07 January 2007

Recensione: Stranieri a Samoa (2006), di Ambrogio Borsani, *****

Sinossi

Dal Settecento ai giorni nostri molti spiriti inquieti si sono affidati all'idea di un Eden nascosto nelle isole del Pacifico, alimentando storie e leggende senza fine. Accade così, ad esempio, sulle isole Samoa, dove si avventurarono figure davvero straordinarie. Stevenson vi pose fine ai suoi inquieti spostamenti e mise su casa, abitando l'altrove che aveva sempre immaginato. Maugham vi giunse come agente segreto, ma in realtà intendeva spiare i segreti dell'animo umano. Schwob, infelice pellegrino delle lettere, vi portò a spasso le sue malattie. Ambrogio Borsani ha viaggiato attraverso le Samoa riportando queste storie cresciute come frutti prodigiosi in una lontana stagione di magie.


Recensione

Borsani ci porta a Samoa in compagnia di tanti stranieri che ci sono passati nei decenni e secoli scorsi. Usando la formula già collaudata per il suo libro sulla Polinesia, egli fa parlare i suoi personaggi e ci fornisce il contesto storico, il tutto molto utile a capire di più di questo piccolo stato del Pacifico.

Alcuni di questi personaggi sono famosi, primo fra tutti forse Robert Louis Stevenson, la cui casa oggi è un museo e che è sepolto qui. Ma anche tanti altri perfetti sconosciuti che sono passati da qui, qualche volta ci sono rimasti per il resto della loro vita, e in ogni caso ci hanno lasciato testimonianze interessanti, a volte commoventi.

C'è anche Parenzo Caffarelli, un medico italiano andato a Samoa perché era il posto più povero del mondo. Si è sposato una samoana ma ora vive a Roma mentre lei è rimasta là e gestisce un albergo. I figli sono un po' qui e un po' lì.

Bella questa frase di Borsani, che condivido appieno e che rende bene l'atmosfera che si respira su un isola lontano dal mondo. Me lo immagino mentre la scrive nella sua camera d'albergo a Samoa, di notte: «L'alba è il tempo rubato all'uomo, il tempo degli altri. Bisogna andare, correre, fare, rispondere alle necessità della vita. Il mattino trascina verso l'ufficio, verso gli appuntamenti, verso la fabbrica, verso gli interessi dei altri. Il tramonto segna l'inizio del tempo privato, il tempo della vita, il tempo del ritorno ai propri interessi, del rietro in se stessi.»



Puoi leggere qui la mia recensione di un analogo libro dello stesso autore sulle isole Marchesi della Polinesia francese.

06 January 2007

Palla avvelenata a Eboodohoo, atollo di Ari, Maldive

Ormeggiamo ad un centinaio di metri dalla spiaggia bianchissima. Accanto a noi ha dato fondo una barca maldiviana, di una decina di metri di lunghezza, che ora è vuota. Andiamo a terra e incontriamo molti maldiviani sulla spiaggia, circa un centinaio. Sono i passeggeri della barca vuota, l’unica oltre alla nostra. Difficile immaginare che siano stati tutti stipati in quello scafo, ma è proprio così. Nessuno di loro fa il bagno.

Su una lingua di sabbia che si allunga dalla spiaggia verso il mare una ventina di bambini ed adolescenti giocano ad una specie di «palla avvelenata». Due squadre di 3-4 persone sono ai due lati opposti di un quadrato immaginario sulla sabbia, al centro del quale sta un terzo gruppo di una decina di ragazzi. A turno ciascuna squadra tira una palla cercando di colpire qualcuno tra la mischia che sta in mezzo. Tutti cercano di schivare la palla, e quando uno è colpito è eliminato ed esce dal gioco. Vince chi rimane per ultimo al centro del campo, e poi si ricomincia. Sono particolarmente brave a tirare la palla le bambine, tutte naturalmente imbacuccate di nero dalla testa ai piedi.

Cerchiamo di fare due chiacchiere con questi ragazzi, ma non è facile. In parte la difficoltà di conversazione è dovuta alla lingua. Per quanto tutti qui studino l’inglese, il livello è piuttosto basso, il loro vocabolario generalmente limitato. Un piccoletto di quattro o cinque anni però è molto disinvolto, si atteggia a capetto di tutti i ragazzini. Mi avvicina e mi chiede, serio serio, se sono mussulmano. Io sorrido e gli dico di no. Poi mi chiede se sono cristiano e gli dico pure di no, non tanto per intavolare una discussione teologica quanto per sondare il suo modo di pensare. La terza domanda, a bruciapelo, è: «Ma se non sei mussulmano e non sei cristiano, che sei?»

Mi trovo in difficoltà. Che gli dico? Certo non posso dirgli che sono un liberale, agnostico, riformista, scettico, con simpatie per l’illuminismo e per il buddhismo (ma solo come filosofia e non come religione) e convinto della necessità di separazione tra Stato e Chiesa nel pieno rispetto della fede religiosa di chi ce l’ha, qualunque essa sia, basta che rispetti a sua volta quella degli altri. O che sono cresciuto in una cultura giudeo-cristiana, che ho inevitabilmente in parte assorbito, ma resto molto autocritico ed aperto ad assorbire elementi di culture diverse che mi possano arricchire.

Alla fine farfuglio qualcosa sulla necessità di pensare con la propria testa, ma è chiaro dal suo sguardo che non mi sono spiegato affatto e tantomento l’ho convinto. Non ho convinto neanche me stesso veramente. Dal suo sguardo infatti penso di essere notevolmente scaduto nella sua considerazione, anche se era venuto da me proprio perché sono il capo della gente della mia barca, e nella cultura degli atolli il capo è sempre il capo. Spero che quando sarà un po’ più grande forse si ricorderà della nostra breve conversazione e la misurerà con occhi diversi. E comunque spero che, anche se non se ne ricorderà, capirà che al mondo non ci sono solo mussulmani o cristiani, e che anche mussulmani e cristiani non sono solamente mussulmani e cristiani ma anche tante altre cose. Di questi tempi, tanti adulti, mussulmani e cristiani, sfortunatamente continuano a non capirlo.

Vivere in una società moderna e complessa rende più difficile spiegare la propria identità, soprattutto in termini semplici, come è necessario per farsi capire da un bambino. Tutto sommato questo è un bene, perché vuol dire che abbiamo identità complesse, sfaccettate, non a senso unico. Amartya Sen spiega bene, nel suo libro Identità e Violenza, che spesso è proprio da un’identità unica o comunque preponderante che ha origine la violenza contro chi di identità unica e preponderante ne ha un’altra. Invece se ci rendiamo conto di avere tutti identità multiple, più facilmente potremo accettare le molteplicità degli altri. Ma a tutto questo ci penso adesso, con calma. Lì per lì sono stato preso alla sprovvista, dopo anni di ricerca politologica e dibattiti in conferenze internazionali mi trovo spiazzato con un bambino maldiviano di neanche cinque anni.

Questo post è un estratto del mio libro sulle Maldive. Per comprare il libro su Amazon clicca qui.

01 January 2007

Massaggio su una lingua di sabbia senza nome alle Maldive

Queste virgole bianche nel blu del mare sono «la» spiaggia per definizione, pura e semplice, incandescente e liscia, senza distrazioni di alcuna vegetazione o costruzione. Solo qualche conchiglia qua e là, e purtroppo spesso qualche busta di plastica, o una lattina vuota, una classica scarpa vecchia. Queste lingue di sabbia hanno forma e dimensione variabile, emergono e si allargano con la bassa marea e si restringono fino a sparire completamente con l’alta marea. Insomma la spiaggia per antonomasia, la spiaggia «categorica», come l’avrà forse definita Immanuel Kant nelle sue lezioni di geografia, quando gli raccontavano dei mille atolli maldiviani. Certo che ad immaginarsi queste Maldive senza essersi mai spostato dalla costa del freddo e grigio Mar Baltico, e senza l’ausilio di fotografie, Kant deve aver fatto una bella fatica. Ma del resto lui, Kant, è stato forse la massima intelligenza filosofica della storia umana.

Quello che però probabilmente neanche lui immaginava erano le barche di turisti in costume da bagno, con le ragazze in bikini (o anche meno) che si riversano sulla sabbia ad abbrustolirsi per ore dopo essersi cosparsi i corpi di unguenti protettivi per non far la fine degli stoccafissi, il tutto sotto gli occhi di equipaggi di giovanotti maldiviani, provenienti da famiglie di tradizione mussulmana e, almeno da questo punto di vista, piuttosto conservatrice. Non di rado si vedono marinai con gli occhi sgranati, o almeno con lo sguardo sornione che nasconde l’iperproduzione testosteronica, anche se ormai molti di loro ci sono ben abituati. (Ma del resto è un problema con cui devono fare i conti anche tanti bagnini in Mediterraneo!)

Oggi in una di queste lingue di sabbia ci fermiamo per una sosta tecnica, siamo appena partiti da Malé e dobbiamo recuperare il nostro cuoco, Sangiu, da un’altra barca che oggi finisce la crociera e torna indietro. Appuntamento dunque presso questa lingua di sabbia senza nome, che però i marinai conoscono bene perché è una prima comoda tappa una volta lasciata Malé. Ci fermiamo allora anche per una nuotata ed il pranzo, che come sempre consumeremo in barca mentre ci riposiamo tra un’isola e l’altra.

Mi tuffo in acqua e mi comincio ad avvicinare alla spiaggia, una lunga striscia bianca, sinuosa ed arroventata dal sole, una pennellata nel turchese della laguna. Tra una bracciata e l’altra, alzando la testa per respirare, guardo avanti per individuare un punto dove attraversare la barriera di coralli ed avvicinarmi alla battigia. Il gruppo dell’altra barca si sta crogiolando sulla sabbia per l’ultima volta prima di prendere la via dell’aeroporto, ridono, scherzano, sono un po’ tristi che la loro vacanza sia finita. Tutti insieme tranne una ragazza, che si è separata dagli altri e prende il sole sdraiata, appartata verso la punta dell’isoletta, con la schiena ed i lunghi capelli castani distesi sulla sabbia e le braccia spalancate, guarda il cielo, il top del bikini casualmente appoggiato da una parte. Dall’acqua la noto, non posso non notarla, perché le prosperosità generose del suo corpo abbronzato si stagliano con evidenza prorompente sulla linea piatta della spiaggia, mostrando le loro eleganti sinuosità.

Arrivato a terra mi avvio verso il gruppo che chiacchiera dall’altra parte della lingua, per non disturbarla; ma poi, passeggiando così per caso, in fondo le distanze sono brevi, mi porto dalla sua parte dell’isoletta. OK lo ammetto, l’itinerario della mia passeggiata non era proprio completamente casuale. Lei mi nota e si gira su sé stessa, si sdraia a pancia in giù e rivela la schiena nuda completamente coperta di sabbia, guardandomi con la guancia appoggiata sul dorso delle mani che sono piatte per terra, con il top del bikini sempre accartocciato a qualche metro di distanza. Arriva qualcun altro. Chiaro che l’abbiamo disturbata nella sua riservata solitudine naturista, ma è simpatica, non se la prende ed anzi si chiacchiera tutti insieme allegramente. Veramente siamo più allegri noi, che siamo appena arrivati, di lei, che sta per tornare a casa. Si rammarica che la sua vacanza sia al termine.

Le propongo disinteressatamente di continuarla sulla nostra barca, tanto lo spazio c’è perché una coppia ha annullato proprio il giorno prima di partire, ed abbiamo due cuccette vuote, avrebbe una cabina tutta per lei. Mi dice che verrebbe volentieri ma che non saprebbe come contraccambiare l’ospitalità. Scherzosamente sottolineo che non c’è da preoccuparsi, qualche modo lo troviamo, magari sa fare qualche massaggio... e lei senza esitare dice che sì, fa ottimi massaggi ai piedi! Non me lo faccio ripetere due volte. Mi siedo sulla sabbia infuocata e le offro le mie estremità inferiori. Lei non si deve neanche muovere di un centimetro, sempre sdraiata a pancia in giù, allunga le mani in avanti e comincia a praticarmi un massaggio da sogno che si protrarrà per il successivo quarto d’ora...

Questo post è un estratto del mio libro sulle Maldive. Per comprare il libro su Amazon clicca qui.