14 February 2007

Negazionismo e libertà di opinione

La Germania, presidente di turno dell’Unione Europea per il primo semestre del 2007, ha riproposto a Gennaio, in occasione del 62° anniversario della liberazione di Auschwitz, di rendere la negazione dell’Olocausto (il negazionismo) e il mettere in mostra i simboli del nazismo, in primis la svastica, un reato in tutta Europa.  Dico ri-proposto perché l’idea fu già avanzata due anni fa, e fu bloccata proprio dall’allora governo di centro-destra italiano, d’intesa con i laburisti inglesi di Blair, in quanto lesiva della libertà di espressione. Un’opposizione non di destra o di sinistra dunque, ma di due governi che ritenevano la libertà di opinione un bene supremo ed intoccabile.

Il negazionismo è già reato in alcuni paesi dell’Unione Europea: Austria, Belgio, Francia, Germania, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Spagna, oltre che in Svizzera e in Israele. Non lo è negli altri stati dell’UE. Non è neanche reato negli Stati Uniti, che certo non possono essere accusati di anti-semitismo. Non lo è in Canada, in India, in Australia o in Giappone, per citare solo alcune delle maggiori democrazie mondiali. In Italia, la legge del 25 gennaio 2007 non rende reato il semplice diniego dell’Olocausto (opinione) ma penalizza atti di razzismo (lesivi per qualcuno).

Da liberale sono contrario in linea di principio a qualunque legge che prefiguri un reato di opinione. "Non si deve poter negare i fatti provati storicamente" dice il Ministro per la Giustizia tedesco Brigitte Zypries. Ma chi controlla cosa sia provato e cosa no? E chi controlla i controllori? Io non credo che siano i legislatori o i giudici ad avere il compito di farlo. Meglio lasciarlo fare agli esperti del settore – di questo dirò in dettaglio di seguito.

Diverso, ovviamente, è il discorso nel caso delle leggi che fanno divieto di incitare alla violenza o al razzismo, di calunniare, di fomentare l’odio etnico - attività che possono portare danno a qualcuno. Questa sì diventa materia di responsabilità dello Stato. Ma nessuno dovrebbe essere perseguito solo per aver espresso un’opinione, per quanto infondata o ridicola che essa sia.

C’è poi un discorso di pesi e misure. Se si manda qualcuno in prigione per aver negato l’Olocausto, perché lasciare a piede libero chi nega le collettivizzazioni forzate o i
Gulag sovietici, o gli eccidi del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturale cinesi – dove sono morte un numero ancora maggiore di vittime innocenti? E lo sterminio dei cambogiani perpetrato dai Khmer Rossi? E i desaparecidos delle dittature militari in America Latina? E i crimini commessi nei Balcani degli anni novanta? E quanto indietro andare nel tempo? Apriremmo procedimenti contro chi dovesse negare la tratta degli schiavi in Africa, o i roghi dell’Inquisizione?

La proposta tedesca, forse per evitare di incappare in un nuovo blocco, sembra essersi ristretta con il passare dei giorni, prevedendo che sia reato negare o minimizzare crimini contro l’umanità, crimini di guerra o crimini contro la pace (capi d’accusa che richiamano quelli del
processo di Norimberga) che siano stati giudicati tali dalla Corte Penale Internazionale – e cioè commessi dopo il 1 Luglio 2002, data di entrata in funzione della Corte. In questo caso il diniego dell’Olocausto non sarebbe ovviamente toccato. Finora la Corte ha iniziato un solo processo, per crimini commessi in Congo.

Un discorso collegato a quanto sopra meritano i simboli connessi all’Olocausto. In Germania è vietato mostrare la
svastica. Non così negli altri paesi europei, anche se in Francia è reato commerciare oggetti rappresentanti simboli nazisti. Anche qui, pur comprendendo la ratio legis tedesca (meno quella francese) sarebbe inopportuno imporre il bando a tutta l’Unione. Come è stato fatto notare ripetutamente a Bruxelles dai rappresentanti di svariati paesi dell’Europa centrale e orientale, dove la memoria della dittatura comunista è ancora fresca, perché allora non mettere al bando il simbolo della falce ed il martello, che in buona parte d’Europa è associato a ben più recenti fenomeni di oppressione, miseria e sterminio?

E che dire alle numerose comunità provenienti dall’Asia meridionale che risiedono in Europa (specialmente nel Regno Unito) che fanno notare come la svastica, prima di essere usurpata dai nazisti per dodici anni, sia stata un simbolo induista di buon auspicio per migliaia di anni, e venga ancora utilizzata dai fedeli, oltre che da buddisti e jainisti? Alcuni di essi hanno fatto notare che bandire la svastica equivarrebbe a bandire la croce cristiana perché per qualche decennio è stata usurpata dal Ku Klux Klan.

C’è poi un altro motivo di opportunità per non ammanettare i sedicenti storici negazionisti, e cioè che questo farebbe il loro gioco. Lasciati a se stessi, sarebbero i loro colleghi, gli istituti di ricerca, le università, gli editori, i recensori che in larga misura li ignorerebbero. La condanna della peer review (il giudizio dei pari), è la sentenza più crudele che possa essere comminata ad un accademico

Se non fosse stato processato per negazionismo, in quanti avremmo sentito parlare di David Irving, lo “storico” inglese che nel 2006 ha passato 10 mesi in prigione in Austria per aver espresso nel corso di una conferenza opinioni che mettevano in dubbio l’Olocausto? Non molti. Sarebbe stato uno dei tanti scrittori senza arte né parte, relegati nel dimenticatoio accademico. Invece così lo conoscono tutti, il cialtrone, ne hanno parlato tutti gli studiosi del settore, ne hanno scritto anche sulla stampa non specializzata, ne hanno parlato i politici, le televisioni, e scommetterei che ha anche venduto più copie del suoi insulsi volumi.

Nel 1998 Irving ha citato in giudizio per calunnia la storica americana Deborah Lipstadt, autrice del libro Denying the Holocaust (“Negare l’Olocausto”, Penguin Books) nel quale lo accusava di aver deliberatamente falsato la storia dell’Olocausto. Il giudice inglese ha riscontrato la fondatezza della tesi della Lipstadt e Irving ha perso anche quella causa ma, significativamente, la stessa Lipstadt si dichiara contraria all’uso della censura, sostenendo che il modo di combattere il negazionismo è con la verità, come ha fatto lei.

E come, a suo modo, fece Primo Levi, il quale, dopo aver raccontato la propria esperienza nel campo di concentramento nei suoi libri, accettò di scrivere la prefazione all’edizione italiana dell’abominevole autobiografia di Rudolf Hoess, Comandante ad Auschwitz (Einaudi, 1985) addirittura definendolo “uno dei libro più istruttivi che mai siano stati pubblicati.... perché descrive con precisione....uno dei peggiori criminali della storia umana”. Io sono d’accordo con Lipstadt e Levi.


Questo è il  libro di Deborah Lipstadt.




Questo il libro del comandante di Auschwitz, con prefazione di Primo Levi .


2 comments:

  1. Sì, certo. E che mi dice di Carlo Mattogno?
    Faccia la sua bella googleata e poi mi dica, se crede ancora a quello che ha scritto in quest'articolo.

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    1. Mattogno per quanto ne so è un negazionista che non merita attenzione ma deve potersi esprimere. Discredita da solo le proprie tesi. Lei conferma le mie argomentazioni. Grazie per il commento.

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