04 October 2015

Sake Master Class, Londra


Confesso che mi ero iscritto alla Master Class sul sake organizzata dall’Associazione Italiana Sommelier a Londra con un misto di curiosità e scetticismo. Come la maggior parte dei colleghi sommelier presenti, avevo bevuto sake in numerose occasioni. Ma questo era avvenuto esclusivamente presso ristoranti giapponesi, abbinandolo con soddisfazione a sushi o tempura, ma senza un criterio sistematico. Come se per il sake non valessero i parametri di abbinamento - concordanza e contrasto - che abbiamo imparato ad applicare quando sposiamo un vino ad una pietanza occidentale. Sake dolce o secco, aromatico o fruttato, più fresco o più morbido, servito a quale temperatura? Ci mancavano gli strumenti per prendere le decisioni migliori.

With colleagues during the master class
Al nostro arrivo siamo stati accolti da Andrea, Federica e Armando, gli organizzatori del Club AIS di Londra, nonché da un centinaio di bottiglie di sake perfettamente allineate in ordine progressivo di servizio dietro lo schermo predisposto per la proiezione di Jonathan Beagle, simpatico inglese con lunga esperienza nipponica ed esperto di sake. Il tutto sotto il vigile coordinamento di Akimitsu Takata, responsabile di Japan@UK, un’azienda che si propone di valorizzare i prodotti del sol levante nel Regno Unito.




La frizzante presentazione di Jonathan è stata intervallata dagli assaggi di sake, che a mano a mano ci venivano versati nei bicchieri. La degustazione è molto diversa da quella del vino. In primo luogo non c’è l’analisi visiva: il sake è trasparente. Se non lo è vuol dire che il tempo lo ha leggermente scurito durante un affinamento in bottiglia magari non perfettamente conservata. Ma il sake non deve mai aspettare, è concepito per essere bevuto appena imbottigliato, pochi mesi dopo la produzione. Infatti la data indicata sulle bottiglie è quella dell’imbottigliamento e non del raccolto.


Jonathan Beagle
L’analisi olfattiva è più semplificata rispetto alla cosmologia di sentori che possiamo ricevere da un calice di vino complesso. Infine l’analisi olfattivo-gustativa, l’unica veramente rilevante per il sake. Qui i parametri in gioco sono più numerosi, e si può applicare, con qualche adattamento, la categorizzazione AIS sull’equilibrio tra sensazioni morbide (dolcezza, pseudo-alcolicità e morbidezza) e dure (solo acidità e sapidità, non ci sono tannini). La gamma dei sapori e degli aromi che emerge ad un assaggio attento è sorprendente, anche se non diversificata come quella del vino. Meno complesso del vino dal punto di vista organolettico, il sake presenta però una maggiore gamma di temperature per essere gustato, che può variare dai 5 gradi centigradi fino a 60!

Da notare come il risultato di un buon sake è opera soprattutto del produttore e meno di madre natura. Esistono infatti diverse tipologie di riso (i “vitigni” del sake) e di terroir, ma in entrambi i casi i produttori di sake non possono disporre della panoplia di strumenti a disposizione del vignaiolo e dell’enologo. Elementi fondamentali sono qui il koji, una muffa che serve a produrre zucchero dagli amidi del riso, e poi i lieviti per la trasformazione dello zucchero in alcol. Su questi si fa valere la maestrìa del produttore.




Come il vino, il sake ha una storia plurimillenaria alle spalle ed un futuro radioso davanti, e per entrambi i rispettivi produttori tendono a provilegiare la qualità rispetto alla quantità. Sconosciuto in Occidente fino a poco tempo fa, oggi viene scoperto dai sommelier di tutto il mondo per la sua grande flessibilità negli abbinamenti con il cibo della cucina internazionale. Durante la manifestazione di Londra siamo persino stati stupiti dal felice abbinamento del sake con la bestia nera del vino: il carciofo!

Federica e Andrea della UKSA

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Grazie ad Armando Pereira per le fotografie.

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