l'euforia politica conseguente alla creazione dell'attuale sistema democratico prevale nettamente sulle preoccupazioni sul piano economico, su cui si sono fatti solo pochi ed ancora incerti passi avanti. Il pericolo è però che questa euforia possa presto, come è normale, esaurirsi: gli ungheresi prenderanno presto per scontato quello che fino a pochissimi anni fa era inimmaginabile. A quel punto, si presenteranno le dure realtà della riconversione economica e sistemica, e spariranno le ancora diffuse illusioni sull'onnipotenza del capitalismo. Per esempio, l'apertura a Budapest della prima borsa valori dell'Europa orientale nell'Agosto 1990 porterà si capitali di cui c'è disperato bisogno, ma la speculazione cui ciò si accompagnerà sarà pure foriera di costi sociali oggi sottovalutati.

Ciò che resta da vedere è se l'entusiasmo politico durerà abbastanza a lungo, e sarà abbastanza forte, da permettere alla nuova dirigenza di far accettare i sacrifici economici che caratterizzeranno il periodo di trasformazione. Se la risposta sarà positiva, l'Ungheria potrà raggiungere un livello di stabilità sociale che le permetterà un agevole sviluppo economico e civile. Altrimenti, sussiste il rischio che il paese non abbia la maturità politica per sopportare l'inevitabile lungo periodo di transizione turbolenta che gli si prospetta.

Conclusioni ed implicazioni per l'Occidente

La trasformazione in atto in Ungheria è il risultato di tre fattori: all'inizio, i primi impulsi sono stati dati dalla crescita di una nuova generazione di funzionari di partito, più giovani, pragmatici ed istruiti di quelli della generazione di Kadar; questi, come tanti altri loro colleghi nell'ex-impero sovietico, sono però stati presto travolti dagli eventi che loro stessi hanno contribuito a mettere in moto. In secondo luogo, lo sviluppo, nell'humus culturale semi-libero degli ultimi anni del kadarismo, di un'opposizione articolata, riformista di tipo pro-occidentale, ha favorito il consolidamento dei nuovi partiti politici non appena le condizioni lo hanno permesso. Infine, il fattore decisivo deve essere individuato, per l'Ungheria come per gli altri paesi, nella salita al potere di Gorbaciov: senza l'assenso e l'incoraggiamento di Mosca ai cambiamenti in atto, avremmo probabilmente assistito alla continuazione del kadarismo senza Kadar.

In campo economico, per l'Occidente, si pone il problema di evitare facili entusiasmi senza però perdere utili opportunità. L'imprenditoria occidentale dovrebbe quindi orientarsi ad andare in Ungheria solo nella misura in cui la situazione interna, soprattutto in materia di riforme economiche e burocratiche, prenderà piede da sola. Altrimenti il rischio è che l'intervento potrebbe divenire controproducente. Se troppo lento, potrebbe costare in opportunità perdute e non portare in tempo il contributo marginale, e forse cruciale, per il successo delle riforme, e l'esperimento ungherese potrebbe quindi fallire. Ma se troppo veloce, sarebbe equivalente a seminare prima che si sia arato. L'Ungheria oggi sta arando il proprio terreno, e sta a noi essere pronti a seminare. Anche a livello istituzionale, il tempismo sarà di importanza cruciale: un'affrettata corsa all'adesione alla CE sarebbe controproducente per la CE e per l'Ungheria, ma eccessivi ritardi sarebbero politicamente contraddittori e dannosi.

Questo cale anche in campo di sicurezza. L'entusiasmo ungherese per l'adesione alla NATO va raffreddato. Quella che potrebbe essere una spinosa questione diplomatica se venisse proposta oggi, potrebbe invece diventare irrilevante nei prossimi anni, col consolidamento definito della distensione, ed è quindi saggio prendere tempo.


Bibliografia

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Appendice: la "Pentagonale"

La Pentagonale è stata fondata il 10 Novembre 1989, prima come "Quadrangolare" a quattro, ma presto allargata anche la Cecoslovacchia dopo la "Rivoluzione di Velluto" del novembre 1989. A partecipare è interessata anche la Romania, che però finora ne è stata tenuta fuori per motivi politici. Principale forze iniziatrice è stata l'Italia, che con il nuovo Ministro degli Esteri De Michelis sta cercando un nuovo ruolo nella Mitteleuropa senza cortina di ferro. L'accordo è anche frutto di una obiettiva necessità per un foro di cooperazione sub-regionale pragmatica al di fuori dal quadro di riferimento tradizionale delle organizzazioni della guerra fredda. Il foro pentagonale è particolarmente utile nel breve termine, in attesa di far maturare i tempi per più vicina collaborazione degli stati membri con la CE, ma non è sostitutiva di questa. Contrariamente ai desideri di alcuni paesi, tra cui l'Ungheria, la pentagonale non ha scopi integrativi.

Aspetto importante della Pentagonale è che essa riunisce per scopi di cooperazion regionale gli stati, a differenza dell' Alpen-Adria, che enfatizza la cooperazione tra le regioni, e che per questo può anche essere fonte di tendenze disgregative nei vari stati (specialmente in Jugoslavia, con la Slovenia, ma forse anche in Italia se le Leghe regionali dovessero confermanre la loro forza elettorale).

Oggetto della Pentagonale sono questioni economiche, culturali, ambientali, inerenti al problema dei trasporti. Gli Ungheresi volevano includere nell'agenda anche la sicurezza, ma l'Italia ha opposto resistenza, sostenendo che era meglio trattare di questa a Vienna, in quanto non avrebbe senso discutere di tali argomenti escludendo gli alleati NATO o i sovietici.

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