25 May 1993

Discussione sulla politica internazionale: nazionalismo, realpolitick, stabilità e cambiamento.

Oggi ho avuto una lunga dicussione con CM, un senior della dirigenza dello IAI, istituto dove lavoro come ricercatore. Si è parlato di stabilità e cambiamento negli scenari politici europei nei quali è chiamata a giocare le sue carte l'Italia.

Sonnenfeldt (al centro) con Kissinger
Il senior ragiona ancora con i criteri della guerra fredda. Pensa che la contrapposizione tra stabilità e cambiamento sia ancora un'alternativa. Lo era appunto durante la guerra fredda, ed era facile (anche se un po' egoistico) per noi europei occidentali preferire la stabilità. Pensavo così anche io fino al 1989. Il cambiamento ci avrebbe portato pochi vantaggi, si diceva, e molti rischi. Mentre ovviamente di parere contrario erano quelli che in Europa orientale, satelliti sovietici, che avevano poco da perdere a rischiare il cambiamento.

Insomma la "dottrina Sonnenfeldt" cui molti in Occidente credevano ma pochi lo ammettevano allora e nessuno lo ammetterebbe oggi. Sonnenfeldt non lo ammise mai. Comunque, a torto o a ragione, il suo pensiero è stato così interpretato e da molti condiviso. Una volta lo incontrai ad una conferenza e gli chiesi se lui veramente voleva lasciare l'Europa orientale ai Russi nel nome della stabilità, e lui rispose un po' evasivamente, e poi purtroppo non ci fu tempo di approfondire.

Io penso però che oggi la contrapposizione tra stabilità e mutamento vada superata. Oggi stabilità non vuol dire più mantenimento dello status-quo, ma gestione del cambiamento. In questo contesto, quindi, direi che l'alternativa è piuttosto cambiamento o continuità.

CM pensa ai nazionalisti (in questo periodo va molto di moda parlare, o riparlre dopo tanto tempo, di interessi nazionali)  come i fautori della "realpolitik". La realpolitik è il legittimo perseguire dei propri interessi reali, a differenza di quelli ideali o morali. Bisogna invece dire che la realpolitik italiana oggi richiede che si rafforzi il multilateralismo, perché un approccio unilaterale (cioè nazionalistico) sarebbe velleitario e perdente, soprattutto per un paese del peso dell'Italia.

In altre parole, è il nazionalismo ad essere idealista ed irrealista, mentre il multilateralismo offre le maggiori possibilità di raggiungimento dei reali interessi dello stato italiano.

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